La crisi della biodiversità non interessa i media

Sui giornali il cambiamento climatico riceve fino ad 8 volte più spazio della biodiversità

[1 marzo 2018]

Un team di ricercatori canadesi delle università del Quebec Quebec Rimouski (Uqar), Laval e Sherbrooke ha pubblicato  su Frontiers in Ecology and Evolution lo studioOur House Is Burning: Discrepancy in Climate Change vs. Biodiversity Coverage in the Media as Compared to Scientific Literature”, che individua un forte scarto tra la copertura mediatica della crisi della biodiversità e quella dei cambiamenti climatici.

I ricercatori canadesi hanno confrontato il peso mediatico che hanno la biodiversità e i cambiamenti climatici in diversi giornali anglofoni del Canada, degli Usa e del Regno Unito tra il 1991 e il 2016 e il principale autore dello studio, Pierre Legagneux, del Département de biologie, chimie et géographie dell’Uqar, evidenzia che «Le nostre analisi dimostrano molto chiaramente che la copertura mediatica dei cambiamenti climatici è fino a 8 volte superiore a quella della biodiversità, e questo malgrado una bassa differenza nel numero di studi scientifici realizzati e dei finanziamenti di cui hanno beneficiato questi due campi della ricerca. Alla luce di questa constatazione, la popolazione non è sufficientemente cosciente riguardo alla diminuzione della biodiversità, quali gli animali e le piante, che svolgono però un ruolo essenziale per il buon funzionamento degli ecosistemi e per il nostro benessere».

Il tutto in piena epoca di animalismo rampante nei Paesi occidentali come quelli presi in esame dallo studio, il che segnala un altro scarto tra la concezione del benessere dell’animale domestico e degli “altri” animali che condividono con noi il pianeta Terra. Un distacco . spesso inconsapevole e non percepito – dalla “natura” che preoccupa anche i  ricercatori, che propongono diverse riflessioni per migliorare la copertura mediatica della perdita di biodiversità, La coordinatrice del team di ricerca, Marie-José Naud, anche lei dellUqar, riassume: «Una maggiore presa di coscienza di questa problematica aiuterebbe a mettere in campo delle nuove politiche che permettano di rilevare le sfide poste dall’erosione della biodiversità. Questa presa di coscienza passa, tra l’altro, dall’aumento delle nostre interazioni con l’ambiente naturale. Gli scienziati possono investire in progetti di citizen science che permettano non solo di raccogliere dati preziosi sulla biodiversità, ma anche facendo in modo che siano anche un mezzo efficace per accrescere la conoscenza dell’opinione pubblica sul valore della biodiversità».

Eppure, nel  2012,  126 Paesi avevano aderito all’Intergovernmental platform on biodiversity andecosystem services (Ipbes), un impegno basato sulla biodiversità e coordinato dall’Onu secondo il modello dell’ Intergovernmental panel on climate change (Ipcc). Ma i governi che hanno aderito pagano le quote con molto ritardso e per il 2018 l’Ipbes è stata costretta a tagliare di un terzo il suo bilancio, ha rinviato i suoi rapporti programmati e ha rinunciato ai fondi essenziali per il rafforzamento delle capacità e il sostegno politico.  Intanto, una recente indagine sulle ricerche fatte su Google  ha rivelato un preoccupante calo di interesse per la biodiversità, qualcosa che i ricercatori hanno attribuito al fatto che la biodiversità è qualcosa di troppo strabiliante e complicato per diventare un concetto familiare alla maggior parte delle persone.

Anche Legagneux e il suo team pensano che questa ipotesi sia plausibile e sono convinti che  «I sostenitori della biodiversità dovrebbero migliorare il loro messaggio – piuttosto che al “declino della biodiversità”, pensare alla “biblioteca della vita” – e rendere più espliciti i suoi legami con la produzione alimentare, la salute umana e altre  cose di cui le persone si preoccupano. Forse il cambiamento climatico riceve più attenzione perché è percepito come più urgente, ma l’urgenza della perdita di biodiversità viene trascurata».

Va anche detto che i ricercatori nel loro studio non hanno tenuto conto dei social media o dei giornali soloonline, dove è possibile che la biodiversità riceva più attenzione. Inoltre, non hanno analizzato i trend per parole chiave come “natura” o “ambiente”, che si sovrappongono alla biodiversità e potrebbero ricevere più attenzione. Ma anche in questo caso si evidenzierebbe il problema dell”attrattiva” del termine biodiversità.

Qualunque sia la causa di questa sottovalutazione della crisi della biodiversità, il tempo stringe. Nell’ormai lontano 1992 il presidente francese Jacques Chirac disse: «La nostra casa sta bruciando e noi siamo ciechi», ora il team di Legagneux ricorda che «La nostra casa è ancora in fiamme e la guardiamo con un occhio solo».