La ricerca per salvare la biodiversità non viene fatta nei posti giusti

12 studi sulla reintroduzione del cinghiale in Scozia, ma nessuno in Mali, Libia, Afghanistan e Tonga

[30 marzo 2016]

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Secondo lo studio “Conservation Research Is Not Happening Where It Is Most Needed”, pubblicato su PLos Biology da un team guidato da Kerrie Wilson, della School of Biological Sciences  dell’università del Queensland e dell’Australian Research Council Centre of Excellence for Environmental Decisions (CEED), la ricerca  per la conservazione delle specie non viene fatta nei Paesi dove è più necessario, «una situazione che rischia di minare gli sforzi per preservare la biodiversità globale».

Lo studio, al quale  hanno partecipato anche  ricercatori di Biology Centre CAS, università della Boemia del Sud, KPMG Botswana, Leibniz-Institute of Freshwater Ecology and Inland Fisheries, Indonesian Institute of Sciences, Borneo Futures Initiative, ha analizzato più di 10.000 studi scientifici sulla conservazione di oltre 1.000 riviste pubblicate nel 2014 e Wilson sottolinea che «L’analisi ha rivelato che meno ricerca per conservazione è stata intrapresa nei paesi più ricchi di biodiversità del mondo, come l’Indonesia e l’Ecuador».

I ricercatori hanno confrontato i Paesi in cui sono stati fatti questi studi con i Paesi più importanti del mondo per la conservazione della biodiversità e quel che hanno scoperto evidenzia una mancata corrispondenza tra bisogno e sforzo.  I ricercatori fanno l’esempio del  cinghiale di Giava (Sus verrucosus), un suino selvatico dell’Indonesia ad alto rischio di che nel 2014 è stato citato in un solo un documento accademico, molto meno degli studi pubblicati sul cinghiale (Sus scrofa), specie ritenuta invasiva in molte regioni europee, eppure solo la reintroduzione del cinghiale in Scozia ha collezionato 12 studi.

Mentre gli Stati Uniti collezionato più di mille studi sulla biodiversità a rischio, le esigenze di conservazione di paesi come Mali, Libia, Afghanistan e Tonga sono del tutto ignorate. «Sappiamo che questi Paesi sono sotto-studiati, c’è molta  biodiversità che non è stata nemmeno documentata», fa notare Wilson.

Ecuador, Indonesia, Madagascar e Perù – che sono 4 delle 10  nazioni più ricche di biodiversità del mondo –  insieme hanno collezionato solo  254 studi, circa il 3% del totale, solo 5 in più rispetto alla Gran Bretagna, che è notoriamente molto più povera di biodiversità. Alcune zone dell’Ecuador ospitano 100.000 specie di insetti in un solo acro,  più di tutta la biodiversità delle specie del Regno Unito.

«Nel 2014, ricercatori hanno pubblicato solo 16 articoli sulle 4.600 specie di vertebrati in pericolo per la rapida deforestazione in Papua Nuova Guinea – dice Wilson – mentre ci sono state almeno 6  pubblicazioni su una specie inglese:  lo scoiattolo rosso. Se si scava un po’ più in profondità, c’è di peggio». La ricerca sulla biodiversità  condotta nei Paesi che ne avrebbero più bisogno è spesso condotta da scienziati che non vivono in questi Paesi e questi scienziati sono anche sottorappresentati in importanti forum internazionali come l’IUCN. Nessuno dei 16 documenti pubblicati sulla fauna della  Papua Nuova Guinea sono stati redatti da un istituto di ricerca locale, solo il 22% degli studi sulla biodiversità a rischi in Equador sono stati scritti da equadoregni, mentre i ricercatori malgasci hanno contribuito a solo il 14% degli studi locali, i peruviani al 10% e i panamensi al 5%. In confronto, il 93% della icerca sulla biodiversità Usa è stata fatta da scienziati statunitensi, il 94% di quella in Australia da australiani e il 7/% do quella nel Regno Unito da britannici.

«Questo si aggiunge ad una polarizzazione diffusa nel campo della scienza della conservazione . dice Wilson – Se la ricerca è polarizzato lontano dalle aree più importanti per la conservazione della biodiversità, allora questo accentuerà gli effetti della crisi globale della biodiversità e ridurrà la nostra capacità di proteggere e gestire gli ecosistemi naturali che sono alla base del benessere umano. I pregiudizi nella scienza della conservazione minano anche la nostra capacità di raggiungere il target 19 della Convention on Biodiversity (CBD)». Il Target 19 prevede che, «Entro il 2020 le conoscenze, la base scientifica e le tecnologie relative alla biodiversità, al suo valore, al suo funzionamento, al suo status ed ai suoi trend, così come le conseguenze della sua perdita, sono migliorate, ampiamente condivise e trasferite ed applicate».

Wilson spiega che lo studio sulle tendenze editoriali della letteratura scientifica sulla conservazione delle specie «Suggerisce che, se questi pregiudizi non verranno affrontati, non raggiungeremo questo obiettivo» e il team di ricercatori sostiene che è necessaria una gamma di soluzioni, comprese la riforma delle politiche per l’open access, il miglioramento delle strategie di comunicazione della scienza, il cambiamento delle pratiche per l’attriv buzione degli studi agli autori, il miglioramento della rappresentanza nei processi internazionali e il rafforzamento delle infrastrutture e delle risorse umane per la ricerca nei Paesi in cui è più necessario.

Wilson conclude: «Non cambieremo la situazione semplicemente ignorandola. I ricercatori devono esaminare le loro agende e concentrarsi sulle aree che hanno maggiori necessità».