La stagionalità del clima favorisce o limita le specie invasive. Il caso del parrocchetto dal collare

La similitudine climatica può influenzare il successo dell’insediamento di specie invasive

[5 giugno 2017]

La similitudine climatica favorisce l’invasione biologica, però anche la coincidenza tra la stagionalità nell’area invasa  e i momenti chiave del ciclo di vita dell’invasore influiscono sul risultato dell’introduzione delle specie. Tuttavia, gli effetti fenologici sul successo dell’invasione sono stati generalmente ovviati ». E’ quanto emerge dallo studio “Reproductive timing as a constraint on invasion success in the Ring-necked parakeet (Psittacula krameri)” pubblicato  recentemente su  Biological Invasions da un team internazionale di ricercatori al quale hanno partecipato anche gli italiani  Emiliano Mori, del dipartimento di scienze della vita dell’università degli studi di Siena, e Mattia Menchetti, del dipartimento di biologia dell’università di Firenze.

Ricercatori spiegano di aver studiato se una mancata corrispondenza fenologica limita la distribuzione in Europa di una specie invasiva di successo a livello mondiale: il parrocchetto dal collare (Psittacula krameri) e fanno notare che «Considerando le latitudini dove i parrocchetti si sono insediati in tutta Europa, si sono riprodotti  prima del previsto, se confrontato con le date nella loro zona di riproduzione originaria in Asia». Inoltre, se si confrontano le date nidificazione delle popolazioni europee con quelle dei parrocchetti dell’area originaria in  Asia, con cinque specie di uccelli autoctoni che si riproducono in Europa e l’inizio della stagione di allevamento, si osserva che per quattro delle specie autoctone «la discrepanza tra la fenologia attesa della riproduzione e quanto osservato è maggiore nel nord Europa. In queste popolazioni nordiche, questo intervallo di tempo sembra avere effetti negativi, rispetto alla media, sui tassi di successo della cova e la crescita della popolazione negli anni che sono più freddi».

Il team di ricerca internazionale sottolinea che «Questa mancata corrispondenza fenologica può anche spiegare perché i parrocchetti delle popolazioni africane (che hanno più probabilità di riprodursi in autunno) sono stati meno invasivi rispetto a quelli dell’Asia» e concludono che queste evidenze «Supporta l’ipotesi che la fenologia riproduttiva del parrocchetto dal collare può essere un fattore limitante per il loro insediamento  ed espansione in aree con climi più freddi. I risultati forniscono ulteriore supporto all’ipotesi che la coincidenza tra la stagionalità del clima e il momento della riproduzione (o altri eventi importanti del ciclo di vita) può influenzare il successo dell’insediamento, il potenziale invasivo e l’areale di distribuzione di specie non indigene introdotte».

Secondo Menchetti,  lo studio «E’ molto interessante,  io ed Emiliano  Mori abbiamo collaborato all’interno del progetto COST ParrotNet», finanziato dall’European cooperation in science & technology (Cost) per creare una rete di ricercatori che puntano a studiare e comprendere l’impatto dei pappagalli introdotti dall’uomo fuori dal loro areale nativo.

Lo staff di Cost spiega che « Il parrocchetto dal collare è elencato tra le prime 100 specie aliene peggiori in Europa e dagli anni ’70 si è rapidamente stabilito in oltre 100 città in tutto il continente e oltre. Hanno cominciato a porre problemi nelle aree urbane e rurali, come disturbi agli esseri umani (tra cui la potenziale trasmissione di malattie agli animali e agli esseri umani), la competizione con la fauna nativa e, sempre più, come parassiti agricoli, spingendo già a cambiamenti nelle politiche nazionali».

L’altra cosa preoccupante riguarda proprio la connessione tra invasione dei parrocchetti dal collare e il cambiamento climatico: «Le pratiche agricole che si adattano al cambiamento climatico globale e a un’Europa più calda – evidenziano al Cost  – facilitano la continua espansione delle popolazioni parrocchetto, amplificando i problemi che i parrocchetti pongono per l’agro-economia europea».

I ricercatori europei ricordano che «Più in generale,  un punto di vista temporale, spaziale e sociale di invasione biologica è fondamentale per affrontare, capire e risolvere il “problema delle specie aliene”, ma è carente. Questa azione contribuirà 1. a capire meglio il motivo per cui alcune specie come parrocchetti sono invasori di grande successo, 2.  ad armonizzare le metodologie per prevedere gli impatti agricoli, economici, sociali ed ecologici in tutta Europa, ed i mezzi per mitigarli, 3 a  creare un European Monitoring Centre virtuale per tutte le specie di pappagalli invasive, 4. Di trasmettere i  risultati alla politica e alla società».

Un progetto in linea con le raccomandazioni sulle specie invasive contenute nella  strategia per la biodiversità Ue 2020, nella Convention on biological diversity e nella Carta di Siracusa, firmata dai ministri dell’ambiente dell’allora G8.