Nasce il RIS dei lupi

La strage di lupi in Italia: in due anni 115 uccisi

Le cause: da bracconieri, veleno, lacci, auto. Il triste record della Toscana

[28 dicembre 2015]

Lupi RIS 1

I lupi sono tornati a vivere in diverse regioni degli Appennini e delle Alpi ma, secondo i dati sono resi noti dal Parco Nazionale della Majella e da Legambiente a due anni dalla conclusione del progetto Life Wolfnet, sono nuovamente bersaglio di gravi atti di bracconaggio: «Nel triennio 2013-15 in Italia sono stati trovati morti per cause non naturali ben 115 lupi, più del 40% dei quali ucciso con armi da fuoco (24,3%), avvelenato (10,5%) o torturato con i lacci (6%). Il restante 45,6% dei decessi è per investimento stradale, una causa comunque imputabile alle attività dell’uomo, il 13,2 per motivi incerti e meno dell’1% per aggressione da parte di altri canidi».

Life Wolfnet, fra le varie azioni  di tutela del lupo aveva lo scopo di rilanciare le attività dei “RIS dei lupi”, delle squadre specializzate composte da veterinari, biologi e forestali  capaci di analizzare i casi di decesso di lupi, così da stabilirne con certezza le cause, avere maggiori elementi per accertare i colpevoli e mettere in campo le necessarie azioni di contrasto, e ora sottolinea che quella in atto è «Una vera e propria persecuzione, alimentata da castelli di false credenze e pregiudizi, a danno di una specie importantissima della nostra fauna selvatica, che invece proprio grazie alle azioni di tutela portate avanti nei Parchi dagli anni ’70 ad oggi sta uscendo dal rischio di estinzione e si stima che in Appennino abbia una popolazione di circa 1.500 esemplari». Simone Angelucci, veterinario del Parco della Majella. Spiega che «Tra le cause di mortalità dei lupi, una delle più diffuse, ma anche difficili da affrontare, dal punto di vista delle indagini forensi è la morte provocata da arma da fuoco. Da pochi giorni si è concluso un corso di formazione per gruppi operativi specialistici, quelli che abbiamo chiamato i “RIS dei lupi”. Si  è trattato di una formazione specialistica in armi da fuoco, balistica e fauna selvatica che ha visto la partecipazione di circa 100 addetti ai lavori, tra agenti del Corpo Forestale dello Stato, veterinari e biologi dei cinque Parchi Nazionali partner del progetto Wolfnet 2.0, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e svoltosi anche con la collaborazione del Centro di Referenza per la Medicina Forense Veterinaria di Grosseto. I RIS della fauna selvatica hanno intrapreso ora un percorso specialistico per una delle cause di mortalità illegale del lupo che rappresenta, almeno potenzialmente, una minaccia diretta, o almeno espressamente rivolta alla persecuzione della specie».

A guidare la triste classifica della strage di questi magnifici carnivori è la Toscana con 22 lupi uccisi negli ultimi tre anni (ben 10 per arma da fuoco), seguono il Piemonte e l’Abruzzo con 18 casi ciascuno, anche se per il Piemonte si tratta soprattutto di incidenti stradali.

Per Antonio Nicoletti, responsabile aree protette  di Legambiente, «E’ importante evidenziare che le cause di decesso dei lupi, se si escludono quelle accidentali come gli investimenti stradali, sono riconducibili ad azioni illegali e di bracconaggio, reati punibili per legge, tanto più inaccettabili se si considerano gli sforzi fatti dal nostro paese dal sistema dei Parchi e delle aree protette nel campo della ricerca e della conservazione per consentire che questo predatore, essenziale per ristabilire gli equilibri naturali, ritornasse a popolare i nostri territori. Non è raro, inoltre, che in alcune zone i lupi siano stati uccisi dai bocconi avvelenati rilasciati nelle tartufaie, una pratica barbara per colpire i cani dei competitori che stermina senza distinzione anche la fauna selvatica, lupi compresi. E’ perciò quanto mai urgente mettere in campo tutte le contromisure necessarie per fermare questo fenomeno e ridurre il conflitto tra presenza del lupo e attività umane. I Parchi aderenti al Progetto Wolfnet 2.0 hanno rilanciato una strategia condivisa sulla gestione del lupo, già scritta nella “Carta di Sulmona”, documento sottoscritto due anni fa dai più importanti enti gestori d’Italia nel quale si delineano le priorità per favorire una giusta convivenza tra lupo e attività antropiche, con gli opportuni adattamenti territoriali, ma senza mai allontanarsi dalla conoscenza tecnico-scientifica, che è la base per l’attuazione delle migliori pratiche di gestione che, nel nostro Paese, in alcuni casi, abbiamo saputo elaborare ed esportare».

Franco Iezzi, presidente del Parco della Majella, conclude: «Il primo passo fondamentale è quello di mettere in campo un’azione trasparenza capace di migliorare la conoscenza sulla reale diffusione ed espansione del lupo in Italia, cominciando a smantellare leggende ancora molto diffuse e radicate, soprattutto nei territori dove il conflitto con l’uomo è più aspro, che ancor oggi insinuano che il lupo sia stato reintrodotto con rilasci di esemplari nelle aree protette. Il lupo non è mai stato reintrodotto, il ripopolamento è avvenuto per cause “naturali”, perché se ne è vietata la caccia e i parchi ne hanno tutelato la presenza. Un altro aspetto che è importante evidenziare è quello sul reale impatto e sui danni provocati dal lupo alle attività umane e al bestiame: c’è bisogno di un approccio attento e professionale, teso alla reale conoscenza del fenomeno e a supportare con concretezza gli allevatori che, in alcune zone, risentono degli effetti della presenza del lupo».