La mappa mondiale degli uccelli alieni: colonialismo e uccelli da gabbia

Il boom dopo il 1950. L’avifauna aliena vive meglio dove ci sono molte specie autoctone

[16 gennaio 2017]

uccelli invasivi 1

Lo studio “The Global Distribution and Drivers of Alien Bird Species Richness”, realizzato da un team di ricercatori di università britanniche, australiane, saudite e sudafricane  e pubblicato su PLOS Biology, traccia per la prima volta la mappa globale delle specie di uccelli aliene e dimostra che sono soprattutto le attività antropiche  a determinare come molte specie di uccelli invasive vivono in una determinata zona, ma anche che le specie aliene hanno maggior successo nelle aree già ricche di avifauna autoctona.

Il supervisore dello studio, Tim Blackburn del Centre for biodiversity and environment research del Diartimento di genetica dell’University College London (Ucl) spiega che «Uno dei principali modi in cui gli esseri umani stanno alterando il mondo è portare specie in nuove aree in cui non si trovano normalmente. Il nostro lavoro mostra il motivo per cui gli esseri umani hanno portato in giro queste specie di uccelli “aliene” negli ultimi 500 anni – principalmente attraverso il colonialismo e il sempre più popolare commercio di uccelli in gabbia – e perché alcune aree finiscono per avere più specie di altre.

Il team internazionale di ricerca ha raccolto e analizzato i dati sulla movimentazione di quasi 1.000 specie di uccelli aliene tra il 1500 e il 2000 dC e li hanno utilizzati per creare un nuovo database open access che poi è stato analizzato per realizzare modelli nel contesto di eventi storici e variazioni ambientali naturali. Ne è venuto fuori che «Più della metà di tutte le introduzioni di uccelli conosciute si sono verificate dopo il 1950, probabilmente causate dal commercio di uccelli in gabbia». I ricercatori sono convinti che questo trend sia destinato a continuare.

La principale autrice dello studio Ellie Dyer, anche lei del Centre for biodiversity and environment research Ucl, sottolinea: «Siamo stati in grado di mappare ricchezza di specie aliene per un intero gruppo di organismi per la prima volta in modo così dettagliato che siamo in grado di individuare le popolazioni ed i processi storici che hanno portato alla loro introduzione. Questo ci ha dato informazioni preziose sulle  diverse fasi di invasione delle pecie: gli esseri umani hanno un ruolo chiave, ma così anche i fattori ambientali che consentono alle specie di uccelli aliene a prosperare in nuovi siti».

Lo studio ha scoperto le maggiori introduzioni di avifauna (935 introduzioni di 324 specie in  235 paesi) sono state fatte  nei 17 anni tra il 1983 – 2000, più  di quante se ne sono verificate nei 403 anni dal 1500 -1903.

«Il tasso di introduzioni è fortemente aumentato a metà del XIX secolo quando gli europei, in particolare gli inglesi, hanno volutamente esportato uccelli utili nei nuovi territori – evidenziano all’Ucl – “‘Acclimatisation Societies” hanno spostato uccelli come anatre, oche, fagiani, pernici e piccioni verso  (e dalle) colonie durante questo periodo. Un’altra accelerazione è avvenuta dopo la seconda guerra mondiale e continua fino ai giorni nostri. Questa è molto probabilmente guidata dalla crescita del commercio: molte specie di uccelli aliene introdotte negli ultimi anni sono uccelli da gabbia popolari come pappagalli, fringuelli e storni».

Lo studio suggerisce l’introduzione degli uccelli più alieni aumenta con una maggiore disponibilità di reddito delle persone: in molte aree, il possesso di un uccello esotico è uno status symbol. E’ così che molte specie scappano o vengono rilasciate.

All’Ucl aggiungono che «Questi fattori storici sono il motivo principale per cui la mappa globale degli uccelli alieni mostra che oggi la maggior parte delle specie si trovano alle medie latitudini. Cioè dove si trovano le ex colonie britanniche e dei paesi con un Pil elevato. Gli hotspots includono gli Usa, il Giappone, Taiwan, Hong Kong, la Nuova Zelanda, l’Australia, e gli stati del Golfo Persico», ma anche l’Italia è fortemente interessata dal fenomeno.

La cosa abbastanza sorprendente scoperta dai ricercatori è che le aree con più specie di uccelli autoctone tendono ad ospitare più specie di uccelli aliene». Blackburn conclude: «Qui vale certamente il detto “i ricchi diventano più ricchi. Le aree che sono buone per gli uccelli autoctoni sono buone anche per gli uccelli alieni. Questa non è una nuova osservazione, ma è la prima volta che siamo stati in grado di dimostrare  questo fattore, che è al di fuori degli effetti principali delle attività umane storiche. Tuttavia, il commercio degli uccelli globale continua a crescere, il che significa che ci possiamo certamente aspettare la ricchezza delle specie aliene continui a crescere nel prossimo futuro. E’ una preoccupazione, perché gli alieni potrebbero minacciare la sopravvivenza delle specie autoctone».