Le miniere marine di profondità causano danni a lungo termine all’ecosistema

Coralli e spugne non si riprendono nemmeno dopo 25 anni. Va meglio per i cetrioli marini

[1 ottobre 2018]

Finora, al di fuori delle Zone economiche esclusive (Zee) dei Paesi non esistono licenze minerarie per i giacimenti di minerali in acque profonde, ma questo potrebbe cambiare nei prossimi anni. Dal 2015, il progetto internazionale MiningImpact, coordinato presso GEOMAR Helmholtz-Zentrum für Ozeanforschung Kiel, ha indagato sulle conseguenze ecologiche dell’estrazione di acque profonde nelle regioni dei noduli di manganese nell’Oceano Pacifico e su come minimizzare gli impatti. Il 24 settembre è iniziata, con una riunione preliminare e un’audizione pubblica a Bruxelles,  la seconda fase del progetto, che coinvolge un totale di 32 istituzioni di 10  Paesi,

Le risorse minerarie nei fondali profondi al di fuori delle Zee (200 miglia nautiche) sono gestite dall’International Seabed Authority (Isa)  e secondo l’United Nations Convention on the Law of the Sea (Unclos)  appartengono al «patrimonio dell’umanità». Ad oggi, 20 Paesi hanno acquisito licenze per esplorare i giacimenti minerari dei fondali marini. La più grande risorsa di noduli di manganese è quella della Clarion Clipperton Zone (CCZ) nel nord-est del Pacifico tra il Messico e le Hawaii. All’inizio del prossimo decennio scadranno alcuni dei contratti di esplorazione nella CCZ e successivamente, potrebbe iniziare l’estrazione in acque profonde nell’area. Per questo dal 2015 scienziati di tutta Europa stanno studiando le conseguenze ecologiche delle future attività estrattive di acque profonde con il progetto MiningImpact e al GEOMAR dicono che «I risultati contribuiranno alla negoziazione del codice minerario dell’ISA, che sarà il quadro normativo internazionale per l’estrazione di minerali dal fondale  marino». Al meeting di avvio della seconda fase di MiningImpact  hanno partecipato 32 partner del progetto  – compreso ISA – di 10 Paesi e  alle ONG internazionali, all’industria interessata all’estrazione di acque profonde e ai rappresentanti dei ministeri e ai membri del Parlamento europeo sono stati presentati gli obiettivi e le attività pianificate
Il coordinatore del progetto Matthias Haeckel di GEOMAR ha spiegato che «Nella prima fase, abbiamo notevolmente migliorato le nostre conoscenze fondamentali sui previsti effetti a lungo termine dell’estrazione di acque profonde: ora vogliamo sostanziare questi risultati,  identificando gli indicatori adeguati per la salute degli ecosistemi e definendo i valori soglia per gli effetti dannosi su L’ambiente La comunità scientifica internazionale deve supportare ISA nell’attuazione dei più elevati standard ambientali possibili nel Codice minerario».

Per questo potrebbe far molto comodo lo studio “Benthic ecosystem response to polymetallic nodule extraction in the deep sea” di Tanja Stratmann della Nederlands Instituut voor Zeeonderzoek, (Nioz) presentato oggi all’Università di Gand , secondo il quale «L’estrazione di noduli di manganese nelle profondità marine provoca danni ambientali a lungo termine».

La Stratmann fa un inventario delle conseguenze della rimozione dei noduli di manganese, ricchi di metalli sulla fauna, dalle profondità marine e dice che «Gli effetti sono maggiori sui filtratori, come i coralli e le spugne, che sono attaccati ai noduli di manganese sul fondo del mare. Il ripristino dell’ecosistema delle profondità marine richiederà decenni o secoli, mentre alcune specie potrebbero non tornare mai più».

La ricercatrice olandese ha studiato la risposta dell’ecosistema del mare profondo all’estrazione di noduli di manganese sul fondale a una profondità di circa 4.000 metri e ha indagato sulle possibilità di recupero in un ambiente sperimentale nel bacino del Perù, nel sud-est dell’Oceano Pacifico. Alla fine, è arrivata alla conclusione che «Le specie animali attaccate ai noduli di manganese, come i coralli e le spugne, non erano ancora tornate dopo 26 anni. Le specie mobili si stanno riprendendo molto meglio, come abbiamo visto ad esempio per i cetrioli di mare».

I noduli di manganese hanno le dimensioni di grosse patate e sono molto ricercati dalle compagnie minerarie perché contengono quantità relativamente grandi di cobalto, nichel, rame e metalli delle terre rare, tutti  sono indispensabili per realizzare prodotti come smartphone, computer e turbine eoliche. Altre fonti di metalli nelle profondità marine sono i “camini” idrotermali e le croste di cobalto. Nelle profondità marine ci sono enormi giacimenti di questi metalli.

La Stratmann spiega che «I noduli giacciono sul sedimento marino profondo e si formano molto lentamente attorno a un nucleo, ad esempio un dente di squalo. Questo processo di formazione richiede milioni di anni, con un tasso di crescita di pochi millimetri per milione di anni»

L’estrazione mineraria nelle profondità marine è estremamente costosa a causa delle condizioni estreme: grandi profondità, alta pressione e basse temperature, ma da decenni diverse grandi imprese hanno investito nella ricerca. La Stratmann spiega ancora: «Le imprese provenienti da paesi come la Francia, la Germania e il Regno Unito sono particolarmente interessate alla Clarion Clipperton Zone, che ha una superficie grande come l’Europa, nella parte centrale del Pacifico tra la California e le Hawaii».

La ricerca  della Stratmann si basa sulle ricerche effettuate nel 1989, quando il 22% della superficie del Bacino del Perù venne studiato e “arato” da un gruppo di ricerca tedesco. L’obiettivo era quello monitorare gli effetti a lungo termine di questo disturbo del fondale sulla fauna marina. La Stratmann ha svolto la sua ricerca nel 2015, 26 anni dopo e per 4 volte in precedenza il sito era stato visitato da altre spedizioni.

L’analisi dell’intera flora e fauna di profondità  (che va dai batteri, organismi inferiori a 0,25 mm, alla macro-fauna e ai cetrioli di mare), ha rivelato che, »Dopo 26 anni, nel sedimento disturbato l’assunzione di cibo da parte di tutto l’insieme degli organismi era ancora inferiore a quello nell’area di controllo».

Nelle parti arate nel 1989 – dove i tuberi di manganese non sono stati rimossi ma sono finiti più in profondità nel sedimento – l’attività media della fauna risultava essere inferiore del 54% rispetto alle parti indisturbate. Per i filtratori, a crescita è stata addirittura inferiore del 79.5%. I noduli di manganese sono l’unico – e quindi importante – “appoggio” per questi filtratori che hanno bisogno di un substrato duro sul quale derire.

Invece, dice la Stratmann, «I cetrioli di mare (Holothuroidea) si sono ripresi grazie alla loro mobilità». Lo ha scoperto “catturando” le oloturie con speciali cubi costruiti dal NIOZ  che, piazzati a una profondità di oltre 4 km hanno permesso di misurare il loro metabolismo (una misura della produttività).
La Stratmann spera che i suoi risultati della sua ricerca saranno utilizzati dall’International Seabed Authority per la stesura del nuovo Codice minerario.

Un prossimo progetto indagherà sull’influenza delle nuvole di fango  dei sedimenti sulla fauna marina. «Questi pennacchi  – spiegano al NIOZ – sono anche il risultato di un’escavo dei fondali profondi e si spostano con la corrente su un’area più vasta, anche con le tecniche moderne che applicano le compagnie marittime dove vengono risucchiati i noduli di manganese. Nel progetto Ue Blue Nodules, i ricercatori marini del NIOZ collaborano con alcune di queste aziende per mappare i pennacchi e per vedere come i pennacchi possono essere ridotti al minimo».