Le popolazioni indigene sono fondamentali per la conservazione della natura

Gestiscono un quarto dei territori del mondo. Ma senza un'adeguata consultazione la conservazione basata sulla gestione indigena potrebbe non avere successo

[24 luglio 2018]

Nonostante costituiscano il 5% della popolazione mondiale, le popolazioni indigene possiedono o gestiscono almeno un quarto della superficie terrestre del mondo, a dirlo è il nuovo  studio “A spatial overview of the global importance of Indigenous lands for conservation” pubblicato su Nature Sustainability da un team internazionale di ricercatori guidato dall’australiano Stephen Garnett della Charles Darwin University.

Il team di ricerca che ha pubblicato le mappe delle terre gestite dagli indigeni sottolineano che «La comprensione della portata delle terre su cui i popoli indigeni conservano i legami tradizionali è stato fondamentale per diversi accordi sulla conservazione della natura e sul clima». Garnett aggiunge: «Fino a quando non abbiamo messo insieme le migliori informazioni pubblicate sulle terre indigene, non abbiamo davvero apprezzato la straordinaria influenza delle popolazioni indigene».

I 38 milioni di chilometri quadrati posseduti o gestiti dalle popolazioni indigene sono distribuiti in 87 Paesi o aree politicamente distinte e si sono sovrapposti a circa il 40% di tutte le aree protette terrestri. Uno dei risultati sorprendenti dello studio è stata l’estensione dei terreni che hanno forti legami con le popolazioni indigene che sono stati poco modificati dallo sviluppo.

Un altro autore dello studio, James Watson, della Wildlife conservation society, fa notare che «I ricercatori hanno scoperto che circa i due terzi delle terre indigene erano essenzialmente naturali. In proporzione, questo è più del doppio della proporzione per gli altri terreni» e un altro autore dello studio, Neil Burgess, del United Nations environment World conservation monitoring centre di Cambridge, sottolinea  che «In molti paesi le popolazioni indigene hanno assunto un ruolo attivo nella conservazione. Ciò che questa nuova ricerca dimostra è l’enorme potenziale per ulteriori collaborazioni tra i professionisti della conservazione delle popolazioni indigene e i governi. Ciò dovrebbe produrre grandi benefici per la conservazione di territori, ecosistemi e geni ecologicamente preziosi per le generazioni future».

Un’altra autrice dello studio, Cathy Robinson, della Charles Darwin University e del Csiro,  evidenzia che «Alcuni Paesi si distinguono per avere livelli significativi di impegno indigeno nella conservazione. In Australia quasi la metà di tutte le aree protette sono di proprietà e gestite da popolazioni indigene. La coincidenza tra gli interessi tra le popolazioni indigene e la conservazione è una pietra miliare della politica della conservazione australiana».

I risultati dello studio dovrebbero essere particolarmentre importanti per l’Intergovernmental science-policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes), che coordina gli sforzi della comunità internazionale per valutare lo stato e le tendenze della natura e i contributi dati dalla natura alle persone. Zsolt Molnár, dell’Ipces indigenous and local knowledge task force dice che da tempo la sua organizzazione cercava di avere una panoramica dell’influenza indigena sulla gestione dei territori e della natura ed evidenzia: «Ciò che queste nuove mappe ci mostrano è che la comprensione delle prospettive indigene e dei contributi indigeni alla conservazione è essenziale quando si negoziano accordi di conservazione locali o globali».

Tuttavia, gli autori dello studio avvertono che queste pertnership non sono valide per tutti e che i metodi indigeni e il controllo devono rimanere in prima linea: «C’è il rischio di fare ipotesi sulle aspirazioni delle popolazioni indigene per la gestione delle loro terre – scivono su Conversation – Senza un’adeguata consultazione, i progetti di conservazione basati sulla gestione indigena potrebbero non avere successo e, nel peggiore dei casi, rischiano di perpetuare i retaggi coloniali».

Il recente articolo “How Conservation Became Colonialism” pubblicato su  Foreign Policy  Alexander Zaitchik  Fa l’esempio dell’istituzione  del Parque Nacional CayambeCoca in Ecuador negli anni ’70, dove il governo impose forti restrizioni alle popolazioni indigene  ma non riuscì a imporre ad altri le regole del parco. Così, mentre i minatori illegali devastavano il territorio e inquinavano i corsi d’acqua, il popolo Cofán era spesso soggetto a severi vincoli su caccia, pesca e agricoltura tradizionale.

Zaitchik, che è l’autore di “The Gilded Rage: A Wild Ride Through Donald Trump’s America” e vive tra New Orleans e l’Amazzonia, scrive; «Come molte altre comunità indigene le cui terre ancestrali si trovano all’interno di zone di conservazione normati dallo stato, i Cofán sono vittime di una sorta di colonialismo verde. Cayambe Coca e parchi come questo possono essere stati istituiti con le migliori intenzioni: come salvaguardare biosfere in via di estinzione, ma il modo in cui queste aree protette sono state istituite e gestite ha danneggiato la vita dei popoli indigeni che vivono all’interno dei loro confini, costringendoli a quello che è in effetti un rapporto proprietario-inquilino con lo Stato che li priva del controllo sulla loro terra. Poiché i governi locali spesso non hanno la volontà o le risorse per prevenire l’intromissione dell’industria, molti di questi accordi finiscono per minare l’obiettivo esplicito dei loro creatori: la conservazione. Questo doppio fallimento fa parte della complicata eredità del moderno movimento per la conservazione».

Per i Cofán, la soluzione è venuta in parte dalla creazione di eco-guardiani indigeni che cercano di tenere lontani gli intrusi dalle loro terre ancestrali. I ricercatori concludono: «Mentre quella soluzione potrebbe non funzionare – o essere legale – dappertutto, ci parla alle idee propagate dal nuovo studio: lasciare che gli indigeni utilizzino, proteggano e gestiscano le loro terre».