La prima donna capovillaggio dell’Indonesia sconfigge la deforestazione illegale con spie e posti di blocco

Ma l’Indonesia in 25 anni ha perso il 25% delle sue foreste

[2 gennaio 2017]

Quel che ha convinto la 43enne Hamisah  a scendere in politica è stato il pessimo stato della strada principale di Sidorejo, nel Sedahan Jaya nel nel Kalimantan occidentale (Borneo indonesiano), una striscia di terra battuta che si era trasformata in un pantano, tanto che i suoi figli tornavano da scuola con le gambe ricoperte di fango. Dall’orto di Hamisah è possibile vedere la causa di tutto questo le colline del Parco Nazionale di Gunung Palung, che si estende su  circa 400 miglia quadrate, e da dove arrivano le acque dell’alluvione che ha stravolto la vita ai circa 900 abitanti del suo villaggio e che vivono coltivando le risaie al confine del Parco. Le risaie erano sempre allagate quando i contadini stavano per raccogliere il loro riso e così il villaggio rischiava di perdere il suo raccolto. Il problema aveva un’origine precisa: i la deforestazione illegale delle colline illegale di Sedahan Jaya.

Hamisah  spiega a Public Radio International (Pri): «A causa del disboscamento illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, quindi il terreno non è in grado di assorbire l’acqua dalla pioggia. E così, ogni anno, ci sono stati grandi alluvioni».

Hamisah è una donna del villaggio, non ha fatto studi superiori, vive in una piccola casa come tutti ed è una persona timida e riservata, ma le continue alluvioni e i problemi che hanno causato alla sua comunità l’hanno portata ad interessarsi della vita pubblica del villaggio: «Ho pensato che era giunto il momento di essere coraggiosa e di candidarmi a capo del villaggio».

Probabilmente Hamisah non lo sapeva, ma stava facendo qualcosa di rivoluzionario: non c’era mai stata una donna capo-villaggio, ma lei aveva molta gente a sostenerla grazie al su lavoro di assistente sanitaria per un ambulatorio locale entra in contatto con tutte le famiglie che hanno un malato di tubercolosi.

«Forse perché sono una donna, sono una mamma, un sacco di gente veniva da me quando aveva un problema – dice Hamisah. Li ascoltavo, cercavo di suggerire soluzioni. E così, dopo un po’, la gente mi ha iniziato a chiedere di candidarmi a capo-villaggio». Lo ha fatto nel 2013 e ha vinto.

Hamisah spiega al  Pri: «Mi sono messa al lavoro cercando di fermare la deforestazione illegale, a cominciare dalle donne del villaggio». C’era solo un boscaiolo che viveva davvero nel villaggio e così ha parlato con la moglie sui pericoli che correva con il suo lavoro. «E se tuo marito si taglia con la motosega? – le ha chiesto – Cosa succede se un albero gli cade addosso? Ho iniziato a far parlare la moglie con il marito e a spingerlo a interrompere la deforestazione». Ha funzionato: il boscaiolo ha venduto la sua motosega e ora lavora nell’edilizia.

«In altri casi, parlo con le donne del il futuro che vogliono per i loro figli, con i boschi e gli stessi tipi di fauna selvatica che avevamo da giovani  – dice Hamisah – Quindi questa è la mia strategia: raccontare alle donne sul perché dobbiamo  proteggere il villaggio».

Ma la stragrande maggioranza di chi abbatte le foreste che circondano il villaggio viene da fuori e quindi Hamisah ha reclutato delle “spie” per seguirne gli spostamenti dei boscaioli illegali. Per esempio, tra loro c’è un Selamat, che vende cibo lungo la strada e che segnala tutti coloro che passano con una motosega. Selmat appena avvista un sospetto avvisa la spia successiva, Ridwan, un ragazzo che ferma la macchina dei boscaioli a un “posto di blocco” e cerca di convincerli ad andarsene.

A quanto pare funziona: grazie a questa forma di controllo locale, 5 bande di boscaioli illegali hanno rinunciato a disboscare intorno al villaggio di Sidorejo  e questo solo dal 2013, da quando Hamisah è stata eletta capo-villaggio. Secondo Ridwan. Hamisah «E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che convincere tutti a collaborare con lei, a seguire il suo esempio».

Inoltre il villaggio ha ottenuto un’assistenza sanitaria più conveniente nella clinica dove lavora Hamisah, proprio perché è cessata la deforestazione. Infatti la clinica è una tra quelle che incentiva la salvaguardia della biodiversità nel Borneo offrendo sconti sulle spese sanitarie a chi la smette con il disboscamento illegale o lo riduce.

Ma ad essere in pericolo sono tutte le foreste dell’Indonesia e quelle del Kalimantan/Borneo in particolare. Negli ultimi 25 anni l’Indonesia ha perso quasi un quarto della sua superficie forestale, molto di più di quel che hanno fatto gli altri paesi con la maggior superficie forestale. Negli ultimi 25 anni, la Russia, gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione europea hanno tutti aumentato la lorio copertura forestale.

La deforestazione in Indonesia è stata causata in gran parte dalla conversione delle foreste in piantagioni industriali di  palma da olio e per produrre pasta da carta. Il Borneo sta subendo un’aggressione iniziata nel 1973. Le conseguenze sono forti anche per le emissioni globali di CO2: quando le foreste vengono abbattute o bruciate, il carbonio immagazzinato negli alberi viene rilasciato in atmosfera e contribuisce al riscaldamento globale. E’ così che l’Indonesia è diventata il sesto Paese emettitore del mondo a partire dal 2012, l’anno più recente per il quale sono disponibili dati completi.

A differenza di Cina, Usa e di altri Paesi che la precedono nella lista dei più grandi emettitori, la maggior parte dell’inquinamento indonesiano non proviene dalle industrie o dai trasporti, ma dalla deforestazione e dai cambiamenti di utilizzo del  suolo. Il governo e  l’industria privata stanno tentando  – o almeno dicono di farlo – di ridurre la deforestazione nelle migliaia di isole che compongono questo immenso arcipelago e attingono a piene mani dagli investimenti previsti per le foreste negli accordi internazionali sul clima. Ma molte associazioni ambientaliste e Ong indigene e per i diritti umani denunciano il greenwashing da parte delle grandi imprese e la corruzione diffusa nelle amministrazioni locali e statali  che lasciano le porte aperte alla deforestazione illegale.

Hamisah ne è consapevole, ma è orgogliosa di quello che lei e il suo villaggio sono stati in grado di fare: «Non dipende solo da me: tutte le donne dei dintorni si sentono come se fossimo vincitrici perché siamo state in grado di fermare la deforestazione. La mia esperienza è la prova che se si può fare una piccola differenza nella propria comunità, quasi chiunque lo può fare. E quelle piccole differenze possono unirsi, fino a diventare qualcosa di grande».