Le Isole Salomone liberano i delfini destinati alla cattività (VIDEO)

I difensori dei delfini: il blitz è un pugno nello stomaco per i cinesi e per altri delfinari

[14 novembre 2016]

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Il 31 ottobre, Francis Pituvaka, responsabile comunicazione del ministero della pesca e delle risorse marine, ha annunciato che «In una oprazione congiunta, che ha coinvolto il ministero della pesca,  Marine Resources compliance officers e la Royal Solomon Islands police force, durante il weekend ha portato lease alla liberazione di 27 delfini dalle gabbie galleggianti a Mbungana, Central Islands Province. Questa operazione è stato avviato dal ministero della pesca a seguito di segnalazioni che un certo operatore era proprietario di un numero di delfini catturati, nelle gabbie galleggianti a Mbungana, in violazione del Fisheries Management Act del 2015».

Ferral Lasi, acting permanent secretary del ministero della pesca, ha confermato il raid dicendo che «Il Ministero competente deve fare il suo dovere, che comprende l’applicazione del the Fisheries Management Act 2015 , specificatamente  la Fisheries (Dolphin Export Ban) Regulation 2013». Infatti, la legge delle Isole Salomone vieta qualsiasi esportazione di delfini e il governo di Honiara dice che qualsiasi persona che cattura per la vendere o mantenere in cattività per la vendere o esportare qualsiasi delfino vivo o gestisce un impianto detenendo un delfino per venderlo o esportarlo commette un reato ed è passibile di una multa di  500.000,00 dollari delle Salomone  (64.000 dollari) o di due anni detenzione o di entrambi.

Ma il recente blitz del ministero della pesca delle Salomone non è piaciuta per niente ai trafficanti di delfini: il Solomon Star scrive che «Il management del Solmarine Mammal Breeding Centre  dice che sta intraprendendo un’azione legale contro il governo per il raid fatto nella sua struttura di ricerca sui delfini a  Mbungana, Gela»

La company , di proprietà della unico veterinario del Paese,  Baddeley Anita, in un comunicato dice che «Dal primo giorno delle sue operazioni, Solmarine non ha ricevuto nessun reclamo da parte del Dipartimento della pesca» e aggiunge che l’intervento del 31 ottobre «E’ stato un disastro.  Sei anni di lavoro sono stati distrutti in un quarto d’ora».

Anita afferma di essere in possesso di una licenza per l’impianto rilasciato dall’Environment Division della Central Province che aveva concesso alla Solmarine anche  una licenza per operare nella provincia.

Ma il ministero della pesca ha ribattuto che mettere in gabbia dei delfini vivi viola il Fisheries Act.

Un raid simile era stato condotto la settimana prima da agenti del ministero della pesca di stanza a Noro e dalla polizia  a Kolombangara Island nella Western Province e anche lì erano stati liberati diversi delfini. Lasi non ha però potuto dire con certezza se c’è un legame tra le gabbia di prigionia dei delfini a Kolombangara e quelle di Mbungana e Anita, anche se le prime indagini lo dimostrerebbero.

A parte il regolamento che vieta l’esportazione di delfini, la politica del  ministero della pesca delle Solomone prevede di non rilasciare permessi per il commercio, l’esportazione o la cattura di delfini «a causa di probabili effetti negativi che avrebbero sulle nostre esportazioni di tonno verso i mercati esteri. Gruppi di pressione possono spingere su questi problemi per fare una campagna contro di noi e se lo facessero questo avrebbe effetti sulla nostra industria del tonno. Con l’attuazione di questa politica stiamo proteggendo la nostra industria del tonno in particolare la Soltuna ed i suoi più di 2.000 dipendenti dal perdere il posto di lavoro e l’altro spin-off businesses, che sarebbero a rischio se i gruppi di pressione scoprissero un commercio illegale di delfini».

Dave Phillips, direttore dell’International marine mammal project dell’Earth Island Institute, che da 15 anni lavora alle Isole Salomone, «Questo è un pugno nello stomaco per i cinesi e per altri impianti di cattività che erano alla ricerca di delfini selvatici. Si tratta di un’azione incoraggiante e lodevole delle Salomone per far rispettare il divieto di cattura ed esportazione. Penso che ci siano voluti molto coraggi e audacia per farlo. Stanno andando contro chi dispone di valigie piene di dollari che avrebbe potuto eventualmente cambiare mani per ottenere il permesso del governo a far uscire i delfini».

Il fondatore di Dolphin Project, il regista  Lincoln O’Barry, plaude ai blitz contro Solmarine: «Non riusciamo a dire quanto siamo felici per il fatto che le forze di polizia e del ministero della pesca delle Isole Salomone Abbiano fatto qualcosa per far rispettare la legge. Il nostro team nelle Salomone continuerà a lavorare per porre fine in modo permanente all’esportazione e al massacro dei delfini. Stiamo facendo progressi incredibili». Ma Dolphin Project ricorda che il traffico di delfini è cominciato nei primi anni 2000, quando dei trafficanti internazionali stranieri di delfini, sfruttando i bassi redditi della popolazione delle Isole Salomone, hanno invogliato  le comunità delle Salomone a cacciare i delfini, pagando ai bracconieri locali somme relativamente alte per i delfini vivi. Dolphin Project spiega che Gli acquirenti poi commercializzano e vendono gli animali agli acquari internazionali con profitti superiori a dieci volte il prezzo pagato alla gente del posto».

Le cose sono cambiate dal 2007, quando, nonostante l’adesione delle Isole Salomone alla Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora (Cites), il governo annunciò che avrebbe consentito la cattura e l’esportazione di 100 delfini all’anno. E’ da allora che sono spuntati diversi   insostenibile. Diversi centri per la cattura dei delfini e sono iniziate le esportazioni di cetacei. Secondo Dolphin Project, «Alcuni amministratori dei governi locali delle Isole Salomone sono diventati complici delle imprese, permettendo loro di insediarsi con scarso controllo e/o preoccupazione per gli obblighi previsti da trattato internazionale per il loro Paese. Quindi, le catture di delfini selvatici sono continuate, insieme con lo sfruttamento e alla corruzione delle popolazioni locali, delle tradizioni culturali e dello stile di vita.

Dolphin Project spiega anche dove sono finiti alcuni dei delfini catturati alle Isole Salomone: nel luglio 2003  il Messico ha importato 28 tursiopi dell’indopacifico (Tursiops aduncus) delle Salomone per il delfinario Atlantida a Cancun. Almeno 12 di quei delfini esportati in Messico sono morti entro 5 anni dalla loro trasporto. Nell’ottobre 2007 l’Atlantis resort di Dubai ha importato, grazie a un accordo con il governo di Honiara che ha annullato un divieto del 2003, 28 Tursiops aduncus. Le Isole Salomone sono state ripagate con 100.000 dollari. Tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, 18 delfini sono stati esportati dalle Isole Salomone alle Filippine per essere addestrati prima di essere ri-esportati nel Resorts World di Sentosa, a Singapore, nel 2010. La Philippines Cites Scientific Authority ha dichiarato illegal l’importazione di questi delfini. 9  delfini delle Isole Salomone sono stati trovati nel dicembre 2009 nei recinti dell’Awana Porto Malai Resort in Malaysia. 6 di questi delfinidelle Isole Salomone erano tati esportati dalla  Marine Export Limited e 3 dal Solomon Islands Marine Wildlife Park.

I difensori dei delfini dicono che negli ultimi anni i cetacei catturati sono stati esportati soprattutto negli acquari della Cina, dove c’è un vero e proprio boom di delfinari, ma anche in Russia,  Corea del Sud e ancora a  Singapore e Dubai, ma anche in altre località. Recentemente ha fatto scalpore la notizia che la Cina ha tentato di importare centinaia di mammiferi marini, tra cui delfini e orche, dalla Namibia.

In un solo villaggio delle Salomone, l’unico rimasto a Fanalei Island, dove si continuano ad uccidere regolarmente delfini, si catturavano e uccidevano più cetacei che nella famigerata baia di Taiji, in Giappone, ma O’Barry evidenzia che «L’anno scorso ne sono stati uccisi circa 90  quest’anno, solo 30. I delfini sono una parte importante della cultura delle Isole Salomone. I denti di delfino fanno parte della tradizionale dote dato alla famiglia di una sposa». Ma le cose stanno cambiando nelle Salomone: Dolphin Project è presente nelle nazione insulare da diversi anni e sta lavorando soprattutto nell’ultimo villaggio rinmasto a Fanalei Island. «Stiamo usando lo sviluppo della comunità come base per la transizione della vita dell’isola, allontanandola dalla caccia ai delfini per i denti, la carne e i soldi – spiegano gli ambientalisti –  Fornendo programmi autosufficienti, il progetto Dolphin offre a Fanalei la possibilità di cercare alternative a chi guadagna facendo fuori un delfino. A Fanalei stiamo già vedendo cambiamento, mentre le percezioni si evolvono. Il numero di delfini uccisi è sceso da 800 animali ogni anno, a meno di 50. I cacciatori stanno iniziando a riconoscere i delfini come esseri senzienti, mentre la scienza li sta aiutando a conoscere le complessità del cervello dei delfini. Come risultato, alcuni cacciatori sono ora aperti  a modificare la tradizione culturale e anche cessare del tutto la caccia».

Sia O’Barry e Phillips hanno detto che nonostante il recente blitz del governo, le associazioni devono rimanere  vigili contro i tentativi di catturare animali selvatici per il commercio internazionale dei delfini.

«Ora siamo fortunati, ma il governo potrebbe cambiare nel giro di pochi anni» ha avvertito O’Barry

Phillips conclude: «Da qualche parte tra 27 e 40 delfini potrebbe benissimo essere in attesa essre caricati  su un jet per venderli ai parchi tematici cinesi. Per fortuna, questa volta è stato impedito e i delfini sono stati liberati. Ma questo non accade molto spesso. Non mi sento di poter tirare un sospiro di sollievo fino a che non impediremo alla Cina di cercare delfini vivi. Perché money talks e loro ne hanno un sacco».

Videogallery

  • Solomon Islands Blood Dolphins Part 1

  • Blood Dolphins, Part 2

  • Blood Dolphin$ Dolphin Trade in the Solomon Islands SD

  • Blood Dolphins: Return to the Cove