La recessione ecologica che non vediamo: biodiversità «è già scesa sotto il livello di guardia»

Nel 58,1% della superficie terrestre, dove vive il 71,4% dell’umanità, la perdita incrina la capacità degli ecosistemi di supportare le società

[18 luglio 2016]

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Rendere visibile il valore della natura, degli ecosistemi e della biodiversità che li alimenta, è compito tutt’altro che banale. Il grande programma internazionale Teeb – The economics of ecosystems and biodiversity ne ha fatto la sua mission da tempo. Due anni fa uno dei padri della moderna economia ecologica, Robert Costanza, guidò un team di ricercatori nella redazione dello studio “Changes in the global value of ecosystem services” stimando (in via prudenziale) il valore dei servizi ecosistemici in 142 trilioni di dollari l’anno, il doppio del Pil globale. Più in generale, il messaggio chiave che tutti questi approcci tentano di mettere in evidenza è sempre lo stesso: i servizi che ci rende – gratis – la natura sono indispensabili alla vita, prima ancora che all’economia, e li stiamo distruggendo. Appello dopo appello, il trend non si è ancora fermato. In compenso i suoi effetti nefasti vanno avanti.

Tanto che nello studio “Has land use pushed terrestrial biodiversity beyond the planetary boundary? A global assessment”, pubblicato in questi giorni su Science, si giunge ad una tragica conclusione. Un team internazionale di ricercatori, guidati da Tim Newbold dell’University college di Londra, ha analizzato i dati relativi a 39.123 specie e 18.659 luoghi sulla Terra raccolti all’interno del Predicts project, osservando che nel 58,1% della superficie terrestre, dove vive il 71,4% dell’umanità, la perdita di biodiversità è tale da compromettere già la capacità degli ecosistemi di sostenere le società umane: perdita dovuta principalmente a cambiamenti nell’uso dei suoli, e pone i livelli di biodiversità al di sotto dei “limiti di sicurezza” dei confini planetari (planetary boundaries).

«I politici si preoccupano molto delle recessioni economiche, ma la recessione ecologica potrebbe avere conseguenze ancora peggiori, e il danno alla biodiversità che abbiamo subito aumenta il rischio che ciò accada – ha commentato Newbold – fino a quando non saremo in grado di invertire il trend, giocheremo a una roulette ecologica. Questa è la prima volta che abbiamo quantificato l’effetto della perdita di habitat sulla biodiversità a livello globale in modo così dettagliato, e abbiamo scoperto che nella maggior parte del mondo la perdita di biodiversità non più entro il limite di sicurezza suggerito dagli ecologisti: i più grandi cambiamenti sono avvenuti in quei luoghi dove la maggior parte delle persone vive (in rosso nella mappa di fianco, ndr), e questo potrebbe influenzare il loro benessere fisico e psicologico. Per farvi fronte, dovremmo preservare le restanti aree di vegetazione naturale e rigenerare i territori utilizzati dagli umani».

Operazione più facile a dirsi che a farsi. «Sappiamo che la perdita di biodiversità interessa la funzionalità dell’ecosistema, ma come questo avvenga – ammette con franchezza Newbold – non è del tutto chiaro. Quello che sappiamo è che in molte parti del mondo ci stiamo avvicinando una situazione in cui potrebbe essere necessario l’intervento umano per sostenere la funzionalità dell’ecosistema». Quella stessa funzionalità che permette agli esseri umani di godere di un ambiente confortevole e predisposto alla vita. Come dovrebbe essere già chiaro da decenni, la prospettiva per l’uomo non può essere quella di abdicare quanto conquistato nei secoli e tornare a vivere sugli alberi, né è quanto chiede ogni ambientalista dotato di buon senso. Ciò non toglie che siamo lungi dall’individuare un punto di equilibrio verso uno sviluppo sostenibile, mentre la risorsa “tempo” si fa sempre più scarsa. Volenti o nolenti non possiamo rifuggire il confronto: far finta che il problema non esista non farà che allontanare la soluzione.