Le Regioni e i cinghiali. O dell’emergenza creata da politiche venatorie sbagliate

Chiesto l’intervento del Governo. Ma se interviene è centralismo borbonico

[19 settembre 2017]

Il 14 settembre la Commissione politiche agricole della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, che riunisce i soli assessori all’agricoltura, ha lanciato da Bari un allarme sull’emergenza fauna selvatica.

L’assessore all’agricoltura dell’Abruzzo, Dino Pepe (PD), ha detto che il problema «Non è più rinviabile, in quanto ha ormai travalicato il confine dei danni causati alle colture agricole, per trasformarsi in una problematica anche di interesse pubblico e di sicurezza».

Anche il coordinatore degli assessori regionali all’agricoltura, il  pugliese Leonardo Di Gioia (ex AN, ex Popolo della Libertà, ex Lista Monti e ora nella giunta di centro-sinistra), ha sottolineato che «Il proliferare di alcune specie, in particolare del cinghiale, rappresenta ormai un pericolo concreto per l’incolumità pubblica e, in molti casi, ha avuto risvolti drammatici, con la perdita, in alcuni casi, di vite umane».

La commissione politiche agricole ha poi evidenziato  che «Le Regioni e le Province autonome hanno più volte sollecitato il governo su questa tematica, ma ad oggi non hanno ottenuto risposte. Le regioni, non disponendo di strumenti normativi idonei ad affrontare l’emergenza, chiedono al governo l’adozione di uno strumento specifico ed urgente che, tenuto conto della eccezionalità della situazione, permetta di affrontare una questione ormai fuori controllo, anche per evitare di assistere alle perdite di ulteriori vite umane».

Naturalmente gli assessori regionali sorvolano sul fatto che l’emergenza fauna selvatica – e in particolare la proliferazione dei cinghiali – è stata causata da una gestione venatoria scellerata, fatta di immissioni incontrollate, delegata dalle Regioni e dalle Province ai cacciatori per motivi elettoralistici e perpetuata da leggi e calendari venatori regionali che la hanno premurosamente accompagnata fino all’esplodere di un fenomeno – inizialmente limitato ad alcune regioni – praticamente in tutta Italia, anche dove cinghiali ed altri ungulati erano estinti e/o scarsamente presenti. Un errore perpetuato dall’evidente convinzione di assessori e giunte regionali che, nonostante tutto, continuano a proporre come soluzione dell’emergenza proprio chi l’ha creata: i cacciatori e le politiche venatorie tradizionali. E questo nonostante alcuni studi dimostrino ormai da tempo il collegamento tra densità venatoria ed esplosione delle popolazioni di cinghiali.

Infatti, come a volerlo dimostrare arrivano le parole dell’assessore alla caccia della Liguria Stefano Mai (Lega Nord): «Il prelievo venatorio è sicuramente un’azione importante per prevenire lo spostamento nelle aree urbane da parte degli ungulati. Stiamo studiando anche altre misure per stroncare questo pericoloso fenomeno, ad esempio attraverso il foraggiamento dissuasivo nelle aree extraurbane e, come nel caso del Comune di Genova, facendo una seria manutenzione alle recinzioni nelle zone di confine con le aree boschive». Anche Mai punta a trasformare un problema di gestione della fauna in un’emergenza di ordine pubblico e scarica le colpe sull’esecutivo nazionale: «E’ prioritario che il governo doti le Regioni di strumenti normativi idonei per affrontare un fenomeno che, come è emerso anche nella commissione politiche agricole, è un’emergenza nazionale. Come Regione Liguria siamo stati “apri pista” per una revisione normativa che vada incontro alle legittime istanze del mondo agricolo. Purtroppo è ancora disatteso, da parte del governo, l’ordine del giorno che abbiamo approvato in Conferenza delle Regioni, e da noi fortemente voluto, sulla richiesta di modifica all’articolo 19 della legge 157/1992 sul controllo della fauna selvatica. Pertanto, continueremo a sollecitare, insieme ai colleghi delle altre Regioni, un intervento deciso, in tutte le sedi competenti, perché siano tutelate le nostre imprese agricole da questo che ormai è un fenomeno fuori controllo».

Ma poi, quando il governo si occupa delle leggi venatorie regionali per verificarne la congruità con quelle nazionali e con le Direttive europee le regioni si ribellano: la riprova la si è avuta il 15 settembre, quando il Consiglio dei ministri, su proposta del residente Paolo Gentiloni, ha deliberato di «impugnare la legge della Regione Lombardia n. 19 del 17/07/2017, recante “Gestione faunistico-venatoria del cinghiale e recupero degli ungulati feriti”, in quanto alcune norme in materia di prelievo venatorio violano la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema di cui all’art. 117, secondo comma, lett. s), della Costituzione». Decisione contro la quale si è immediatamente scagliato a testa bassa l’assessore all’agricoltura della Lombardia, Gianni Fava (Lega Nord), secondo il quale «C’è la presunta pretesa che, come riportato da alcune agenzie di stampa, alcune norme in materia di prelievo venatorio violino la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema. A questo punto, corre l’obbligo di dichiarare che ancora una volta il governo sceglie di coprirsi di ridicolo, arrecando gravi disagi ai cittadini e agli agricoltori facendosi scudo di un centralismo patetico, antistorico, figlio della più farraginosa burocrazia borbonica. E ancora una volta succede, come per le nutrie, che il governo si opponga alle soluzioni individuate da Regione Lombardia. Ora i fanatici di questo governo imbalsamato abbiano il coraggio di spiegare ai cittadini come intendono contenere le popolazioni di cinghiali e ungulati presenti allo stato selvatico e come pensano di salvaguardare le colture agricole e la biodiversità e, ancora, quali illuminati piani hanno per tutelare l’incolumità delle persone e la sicurezza dei trasporti».

Insomma, il giorno prima si chiede al governo di intervenire perché le regioni, non dispongono «di strumenti normativi idonei ad affrontare l’emergenza» e il giorno dopo, quando il governo interviene dicendo che alcune norme della legge lombarda «violano la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema», si dice – nel nome della sacra autonomia lombarda sottoposta a referendum consultivo il 22 ottobre – che il governo invocato il giorno prima si sta intromettendo in questioni che non lo riguardano con un «centralismo patetico, antistorico, figlio della più farraginosa burocrazia borbonica».

Fino  a che la gestione faunistica sarà un questione di guerriglia politica e di lobby elettoralistiche, di assessori che ignorano la scienza e si affidano alla propaganda, i cinghiali potranno tranquillamene continuare a proliferare… tra un’inefficace schioppettata e l’altra.