Le Aree marine protette no-take fanno bene alla Grande Barriera Corallina e alla pesca

Le riserve integrali favoriscono la ripresa di specie commercialmente importanti

[27 marzo 2015]

L’Australia sembra aver affrontato con successo almeno uno dei problemi che minacciano la Grande Barriera corallina: la pesca. Infatti, lo studio “Expectations and Outcomes of Reserve Network Performance following Re-zoning of the Great Barrier Reef Marine Park”, pubblicato da un team di ricercatori australiani su Current Biology, l’ampliamento di una serie di riserve integrali nella Grande Barriera corallina ha portato a sostanziali aumenti degli stock di cernie coralli. I ricercatori ricordano che «Reti di riserve marine no-take (Networks of no-take marine reserves – NTMRs) vengono ampiamente sostenute per conservare gli stock ittici sfruttati e per la conservazione della biodiversità». Lo studio, attraverso indagini visive subacquee dei pesci e delle comunità bentoniche della barriera corallina ha cercato di quantificare gli effetti ecologici a breve-medio termine (da 5 a 30 anni) della istituzione di NTMRs all’interno del Great Barrier Reef Marine Park (GBRMP) ed ha scoperto che «La densità, la lunghezza media e la biomassa della principale specie ittica pescata, la cernia corallina( Plectropomus spp., Variola spp.), sono stati sempre maggiori nelle NTMRs che sul reef dove si pesca, sia a breve che a medio termine».

Nelle “green zones”, la biomassa delle cernie del corallo è più che raddoppiato dagli anni ’80 rispetto alle “‘blue zones”, dove si pesca, e questo in particolare dopo la  “ri-zonazione” del 2004 all’interno del GBRMP: Questi e altri cambiamenti individuati dalla studio dimostrano che le “green zones” no-take contribuiscono alla salute della Grande Barriera Corallina e che approcci simili possono essere utili per le barriere coralline di tutto il mondo.

Lo studio fa parte di un progetto congiunto di Australian Institute of Marine Science (Aims) ed ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies della James Cook University e si avvale di una mole impressionante di informazioni provenienti da ricerche sottomarine effettuate dal 1983 al 2012, su reef sparsi su circa 150.000 km2, più del  40% del Parco Marino. La nuova zonazione del GBRMP nel 2004 ha ampliato le “green zones” – chiamate così per il colore che hanno sulla cartografia –, le aree marine protette no-take  dove è vietata la pesca, che ora coprono circa un terzo della superficie totale del Parco. Prima le zone no-take erano meno del 5% del parco.

Lo studio ha dimostrato che reti di riserve marine no-takedove non si può pescare ma si possono fare tutte le altre attività sostenibili, comprese le immersioni subacqueestanno producendo aumenti di popolazione su larga scala per la cernia corallina, la principale specie bersaglio sia per la pesca professionale che per quella sportiva. Inoltre, le “green zones” hanno permesso la sopravvivenza di un numero maggiore di grandi cernie mature e riproduttive anche dopo che la Grande Barriera Corallina è stata investita e fortemente danneggiata dal ciclone tropicale Hamish del 2009.  I ricercatori australiani dicono che «I risultati forniscono prove convincenti che una protezione efficace all’interno delle reti di green zones dei reef può svolgere un ruolo fondamentale nella conservazione della biodiversità marina e nel migliorare la sostenibilità delle popolazioni ittiche bersaglio».

Il principale autore dello studio, Michael Emslie dell’Aims, sottolinea: «E’ incoraggiante sapere che le green zones funzionano come ci aspettavamo. Tra le barriere coralline di tutto il mondo, la pesca sulla Grande Barriera Corallina è relativamente leggera, ma ha comunque ridotto il numero e la dimensione media delle poche specie di pesci che vengono prese dai pescatori. I dati dagli anni ‘80 dimostrano che le green zones sono state efficaci nel ristabilire il numero della trota corallina ai livelli precedenti».

Uno degli autori della ricerca, David Williamson, un co-autore dell’ARC, spiega: «Ci aspettavamo di vedere alcuni cali della biomassa della cernia corallina sulle barriere rimaste aperte alla pesca dopo il “rezoning”, a causa della maggiore concentrazione dello sforzo di pesca su tali barriere, il cosiddetto “squeeze effect”. Invece abbiamo scoperto che la biomassa della cernia corallina è rimasta stabile sui reef dove si pesca nelle aree chenon hanno subito l’impatto del ciclone Hamish, mentre è aumentata in modo significativo sui reef della green zone. In ultima analisi, hanno portato ad un aumento complessivo della biomassa di cernia  corallina in quelle regioni. E’ un risultato molto positivo sia per il pesce che per la pesca».

Lo studio suggerisce che il Piano del Great Barrier Reef Marine Park messo in atto negli anni ‘80 abbia cominciato a migliorare gli stock ittici, ma che l’ampliamento della protezione no-take nel 2004 abbia notevolmente migliorato la situazione.

Un altro degli autori della ricerca, Hugh Sweatman , anche lui dell’Aims, conclude: «Il Great Barrier Reef Marine Park dell’Australia è considerato in tutto il mondo un punto di riferimento per le reti di riserve su larga scala. A differenza di molti luoghi in cui si trovano le barriere coralline, l’Australia è un paese sviluppato dove la pesca è abbastanza chiara e ben regolata. Eppure anche qui vediamo gli effetti evidenti della pesca. I benefici della riserve no-take riserve sarebbe molto più evidente in aree nelle quali grandi popolazioni costiere dipendono dalle  barriere per il loro cibo quotidiano, quindi la pesca è più intensa e viene preso di tutto. I dettagli dei nostri risultati suggeriscono che le reti di riserve no-take efficacemente protette aiuteranno i pesci del reef ad affrontare alcuni degli stress presenti e futuri e aiutano a mantenere le popolazioni di pesci della barriera corallina così come li conosciamo».

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