«Anche se si riducono le emissioni da adesso, gli effetti non saranno visibili per 20 anni»

La nuova migrazione di massa? Il global warming spinge gli animali marini verso i poli

Le creature marine anticipano riproduzione, alimentazione e migrazione più rapidamente di quelle terrestri

[6 agosto 2013]

Un folto team internazionale di scienziati ha pubblicato su Nature Climate Change lo studio Global imprint of climate change on marine life che sottolinea come «In passato le meta-analisi della risposta degli organismi marini ai cambiamenti climatici hanno esaminato un numero limitato di range, gruppi tassonomici e/o risposte biologiche. Questo ha impedito una visione robusta degli effetti dei cambiamenti climatici nell’oceano globale».

Per questo i ricercatori, guidati dagli australiani Elvira Poloczanska ed Anthony Richardson Climate Adaptation Flagship della Csiro Marine and atmospheric research, hanno sintetizzato tutti gli studi disponibili per analizzare la coerenza delle osservazioni ecologiche marine con le previsioni sul cambiamento climatico e sottolineano che «Questo ha prodotto una meta-database di 1.735 risposte biologiche marine per le quali sia il cambiamento climatico regionale che globale è stato considerato come un driver. Inclusi i casi di taxa marini che rispondono come previsto, in modo incompatibile con le aspettative e i taxa che non mostrano alcuna risposta». Secondo database, «L’ 81-83 % di tutte le osservazioni su distribuzione, fenologia, composizione, abbondanza, demografia delle comunità e la calcificazione nei taxa e nei bacini oceanici erano coerenti con gli impatti previsti dei cambiamenti climatici».

Insomma, il riscaldamento degli oceani sta incidendo sui modelli riproduttivi e gli habitat delle creature marine in maniera così forte da riorganizzare il paesaggio oceanico globale mentre le specie si adattano ai cambiamenti climatici.

Secondo la Poloczanska «Le specie marine stanno spostando la loro distribuzione geografica verso regioni più fresche e lo fanno molto più velocemente rispetto alle loro controparti terrestri. I confini, o la “front line” della distribuzione delle specie marine si stanno spostando verso i poli alla velocità media di 72 chilometri per decade, il che è notevolmente più veloce di quello delle specie terrestri che si muovono verso i poli ad una media di 6 chilometri per decade. Questo nonostante le temperature della superficie del mare si riscaldino tre volte più lentamente delle temperature terrestri. Le temperature invernali e primaverili, sia a mare e terra, sono più veloci del riscaldamento, il che potrebbe far avanzare eventi fenologici, come l’inizio di stagioni della crescita e la tempistica della riproduzione. Inoltre, l’assorbimento dell’anidride carbonica antropogenica da parte degli oceani sta alterando la chimica del carbonato dell’acqua di mare, il che può  avere un impatto su alcuni organismi marini. Alla luce di questi risultati, ci aspettiamo che gli organismi marini rispondano al  recente cambiamento climatico, con magnitudo simili o superiori a quelle riscontrate nelle specie terrestri».

Una cosa che preoccupa molto il team di 19 ricercatori provenienti da Australia, Usa, Canada, Gran Bretagna Ue e Sudafrica, sono i cambiamenti nel ciclo di vita delle specie, come ad esempio i tempi di riproduzione-allevamento, indotti dal riscaldamento degli oceani. Richardson ha sottolineato che «I periodi di riproduzione e di migrazione, in media nel mare si verificano molto prima, con le specie marine che li anticipano di 4,4 giorni ogni 10 anni, il che è anche molto più veloce delle specie terrestri che anticipano le fasi riproduttive in media intorno a 2,3 – 2,8 giorni ogni decennio».

Lo studio riguarda gli impatti globali del global warming sulle specie marine, ma l’evidenza del  cambiamento dell’ambiente marino australiano sembra tra le più forti. La Poloczanska ha fatto notare che «Nel sud-est specie dell’Australia, le specie tropicali e subtropicali  di pesci, molluschi e plancton si stanno spostando molto più a sud attraverso il Mar di Tasmania. Nell’Oceano Indiano, c’è una distribuzione più a sud di uccelli marini, così come la perdita di alghe di acqua fredda nelle regioni a nord di Perth. Essenzialmente, questi risultati indicano che i cambiamenti negli eventi vitali e di distribuzione delle specie evidenziano che stiamo vedendo una diffusa riorganizzazione degli ecosistemi marini, con probabili significative ripercussioni sui  servizi che questi ecosistemi forniscono agli esseri umani. Per esempio, alcune delle prede preferite dei  pescatori ricreativi e commerciali sono destinate a ridursi, mentre altre specie, non ancora nell’area,  potrebbero fornire nuove possibilità di pesca».

Anche Christopher Brown, dell’università del Queensland, è rimasto sconcertato dai risultati dello studio: «In generale, l’aria si riscalda più velocemente dell’oceano perché l’aria ha una maggiore capacità di assorbire temperatura. Quindi ci aspettavamo di vedere una risposta più rapida a terra che in mare. Ma abbiamo trovato che per le specie è il contrario. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che gli animali marini sono in grado di spostarsi su normi distanze, o potrebbe essere perché è più facile sfuggire ai cambiamenti di  temperatura a terra dove ci sono colline e valli, piuttosto che sulla superficie piatta dell’oceano».

La ricerca ha esaminato le risposte di moltissime specie,  dal plancton alle piante marine, da predatori come le foche e gli uccelli marini ai grandi pesci. «Una delle cose uniche di questo studio è che abbiamo esaminato ogni cosa –  fa notare Brown – Abbiamo coperto ogni anello della catena alimentare ed abbiamo trovato che, in tutti gli oceani del mondo e in tutti i diversi anelli della catena alimentare, ci sono stati cambiamenti nella vita marina che sono in linea con i cambiamenti climatici».

Sulle specie che non possono continuare a spostarsi verso acque più fredde questo potrebbe avere conseguenze disastrose. Brown su The Guardian fa l’esempio di specie come i cirripedi (nella foto) ed altri molluschi “sedentari” che vivono sulla costa: «In luoghi come la Tasmania, che sono già al limite del loro areale, non c’è più posto per loro dove  andare. Questi si potrebbe potenzialmente perderli».

E’ evidente che con un trend così rapido bisognerà rivedere anche le strategie marine di adattamento al cambiamento climatico, a cominciare dalla pesca che dovrà adeguarsi al mutamento delle specie,  ma come conclude Brown, «La misura di adattamento più ovvia è quella di ridurre le emissioni di gas serra il che rallenterà o ridurrà il tasso di riscaldamento negli oceani, ma per ottenere questo c’è un lungo intervallo di tempo. Quindi, anche se si riducono le emissioni da adesso, tali effetti non saranno visibili per 20 anni o giù di lì». E intanto le creature marine continueranno a fuggire verso i poli.