Con le miniere sottomarine profonde la perdita di biodiversità sarà inevitabile

Nelle profondità degli oceani miliardi di tonnellate di manganese, rame, nichel e cobalto

[27 giugno 2017]

15 scienziati marini, economisti delle risorse e giuristi, provenienti da Usa,  Messico, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia e Australia, sostengono nella lettera “Biodiversity Loss from Deep-sea Mining,” pubblicata su Nature Geoscience. Che «Le perdite di biodiversità provocate dalle miniere nelle profondità marine sono inevitabili e, eventualmente, irrevocabili».

Secondo gli esperti, l’International seabed authority (Isa), responsabile, ai sensi della United Nations law of the Sea, della regolamentazione dell’attività mineraria sottomarina nelle acque internazionali, «deve riconoscere questo rischio» e he l’Isa  «Deve anche comunicare chiaramente il rischio ai suoi Stati membri e al pubblico» per fornire dati alle discussioni su come e se procedere con le attività minerarie nel fondale marino e, in caso affermativo, su quali norme e misure di salvaguardia devono essere messe in atto per ridurre al minimo la perdita di biodiversità.

Due dei firmatari della lettera, Cindy L. Van Dover e Harvey W. Smith dicono che «C’è un’enorme incertezza sulle risposte ecologiche allle miniere di profondità. Un’attività mineraria responsabile deve contare su azioni di gestione ambientale in grado di proteggere la biodiversità di profondità e non su azioni non testate o  irragionevole».

Linwood Pendleton, presidente internazionale del Marine ecosystem services dell’European institute of marine studies, aggiunge: «L’estrazione di risorse non rinnovabili comprende  sempre dei compromessi. Un serio problema per l’estrazione di profondità sarà un’inevitabile perdita della biodiversità, comprese  molte specie che dobbiamo ancora  scoprire. Di fronte a questa prospettiva o inevitabile, è importante che comprendiamo il funzionamento degli ecosistemi delle profondità marine e che abbiamo un’idea  di quello che ci troveremo a perdere  prima che l’attività mineraria alteri per sempre il fondo marino».

Gli esperti sottolineano che il tempo è essenziale «I depositi sottomarini di metalli e terre rare non sono ancora in fase di estrazione, ma c’è stato un aumento del numero di domande di licenza  mineraria – evidenzia  Elva Escobar, dell’Istituto di scienze marine e limnologia dell’Universidad nacional autónoma de México – Nel 2001, c’erano solo 6 contratti esplorativi minerari di profondità; entro la fine del 2017, ci saranno in totale  27 progetti. Questi progetti comprendono 18 contratti per noduli polimetallici, 6 per i solfuri polimetallici e 4 per croste di ferromanganese. Di questi, 17 verranno realizzati nella Clarion-Clipperton Zone, nell’Oceano Pacifico tra le Hawai’i e l’America Centrale».

L’industria mineraria stima che nei fondali marini e sotto di loro ci siano miliardi di tonnellate di manganese, rame, nichel e cobalto. Metalli indispensabili per produrre elettricità, per  realizzare leghe metalliche, batterie, vernici e molti altri prodotti anche della green economy.

I fan delle miniere sottomarine sostengono che le compagnie minerarie potrebbero compensare gli inevitabili danni prodotti dalle loro attività ripristinando gli ecosistemi costieri o creando i nuove barriere coralline artificiali. «Ma questo è come salvare dei meleti per proteggere gli aranceti», controbatte la Van Dover. Craig Smith, dell’Università delle Hawaii – Manoa concorda: «L’argomento che si possa compensare la perdita di biodiversità nel mare profondo con guadagni nella diversità altrove è così ambiguo da essere scientificamente senza senso» e la  Van Dover fa notare che «Gli ecosistemi e le specie delle acque profonde possono richiedere decenni o addirittura secoli per recuperare da un disturbo, se mai recuperano  del tutto».

A preoccupare sono l’estensione di  alcune operazioni minerarie proposte –  la più grande delle quali coprirà più di 83.000 Km2, una superficie più grande del Maine – e le profondità di migliaia di metri alle quali verranno realizzate che renderebbe il ripristino dei siti interessati tanto economicamente proibitivo da essere irrealistica. E gli autori della lettera concludono che «Gli approcci necessari per eseguire l’operazione di ripristino sono ancora in gran parte non testati».