La società “progressista” delle manguste nane è migliore di quella “conservatrice” della manguste striate

Le manguste hanno politiche migratorie diverse

Tra le manguste nane gli immigrati sono un vantaggio. Anche se prima devono adattarsi

[5 dicembre 2017]

Non sono solo le società  umane ad avere politiche migratorie: anche diverse specie di manguste hanno modi radicalmente diversi di trattare i nuovi arrivati. Ad esempio, alcune società di manguste accettano volentieri gli immigrati in base al merito, mentre altre scacciano persino i loro parenti per proteggere la loro prole. Ma anche nelle specie più accoglienti, gli immigrati possono dover affrontare una lungo percorso di integrazione prima di essere accettati. L’accoglienza sembra comunque la strategia più vantaggiosa.

E’ quello che hanno scoperto Julie Kern e Andrew Radford, due ricercatori della School of biological science dell’università di Bristol che studiano le manguste nane comuni (Helogale parvula) e che, con lo  studio “Reduced social-information provision by immigrants and use by residents following dispersal”, pubblicato su Current Biology, forniscono nuove  informazioni su cosa succede quando gli immigrati si uniscono a un nuovo gruppo. Infatti, lo studio dimostra che, inizialmente, le manguste nane immigrate nel territorio di un’altra colonia vengono inizialmente accolte con diffidenza , perché nel nuovo contesto territoriale forniscono poche informazioni utili al gruppo. all’università di Bristol sottolineano che «Anche quando agiscono in modo cooperativo, i loro nuovi compagni di gruppo tendono a ignorare ciò che hanno da offrire. Ma, entro cinque mesi, i nuovi arrivati ​​diventano membri pienamente integrati e stimati all’interno della società delle manguste».

Le manguste nane sono i più piccoli carnivori dell’Africa, sono lunghe al massimo 20 centimetri e vivono In Etiopia, Somalia, Kenya, Uganda, Tanzania, Mozambico, Sudafrica, Zambia, Angola, Namibia, Rwanda, Burundi e sud della Repubblica democratica del Congo.Sono animali intelligenti, fortemente socievoli che vivono in colonie cooperative che raggiungono i 32 individui, nelle quali condividono i diversi compiti: mentre alcuni tengono d’occhio il territorio,altri cercano insetti, scorpioni e serpenti per sfamare il gruppo.

Radford spiega che «A pochi mesi dall’arrivo in un nuovo gruppo, gli ex-immigrati contribuiscono quanto i residenti e le loro informazioni vengono utilizzate allo stesso modo, ma per raggiungere tale stadio è necessario un periodo di transizione». La Kem. principale autrice dello studio, aggiunge:«Probabilmente perché il processo di dispersione è difficile per gli individui: gli immigrati recenti sono in genere esausti e malridotti, come evidenziato da una perdita di peso. E gli altri membri non li conoscono ancora».

Sembra di sentir parlare dei migranti che approdano sulle nostre coste dopo aver attraversato il Sahara e il Mediterraneo, ma lo studio è in realtà uno dei primi a esplorare l’impatto degli eventi di dispersione animale sulle informazioni sociali e il loro utilizzo all’interno dei gruppi che accolgono i nuovi arrivati e, secondo i ricercatori britannici, «Dimostra anche che i benefici attesi associati ad un aumento delle dimensioni del gruppo potrebbero non essere così semplici come gli scienziati hanno spesso ipotizzato».

Le società delle manguste nane sono piuttosto egualitarie, ma ci sono maschi e femmine dominanti che svolgono la maggior parte del compito riproduttivo e un numero maggiore di individui che fa la sentinella. Gli altri adulti aspettano pazientemente di essere abbastanza grandi e sufficientemente “stimati” per poter diventare il capo del gruppo e la Kem spiega che «Questa gerarchia dominante lineare si ha all’interno di entrambi i sessi che determina chi  fa la fila per la prossima posizione di riproduttore». Ma non tutte le mangste nane sono disposte ad aspettare un turno che non potrebbe arrivare mai e alcuni individui più intraprendenti abbandonano la loro comunità originaria per raggiungere un nuovo gruppo, solitamente più piccolo, per cercare di  «diventare un pesce più grande in uno stagno più piccolo – come dice la Kern a Smithsonian Magazine – Se sei un individuo particolarmente pesante, quindi sei abbastanza competitivo, potresti voler a volte andare e unirti a un gruppo e saltare direttamente al vertice».

Ma la cosa non è così facile: all’interno di una colonia le manguste nane comuni dipendono l’una dall’altra: per esempio, gli individui che stanno di guardia servono come sentinelle che tengono d’occhio i predatori emettono richiami per avvisare  il resto del gruppo quando si avvicinano. Le sentinelle avvisano anche con un “brrrp” quando inizia il loro turno di sorveglianza. Fornendo queste informazioni sociali, le sentinelle consentono agli altri membri del gruppo di concentrarsi maggiormente sulla ricerca del cibo. Quello che i ricercatori dell’università di Bristol volevano sapere è come i nuovi membri immigrati nella colonia contribuiscono a svolgere questi compiti e se le informazioni fornite vengono utilizzate dalle altre manguste.

A partire dal 2011, la  Kern ha studiato per anni 9 gruppi di manguste nane selvatiche che vivono nel Sorabi Rock Lodge, nella provincia del Limpopo, in Sud Africa, colonie composte da gruppi, di dimensioni variabili da 7 a 12 individui chde sono state abituate alla presenza di essere umani e che alla fine salivano addirittura una scaletta per pesarsi. I ricercatori identificano i singoli individui di ogni gruppo da piccole macchie di tintura chiara sulla loro pelliccia e da segni distintivi fisici.

Il team britannico  ha scoperto che delle 165 manguste nane contrassegnate individualmente, 35 si sono disperse all’interno o al di fuori dai gruppi sotto osservazione. I ricercatori hanno registrato eventi di dispersione in tutti e 9 i gruppi di manguste nane, con un totale di 22 emigrati e di 28 immigrati.

La  Kern e Radford hanno scoperto che raramente ai nuovi immigrati veniva il compito di fare la sentinella  entro il primo mese dall’arrivo nel gruppo. Ma, quando gli immigrati si erano ormai stabiliti nel loro nuovo gruppo  da almeno 5 mesi svolgevano quel ruolo con la stessa frequenza dei residenti che vivevano da più a lungo nella comunità di accoglienza. I ricercatori suggeriscono che «questo cambiamento nel comportamento potrebbe essere il risultato delle sfide associate alla dispersione».

Utilizzando una serie di esperimenti nei quali sono stati riprodotti dei richiami di manguste registrati in precedenza, i ricercatori hanno dimostrato che i responsabili del foraggiamento rispondevano in modo significativamente diverso ai richiami di allarme degli immigrati recenti rispetto a quelli dei membri del gruppo residenti. Quando sentivano  il richiamo di un nuovo immigrato, hanno continuato a passare più tempo a cercare loro stessi  i predatori. Ma queste  differenze nella risposta agli allarmi dei nuovi membri della colonia sono scomparsi dopo pochi mesi. Insomma, alla fine le manguste nane superavano i “pregiudizi” verso i nuovi arrivati e si fidavano del tutto, sancendo la loro integrazione nel gruppo.

La  Kern e Radford  dicono che «I risultati dimostrano che è necessario un periodo di integrazione dopo che i dispersers si sono uniti a un nuovo gruppo, prima che i benefici di una maggiore dimensione del gruppo possano essere pienamente realizzati. I dispersers hanno bisogno di un periodo di recupero prima di poter contribuire pienamente al compito cooperativo di fare la sentinella e i residenti hanno bisogno di tempo per conoscere nuovi membri del gruppo prima di poter  fare affidamento sulle loro informazioni sociali».

Radford aggiunge: «Concessa loro un’opportunità, gli immigrati possono diventare membri stimati della società delle manguste, con un aumento delle dimensioni del gruppo che risulta vantaggioso per tutti».

Secondo Emma Vitikainen, una biologia dell’università di Helsinki che ha pubblicato diversi studi sulle manguste striate (Mungos mungo) che vivono nell’Africa sub-sahariana, lo studio di Kern e Radford  «E’ davvero fantastico. Fa un uso fantastico dei dataset a lungo termine che hanno sulle manguste nane»,

Come i suricati (Suricata suricatta), le manguste striate sono una specie sociale ma hanno una mentalità  relativamente chiusa quando si tratta di accogliere nuovi arrivati.

Nello studio “Individual and demographic consequences of mass eviction in cooperative banded mongooses” pubblicato pochi giorni fa su Animal Behavior, la Vitikainen e un team di ricercatori dell’università di Exeter hanno scoperto che le femmine di manguste sr triate dell’Uganda a volte a scacciano anche i loro parenti stretti nel tentativo di proseguire la stirpe con la loro prole: «Non lasciano mai volontariamente il loro gruppo, ma a volte, quando le dimensioni del gruppo diventano troppo grandi, le femmine più anziane cacciano le femmine più giovani. spiega la Vitikainen . Questo si verifica in genere quando le risorse diventano troppo scarse». Vi ricorda qualcosa?

Eppure, in circostanze normali, le femmine delle manguste striate sono famose per la loro collaborazione: le femmine partoriscono tutte nello stesso giorno e non riescono nemmeno a discernere tra i loro figli e quelli di altre femmine del gruppo. Secondo altri studi ai quali ha partecipato la Vitikainen, come “Evidence of Oxidative Shielding of Offspring in a Wild Mammal” pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution, le femmine di manguste striate nutrono reciprocamente i cuccioli e li allevano  in ugual misura.  Ma in realtà la natura è  quasi sempre più crudele di come la idealizziamo antropomorfizzandola: dato che le femmine adulte a volte praticano l’infanticidio, i cuccioli di manguste striate cercano di nascondere le loro identità,  mostrare che non sono troppo strettamente collegati a una particolare femmina può aumentare le loro possibilità di sopravvivenza.

Questi diversi comportamenti tra due specie di manguste strettamente imparentate hanno una spiegazione: a differenza delle manguste nane, le manguste striate non hanno molte possibilità di emigrare in altri gruppi dopo essere stati cacciate dalla loro colonia: «Una mangusta striata solitaria è abbastanza spesso una mangusta morta – evidenzia la Vitikainen su Smthsonian Magazine – Tuttavia, se una femmina viene espulsa, i maschi più giovani del gruppo in cerca di un’occasione di accoppiamento  potrebbero seguirla fuori dai confini [del loro territorio], creando così un nuovo gruppo appena nato».

Ma la Kem fa notare  che «Tra infanticidi e sfratti forzati tra le manguste striate, nel complesso, le manguste nane godono molto di più dall’essere una società pacifica» rispetto alle loro cugine conservatrici. La Kern conclude: «continueremo a studiare il comportamento sentinella delle manguste nel contesto più ampio della cooperazione all’interno della specie. Spesso, gli individui che seguiamo come immigrati sono diventati dominanti in cinque o sei mesi. Ci piacerebbe sapere se il comportamento viene contraccambiato con altri benefici».