La vita, gli studi e il lavoro di un giovane ricercatore italiano in Nuova Zelanda

L’idea di grande progetto per la salvaguardia dell’ambiente marino italiano con Conservation International e Legambiente

[7 novembre 2016]

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Luca Mori, 26 anni, viene da Viadana (Mn), ma anche forti legami con l’Isola d’Elba, dove suo padre è un noto ristoratore, e probabilmente non avrebbe mai pensato di finire dall’altra parte del pianeta, esattamente agli antipodi, in Nuova Zelanda, a lavorare con una delle più grosse Ong ambientaliste internazionali.

Ecco come ci ha raccontato la sua esperienza, comune a molti nostri giovani di talento, il suo impegno con Conservation International e la sua voglia di ritornare e lavorare per l’ambiente del suo Paese:

 

Dopo aver completato la mia triennale in Scienze Naturali all’ Universita’ di Bologna nel 2013, ho incominciato a pensare a cosa fare. La biologia marina e la conservazione marina sono sempre state le mie grandi passioni sin da quando ero molto giovane. Dopo aver parlato con professori e persone che lavoravano nell’ambiente marino, la prospettiva di proseguire gli studi in Italia non era molto allettante, perché il quadro che descrivevano per un futuro professionale nel mio Paese era terribile e tutti consigliavano di andare all’estero. La Nuova Zelanda è sempre stata il mio sogno e l’idea di diventare biologo marino in un posto cosi fantastico era elettrizzante. Il costo dell’Università in NZ è meno proibitivo rispetto per esempio agli Stati Uniti e Australia, quindi decisi di prendere il TOEFL  in Italia (il certificato di lingua inglese che e’ obbligatorio per iscriversi a qualsiasi Universita’ in lingua inglese) e partii per la Nuova Zelanda.

Arrivai ad Auckland il primo Agosto 2014 con un working holiday visa (che è abbastanza facile da prendere) e incominciai a lavorare in un pub locale, perché l’università sarebbe cominciata a marzo 2015 e cosi avrei avuto la possibilità di affinare il mio inglese, mettere via un po’ di soldi e viaggiare un po’.

La laurea specialistica in NZ é strutturata in due parti: il primo anno è il Postgraduate Diploma ed è caratterizzato da lezioni in classe ed esami (le materie possono essere scelte da una lunga lista, quindi si ha la possibilità di specializzarsi in quello che si vuole. Io, ad esempio, ho scelto materie inerenti più a Management e Conservazione dell’ambiente marino invece che a biologia in senso stretto). Finito il primo anno, uno studente può fermarsi e riceve una laurea, che è il Postgraduate Diploma in Marine Science (penso sia l’equivalente della nostra specialistica, ma non lo sò per certo; infatti nemmeno il direttore della mia Facoltà è riuscito a spiegarmi la differenza). Il secondo anno  è il Master in Marine Science che consiste nell’ elaborazione della Tesi, quindi si ha un anno di tempo per condurre una ricerca e scrivere la tesi su quella.

Alla fine del mio primo anno, durante una lezione sulle aree protette marine, venne a parlare alla classe la direttrice di Conservation International (CI) New Zealand, Sue Taei. Lo stesso giorno le mandai una mail dicendole che ero molto interessato ad una carriera nella conservazione marina e che a breve avrei finito il mio Postgraduate Diploma. Dopo innumerevoli incontri con lei, in cui ci siamo conosciuti meglio, le dimostrai la mia passione per l’ambiente marino e abbiamo scambiato idee su progetti futuri; mi propose di entrare a far parte di Conservation International come Intern pagato e contemporaneamente fare il Master in Marine Science attraverso una borsa di studio data da CI (University of Auckland e CI hanno stretto una collaborazione nel 2014 e infatti il nostro ufficio é ospitato nell’Istituto di scienze marine dell’Università di Auckland e io sono stato il primo studente assunto da CI attraverso questa collaborazione).

Il primo Marzo 2016 incominciai quindi il mio Master in Marine Science e il mio lavoro a CI. La mia tesi dal titolo “Mapping Marine Ecosystem Services to transmit the value of the open ocean: New Zealand’s Exclusive Economic Zone as a case study” riguarda la mappatura dei servizi ecosistematici nell’oceano aperto, ossia individuare le zone in cui l’ecosistema marino riesce a creare servizi e benefici per il benessere dell’essere umano attraverso solo i suoi processi naturali. Le mappe potranno aiutare ad identificare aree che sono importanti per la funzionalità e la vitalità dell’ecosistema marino e quindi conservarle. Il problema di creare chiari piani di management per l’ambiente marino deriva dalla mancanza di dati e dall’incertezza riguardante il vero funzionamento ecologico dell oceano, specialmente del mare aperto.

Per superare questi problemi, io e i miei supervisori applichiamo un approccio chiamato “Ecosystem Principle Approach (EPA)”, che usa principi ecologici accettati dalla comunità scientifica al fine di trovare gli aspetti ecologici che permettono all’ambiente marino di produrre servizi ecosistematici. In questo modo, si riduce l’incertezza e il problema della mancanza di dati al fine di identificare aree di grande importanza funzionale per l’ecosistema marino ed iniziare quindi una chiara elaborazione di progetti di management per la salvaguardia dell’ambiente marino. I miei supervisori sono Carolyn Lundquist (Scienziata Principale all’Istituto Nazionale Atmosferico e Acquatico della Nuova Zelanda (NIWA)), Simon Thrush (Direttore dell’Istituto di Scienze Marine dell’Universita’ di Auckland) e Sue Taei (Direttrice di CI New Zealand e direttrice esecutiva del Pacific Oceanscape Programme).

All’ufficio di CI, lavoro al fianco della mia collega e supervisora Olive Andrews (Manager del programma marino di Pacific Oceanscape) con cui ho prodotto una revisione globale, che stiamo per pubblicare su un giornale scientifico, su come gli Stati nel mondo gestiscono il proprio dominio marino, ossia il Mare Territoriale (dalla costa alle 12 miglia nautiche) e la Zona Esclusiva Economica (dalle 12 miglia nautiche alle 200 miglia nautiche).

Questa revisione fa parte del progetto “whole domain” management (quindi gestione integrata di ambiente terrestre, costiero e marino) a cui partecipano anche l’ufficio centrale di CI a Washington e la divisione Asia-Pacific di CI. Abbiamo presentato questo progetto attraverso un workshop organizzato da noi tenutosi a Brisbane a Luglio 2016 durante il Convegno della Society for Conservation Biology. Oltre a questo, assisto anche altri progetti del Pacific Oceanscape Programme (tutte le isole Pacifiche) e a Dicembre andrò alle Fiji per analizzare la possibilità di applicare il “whole domain” management a livello nazionale e/o regionale, poi a Samoa in Febbraio per fare la stessa cosa.

A fine Febbraio finirò il mio Master e il mio contratto con CI. Quello che vorrei per il mio futuro sarebbe l’opportunità di applicare nel mio Paese quello che ho imparato qui. L’Italia avrebbe bisogno di una gestione concreta del suo incredibile ambiente marino e gli impatti ambientali sempre più intensi e frequenti a cui è soggetto, ci costringono ad agire il piu’ presto possibile se non vogliamo perdere questo immenso patrimonio naturalistico su cui abbiamo immense responsabilità.

L’idea di una collaborazione tra un’organizzazione globale come Conservation International e un’organizzazione nazionale come Legambiente potrebbe essere l’inizio di un grande progetto per la salvaguardia dell’ambiente marino italiano, partendo dalla gestione di aree incredibilmente importanti a livello internazionale come l’Arcipelago Toscano nell’ambito dell’area Mediterranea.

di Luca Mori, per greenreport.it