Se trivellate, le torbiere del Parco di Salonga potrebbero rilasciare enormi quantità di CO2 nell'atmosfera

La Repubblica democratica del Congo vuole trivellare petrolio nei parchi nazionali

Gigantesco pozzo di carbonio tra Rdc e Congo Brazzaville. Compensazioni per impedire la deforestazione?

[19 febbraio 2018]

Dopo che i media hanno riferito che il presidente della Repubblica democratica del Congo (Rdc) – il contestatissimo Joseph Kabila che resta aggrappato alla sua poltrona nonostante il suo mandato sia scaduto da molto tempo – ha approvato la trivellazione nel Parc National de la Salonga, la più grande riserva tropicale della foresta pluviale africana, il ministro del petrolio Aime Ngoy Mukena ha difeso il diritto della Rdc a esplorare le risorse petrolifere ovunque nel suo territorio.

Mukena si è rifiutato di confermare quanto rivelato da un’inchiesta del quotidiano tedesco Die Tageszeitung secondo la quale Kabila ha appena concesso l’autorizzazione a trivellare il Parc National de la Salonga, ma ha affermato che «Nessun territorio  dovrebbe essere vietato».

Il problema è che Salonga è patrimonio mondiale dell’Unesco e che si estende su 33.350 km2 nel bacino del Congo, la seconda foresta pluviale più grande del mondo e che ospita specie rare come i bonobo (Pan paniscus), gli elefanti di foresta (Loxodonta cyclotis) e i pavoni del Congo (Afropavo congensis).

Il Parco si estende nella Cuvette Centrale, una grande zona umida con estese torbiere e gli scienziati dicono che se il suo equilibri venisse disturbato dalle trivellazioni e dalle infrastrutture petrolifere potrebbe emettere enormi quantità di anidride carbonicai.

Mukena ha detto alla Reuters che «Il governo è attento alle considerazioni ambientali ma è intento a sviluppare il proprio settore degli idrocarburi. La legge ci permette di (esplorare) in qualsiasi parte del Paese. Quando il petrolio si trova in un’area protetta o in un’area che appartiene all’Unesco, il governo si ferma e riunisce ministri … ed esperti per vedere quale potrebbe essere il pericolo».

La Reuters ha contattato un  portavoce dell’Unesco che però non ha voluto commentare le intenzioni del governo della Rdc, ma il World Heritage Committee dell’Unesco aveva già detto in precedenza che all’interno dei siti del Patrimonio Mondiale non dovrebbero essere realizzate esplorazioni petrolifere e minerarie.

D’altronde, Unesco e associazioni ambientaliste si erano già opposti all’esplorazione petrolifera che la multinazionale britannica Soco International voleva realizzare nel Parc National de Virunga, nell’Est della Rdc  un altro sito del Patrimonio Mondiale, e la compagnia nel 2015 aveva lasciato scadere i permessi dopo aver realizzato i test sismici.

Il Congo Rdc, dove dagli anni ’90 si combatte una (nuova) spietata e intricata guerra per le risorse (che gli africani chiamano la Terza Guerra Mondiale), punta da tempo a incrementare le estrazioni di petrolio e si ritiene che Cuvette Centrale e vicino al confine con l’Uganda ci siano riserve considerevoli, ma la produzione è rimasta piatta a circa 25.000 barili, anche perché la guerra e la guerriglia continuano, come dimostrano i recenti scontri tra soldati del Rwanda e delle Forze armate della Rdc proprio nel Congo orientale.

Intanto la Rdc e la confinante Repubblica del Congo (Brazzaville)  vogliono ottenere dalla comunità internazionale una contropartita finanziaria in cambio della protezione di 145.000 Km2 di torbiere  che si estendono a cavallo dei due Paesi.

Il team di Simon Lewis, dell’università di Leeds, e Greenpeace hanno organizzato una spedizione per scoprire la concentrazione di torba nella regione e spiegano che «La torba è un suolo organico umido composto parzialmente di materiali organici decomposti su un lungo periodo». Secondo Lewis, quello al confine dei due Congo «E’ un pozzo di carbonio. Qui la sorpresa è stata che quel che stimavamo preventivamente potesse essere concentrato in 15, forse al massimo un metro, abbiamo scoperto che è molto di più. Il che vuol dire che in questa regione c’è potenzialmente più stoccaggio di carbonio»

A Lokolama gli scienziati statunitensi e Greenpeace hanno scoperto un pozzo di CO2 che si estende su un’area profonda 6 metri e secondo le prime analisi isotopiche condotte dal team dell’ambientalista e botanica congolese Corneille Ewango, la torba ha iniziato ad accumularsi nella regione più di 10.000 anni fa. «Come scienziato, questa torba per me è oro», commenta Lewis.

La Ewango, de l’Université de Kisangani, aggiunge: «Non solo è più che oro, ma è anche una chance per il clima e l’umanità. Come si può vedere, questa zona svolge un doppio ruolo. La foresta stocca il carbonio e la torba anche. Ora, non c’è torba senza foresta. Quel che voglio dire è che se radete al suolo quest’area, emettete doppiamente CO2 nella natura».

Ma, come dimostrano anche le uscite di Kabila e Mukena sul diritto a trivellare petrolio ovunque, le foreste del Bacino del Congo sono sotto costante pressione. In Asia zone simili sono già scomparse per mano dell’uomo. Nei due Congo oltre agli appetiti delle multinazionali e dei governi c’è anche la miseria che spinge i piccoli agricoltori a deforestare e rimpingua le fila dei boscaioli abusivi al servizio della mafia del legname, Come dicono alcune comunità più avvertite, il loro ruolo di custodi dei pozzi di CO2 avrebbe bisogno di contropartite.

E qui i due governi autoritari di Kinshasa e Brazzaville sembrano stranamente d’accordo: in cambio della salvaguardia delle immense torbiere al loro confine – delle quali fino a poco tempo fa non conoscevano l’esistenza – chiedono una compensazione per i “sacrifici” di chi abita nei dintorni, che dovrebbe rinunciare a coltivare queste terre per non aggravare il riscaldamento globale. Anche se è difficile – a meno di uno stringente controllo internazionale – che queste compensazioni finiscano nelle tasche dei contadini poveri, il mondo ha tutto l’interesse che la deforestazione non distrugga le torbiere del Congo e il petrolio il Parc National de la Salonga. Bisognerà vedere se prevarranno gli interessi del mondo o dei congolesi oppure, ancora una volta, quelli delle multinazionali che sfruttano le risorse e seminano da anni guerra e devastazione naturale e umana.