La prima mappa dei mammiferi estinti e viventi del mondo

Uno studio svedese e danese rivela che l’uomo è stato ed è il più grave pericolo per i grandi mammiferi

[9 agosto 2018]

Collegando tutte le specie di mammiferi viventi e recentemente estinte – quasi 6.000 in totale – i ricercatori dell’Università di Aarhus e dell’università di Göteborg hanno realizzato l’albero genealogico e l’atlante dei mammiferi più completi mai prodotti fino ad oggi, ribaltando così molte idee precedenti sui modelli globali della biodiversità.

Ne è  venuto fuori lo studio “PHYLACINE 1.2: The Phylogenetic Atlas of Mammal Macroecology” pubblicato su Ecology e gli autori spiegano che «Mentre altri hanno cercato di mappare gli areali di tutti i mammiferi o di capire il loro albero genealogico,  gli studi precedenti hanno sempre escluso un gruppo cruciale di mammiferi: le specie in estinzione a causa degli esseri umani».

Il  principale autore dello studio, il biologo svedese Søren Faurby dell’università di Göteborg, evidenzia che «Questa è la prima volta che siamo stati in grado di comprendere in modo completo specie estinte come la tigre della Tasmania o il mammut lanoso, nonché di prendere in considerazione in un database così grande le perdite di areale regionale indotte dall’uomo tra le specie esistenti. E questo sta davvero cambiando le nostre convinzioni su ciò che è “naturale” o no. Per indagare sui modelli di biodiversità o per prevedere come i cambiamenti climatici influenzeranno le specie, gli scienziati spesso utilizzano le mappe degli areali delle specie di mammiferi, ma queste mappe sono incomplete perché non mostrano gli intervalli naturali delle specie,  mostrano solo dove si verificano oggi. Molte specie hanno subito una riduzione drastica dei loro areali causata dall’uomo, ad esempio attraverso la caccia eccessiva e la distruzione dell’habitat. Oggi gli orsi bruni possono essere emblematici dell’Alaska o della Russia, ma, prima della caccia diffusa da parte degli umani, il loro areale si estendeva normalmente  dal Messico all’Africa settentrionale. Se vogliamo prevedere come un clima in riscaldamento influenzerà questi orsi, non possiamo lasciare fuori queste aree naturali della loro areale»

I ricercatori dicono che «E’ importante anche includere specie che sono state completamente sterminate» e Matt Davis, un paleontologo danese dell’università di Aarhus e co-leader del team di ricerca, aggiunge: «Se stiamo studiamo i modelli globali di biodiversità, dobbiamo davvero iniziare a prendere in considerazione specie come la tigre della Tasmania che è stata cacciata fino all’estinzione meno di 100 anni fa, un semplice batter d’occhio in un tempo geologico Oggi associamo i grandi mammiferi come gli elefanti e leoni con l’Africa, ma per la maggior parte degli ultimi 30 milioni di anni, i grandi animali vagavano su tutta la Terra. Solo in tempi relativamente recenti gli umani hanno fatto estinguere molti di questi grandi mammiferi, lasciando un mondo di giganti derelitti. Persino una specie come il mammut lanoso, che noi consideriamo preistorica, viveva fino a quando venne costruita la Grande Piramide»,

Mettere insieme un database che includesse ogni specie di mammifero non è stato un compito facile: al  team di ricerca ospitato dall’università di Aarhus ci sono voluti mesi solo per ricucire insieme i dataset e riempire i buchi mancanti nei dati. Alla fine hanno riversato tutto su vecchie mappe e hanno controllato le collezioni museali per vedere dove si possono trovare delle specie allo stato naturale che non avessero subito l’interferenza degli esseri umani moderni. Aggiungere le specie estinte all’albero genealogico dei mammiferi e la ricostruzione dei loro areali e di quelli moderni è stato ancora più difficile. Gli scienziati hanno messo insieme test del DNA e dati provenienti dai fossili trovati in siti di scavo in tutto il mondo e li hanno combinati grazie a un nuovo potente algoritmo informatico per prevedere dove le specie estinte si sarebbero adattate ai mammiferi che vivono ancora oggi.

Il leader del team di ricercatori dell’università di Aarhus, Jens-Christian Svenning, conclude: «Questo ampio database ha già fornito molte prove necessarie per informare le linee di base per il ripristino e per fornire rivalutazioni di molte idee fortemente dibattute in biologia, ma questo è solo l’inizio, Mi aspetto  che anche  altri ricercatori, ambientalisti ed educatori trovino prezioso questo database di facile utilizzo e disponibile pubblicamente. Stiamo già utilizzando il database per quantificare e mappare i deficit di biodiversità indotti dall’uomo e valutare il potenziale di ripristino in tutto il mondo».