Land grabbing in Etiopia: scontri tra l’esercito e gli Hamar. Un massacro nella Valle dell’Omo?

Appello di Survival al governo italiano: «Non siate complici di una catastrofe umanitaria»

[9 giugno 2015]

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Survival International, l’associazione internazionale che difende i diritti dei popoli indigeni, è preoccupata per le notizie che giungono dalla Valle dell’Omo, in Etiopia, dove, secondo alcune fonti, violenti scontri armati tra l’esercito di Addis Abeba e pastori dell’etnia Hamar avrebbero causato la morte di decine di persone.
Survival spiega che, come le altre tribù della bassa valle dell’Omo, gli Hamar, «sono vittime di una politica governativa detta “villagizzazione”. Vengono sfrattati e trasferiti in villaggi ai margini delle strade senza il loro consenso, e le loro terre da pascolo ancestrali vengono svendute agli investitori per farne piantagioni commerciali. In alcune aree della bassa valle dell’Omo, questi accaparramenti di terra hanno già ridotto alla fame molte famiglie. Le tensioni sono cresciute a seguito di questi sfratti e, alla fine di maggio, gli Hamar sarebbero stati attaccati dai soldati con mortai e armi semi-automatiche. A causa dell’oscuramento delle notizie imposto dal governo è impossibile determinare il numero preciso delle vittime, ma un esperto ha descritto quanto successo come un “massacro”».
Secondo diversi osservatori, ad innescare le ultime violenze sarebbero state anche le mancate indagini sullo stupro di alcune ragazze hamar da parte di funzionari governativi locali, e all’incriminazione di alcuni hamar accusati di aver cacciato nella loro terra ancestrale. Survival sottoliena che «Da diversi anni gli sfratti nella bassa valle dell’Omo sono accompagnati da altre gravi violazioni dei diritti umani, come pestaggi, stupri e arresti arbitrari», mentre un rifugiato hamar ha detto all’Ong che «Il governo ci ha detto che se non li asseconderemo, saremo sgozzati in pubblico come capre».
I soldati etiopi sarebbero ancora nella valle dell’Omo e starebbero minacciando due altre popolazioni autoctone, i Mursi e i Bodi, che vivono vicino agli Hamar. «Ci dicono che ci uccideranno. Piangiamo molto; piangiamo per noi stessi» ha detto un indigeno. Quello che è certo è che il land grabbing nella valle dell’Omo procede in maniera violenta: «Le mandrie degli indigeni sono state confiscate, i granai distrutti, e alle comunità è stato intimato di abbandonare case e villaggi per trasferirsi in campi di reinsediamento governativi», denunciava già più di un anno fa Survival.
Nell’agosto 2014, dopo una campagna di Survival contro il land grabbing in Etiopia per realizzare piantagioni di cotone, olio di palma e canna da zucchero nelle terre tribali e nelle aree protette come il Parco nazionale Mago, i principali donatori internazionali di aiuti all’Etiopia hanno visitato la Valle dell’Omo, ma «A tutt’oggi, tuttavia, non hanno ancora pubblicato alcun rapporto sulla loro indagine, nonostante le richieste formali inoltrate da Survival all’Unione Europea e ai governi britannico e statunitense».
Ma per quanto succede ormai da anni nella Valle dell’Omo Survival se la prende anche con l’Italia: «La Cooperazione italiana mantiene da anni un rapporto privilegiato con l’Etiopia, che recentemente è stata riconfermata come uno dei Paesi prioritari per il triennio 2013-2015, con un raddoppio dei fondi stanziati rispetto al triennio precedente pari a 99 milioni di euro». Inoltre, «In quanto membro del DAG (Gruppo d’Assistenza allo Sviluppo), l’Italia contribuisce al Programma per la Promozione di Servizi di Base (PBS) dell’Etiopia insieme, tra gli altri, a Unione Europea, Banca Africana di Sviluppo e Banca Mondiale. Recentemente ha aperto un Bando per l’assegnazione di 500.000 euro finalizzati al “miglioramento delle condizioni di vita della popolazione” nel sud dell’Etiopia, valle dell’Omo inclusa».
Per questo l’Ong che difende i popoli autoctoni sollecita i suoi sostenitori a scrivere al nostro ministero degli esteri «per scongiurare qualsiasi forma di complicità nella catastrofe umanitaria che incombe nella Valle dell’Omo», e per chiedere che la concessione di aiuti italiani «sia subordinata al rispetto dei diritti dei popoli indigeni e all’interruzione degli sfratti da parte delle autorità etiopi».