Le caprette di Palmaria e la scienza che non riesce a farsi capire

[14 novembre 2016]

Ha fatto scalpore  il servizio di Striscia la Notizia dedicato alle capre dell’isola di Palmaria, per le quali si sono spesi anche personaggi noti.

Per chi ancora non lo sapesse, a Palmaria la capra è stata introdotta dall’uomo; è quindi un animale alloctono per l’ecosistema isolano, che non avendo predatori esercita una forte pressione sulla flora locale e indirettamente sugli animali che da quelle piante dipendono. Palmaria è anche patrimonio UNESCO: se vi è stato errore umano nell’introdurre una specie che rischia di compromettere un patrimonio pubblico unico al mondo, è giusto che l’uomo si rimbocchi le maniche e rimedi al suo errore.

Le polemiche cominciano quando si parla di “come” rimediare: abbattimenti, catture e trasporto sul continente, adozioni… A fare queste valutazioni sono chiamati fior di professionisti, che mettono a frutto anni di studi e di esperienze sul campo. La migliore strategia viene scelta in base al rapporto tra costo (economico e logistico) e beneficio (rimozione), come qualunque altra scelta manageriale in qualunque altro settore. Non ha quindi senso logico sindacare su argomenti per i quali esistono già specialisti che elaborano al posto nostro, e che hanno le competenze necessarie per agire secondo il bene pubblico.

Quel che fa riflettere è come l’emotività pervada ormai ogni ganglio della nostra società industrializzata, anche quando servirebbe un ragionamento razionale e logico per gestire correttamente un patrimonio come quello ambientale.

Viviamo costantemente lontani dal mondo della natura (chi sa oggi cosa è il sovescio? O che cos’è un Tritone crestato?) ma siamo pronti a improvvisarci animalisti quando vediamo “minacciati” animali che suscitano in noi empatia perché film, cartoni animali e libri ce li presentano come meritevoli di affetto. Quanti si schiererebbero a favore di un cucciolo di volpe? Quanti a favore della Salamandrina dagli occhiali? Eppure proprio gli animali più “selvatici” e lontani dalla nostra iconografia edulcolorata, sono quelli che spesso fungono da nodo cardine negli ecosistemi in tutto il mondo: insetti, anfibi, rettili… Organismi che l’animalismo generalmente non prende in considerazione, proprio perché agisce spinto dall’onda emotiva e non dal ragionamento logico. La nostra immagine della natura è finta e plastificata come la società che l’ha prodotta.

Il professionista dell’ambiente dovrebbe quindi fungere da mediatore tra l’emotività della società di massa e la scienza logica della quale è portavoce (ecologia). Questo processo molto frequentemente fallisce, ed ogni volta acquistano credibilità personaggi che con il mondo professionale hanno poco o nulla a che vedere; vediamo quindi critici d’arte parlare di ecologia. Fermo restando che per il progresso qualunque contributo è sempre fondamentale, è evidente che nel campo ambientale più che altrove la credibilità dei professionisti viene ritenuta discutibile, a vantaggio di qualunque predicatore pronto a cavalcare l’onda emotiva.

La “tara” è secondo me da ricercare nella cronica incapacità del mondo scientifico di utilizzare i mezzi e le modalità di comunicazione tipiche del proprio tempo (oggi social network, Instagram, Snapchat, e via dicendo) a vantaggio di linguaggi e modi altamente specialistici, e quindi incomprensibili alla massa. Secoli fa era il latino, oggi è l’inglese tecnico-scientifico e la statistica. Fino a quanto non inizieremo seriamente ad utilizzare un linguaggio più semplice, diretto e accattivante per comunicare sulle tematiche ambientali, facendo ricorso a spot pubblicitari, GIF, MEME, campagne social virali, professionisti del marketing ben pagati, e tutto quello che la massa di oggi è abituata a usare, avremo sempre il giornalista di turno che ci farà lo sgambetto.

Proprio la Scienza, che si è sempre schierata a favore del cambiamento e dell’evoluzione, rischia ora di arenarsi su posizioni statiche ed elitaristiche.

di Andrea Vannini, biologo ambientale