La percezione del valore della biodiversità e della democrazia nella natura d’Italia

[18 dicembre 2013]

Nel corso della seconda giornata della conferenza sul tema “La natura d’Italia”, dedicata alla green economy, nell’esordio del suo intervento, il presidente di Federparchi, Giampiero Sammuri, mentre rievocava la sua formazione biologica, ha richiamato l’attenzione sulla persistenza della contrapposizione tra l’idea dello sviluppo economico e quella della conservazione della biodiversità, nonostante la diffusa crescita delle aree protette e i più recenti sviluppi della cultura ambientalista.

Egli ha poi posto l’accento sulla differenza tra valori etici e valori reali, accreditando i primi, in particolare, a coloro che hanno  l’opportunità di studiare e di apprendere l’importanza della biodiversità, tale per cui ha sollecitato la creazione di laboratori scientifici alfine di fare emergere una più chiara percezione di tali valori e, nello stesso tempo, dare stimolo alla green economy e al green jobs come innovativi modelli di sviluppo economico. Da par suo, Chiara Braga, nuova responsabile per i temi ambientali del Partito Democratico, ritiene che «possiamo uscire da questa crisi solo puntando a un nuovo modello economico che metta al centro l’obiettivo della sostenibilità ambientale».

Di là di queste dichiarazioni d’intenti,  credo sia opportuno ricordare che il paradigma macroeconomico dominante, di stampo tayloristico, è tenacemente imperniato sulla ricerca ossessiva di produttività, sulla massimizzazione del profitto a breve termine, sulla competizione come mezzo privilegiato, sulla tendenza a  scaricare sulla collettività i costi della produttività, sul collasso repentino  e sulla chiusura di numerose piccole aziende e imprese.  Un paradigma questo che contrasta palesemente con i principi basilari dell’ecologia, una scienza che ha identificato nella cooperazione, non nella competizione, il leit motiv che garantisce la conservazione degli equilibri naturali. In tal senso Fritjof Capra, uno degli intellettuali più importanti e influenti alla frontiera del pensiero scientifico, sociale e filosofico, sostiene che «Essere ecologicamente istruiti significa comprendere i principi di organizzazione delle comunità ecologiche e usare quei principi per creare comunità umane sostenibili». 

Stuart Kauffman, biologo e scienziato di fama mondiale, uno dei principali esponenti del prestigioso Santa Fè Institute , nella sua suggestiva opera “Reinventare il sacro”,  scrive che la nostra società soffre di quattro lacerazioni.  Una prima frattura consiste nella divisione artificiale tra scienze naturali e scienze umane, che «spacca al centro l’integrità della natura umana», per cui  – secondo Kauffman – «la scienza non è l’unica via che conduce alla conoscenza e alla comprensione».  La seconda lacerazione deriva dalla prevalente visione riduzionista della scienza che ci insegna che «il mondo in cui viviamo è un mondo di fatti senza valori». La terza lacerazione riguarda il concetto di spiritualità, ritenuto dagli scienziati laici, «sciocco e discutibile», malgrado la maggior parte degli uomini continui a vivere una vita spirituale articolata e impregnata di significati.  La quarta lacerazione è dovuta alla diffusa privazione di un’etica globale, sia nei credenti sia nei non credenti. Il biologo, quindi, afferma che «nel mondo industrializzato siamo ridotti a consumatori» e, citando il premio Nobel Kenneth Arrow, ricorda che il guru dell’economia mondiale non sapeva come calcolare il «valore» dei parchi nazionali statunitensi e la loro utilità per i consumatori americani.

Allora, prosegue Kauffman «persino nella nostra vita nella natura siamo ridotti a consumatori e i pochi luoghi incontaminati a beni di consumo. Eppure il valore di questi parchi è la vita in sé e la nostra partecipazione alla vita stessa».  Il biologo, quindi afferma che «Aabiamo disperatamente bisogno di un’etica globale che sia più ricca di un semplice interesse di consumatori… Reinventare il sacro vorrà anche dire lenire queste lacerazioni, di cui quasi non ci accorgiamo di soffrire» .

Secondo  un’indagine di Confcommercio per le prossime festività natalizie, a causa del persistere della crisi economica,  rispetto allo scorso anno, gli italiani taglieranno la spesa sull’alimentazione e su altri beni primari. I consumatori, però, non rinunceranno ai prodotti dell’elettronica, tra cui videogiochi,  tablet, cellulari e, in particolare, smartphone di ultima generazione dal costo anche di 700 euro.

Aldo Sacchetti, medico igienista, nel suo libro “Scienza e coscienza” sostiene che «viviamo una crisi di percezione della realtà, crisi prima di tutto della scienza come metodo di conoscenza, che investe non solo il mondo materiale, ma anche la sfera spirituale e morale dell’esistenza. Il vero dramma dell’epoca è l’astrazione inconsapevole di essere tecnicamente mediata. Essa ha sradicato congiuntamente scienza, tecnica, economia, cultura dalla complessa realtà naturale, di cui siamo parte e in cui dovremmo integrarci per necessità, in modo coerente».

Certamente gli attuali detrattori di una genuina cultura della conservazione obietteranno che la grave crisi economica presuppone mediazioni e compromessi, per far fronte alle richieste di occupazione e alle velleità dei territori, incentivando un utilizzo alternativo delle risorse e dei servizi ecosistemici; ma la  crisi non ha solo un sapore economico localistico, essa invece sta evidenziando l’epilogo di un paradigma scientifico, meccanicistico e riduzionista insostenibile, che rischia di sopravvivere -aggravando la crisi in atto – per ambiguità nelle scelte e nelle strategie politiche, tale per cui  le aree protette potrebbero assumere il ruolo di stampella di un sistema globalmente insostenibile e contro natura.

La posta in gioco, pertanto, non riguarda solo l’adozione di un innovativo modello economico,  bensì  l’acquisizione di una nuova visione scientifica della natura e della società, che assuma un moderno paradigma fondato sul pensiero sistemico, sulla complessità dei sistemi viventi e dei sistemi socio-culturali,  sul superamento di una visione riduzionista e meramente materialistica della biodiversità e della natura umana, sull’acquisizione di un’etica globale. Solo così potrà crescere tra i cittadini, la percezione del valore della biodiversità e dell’importanza della conservazione della natura e, di conseguenza, del loro benessere.

Il nobel Ilya Prigogine, nella sua opera “La fine delle certezze” sostiene che «gli antichi greci ci hanno lasciato in eredità due ideali, che hanno guidato la nostra storia: quello dell’intelligibilità della natura e quello della democrazia, fondato sul presupposto della libertà umana, della creatività e della responsabilità. Noi siamo certamente molto lontani dalla realizzazione di questi ideali, ma per lo meno siamo in grado di concludere che non sono contraddittori».

di Aldo Di Benedetto, già direttore Ente Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise