Un nuovo studio identifica i vincitori e perdenti della frammentazione forestale

Le strade che portano all’estinzione (VIDEO)

Un terzo degli animali sta scomparendo a causa delle strade che attraversano le foreste

[3 novembre 2017]

Secondo lo studio  “Creation of forest edges has a global impact on forest vertebrates”, pubblicato su Nature da un team internazionale di ricercatori, «La frammentazione della foresta pluviale in zone piccole e isolate zone sta costringendo più specie a vivere al margine della foresta e mette a rischio quelle che dipendono dal cuore della foresta».

Lo studio   evidenzia come la biodiversità stia cambiando a causa della deforestazione, spingendo alcune specie all’orlo dell’estinzione, mentre altre si espandono approfittando di  un contesto mutato dalle attività antropiche, Il team di ricerca guidato dall’università di Newcastle e dall’Imperial College di Londra ha raccolto dati su più di 1.500 vertebrati che vivono nelle foreste  e ha scoperto che l’85% delle specie è colpita dalla frammentazione delle foreste, Secondo il team di ricerca internazionale, «I vincitori sono quelli che cercano il limite della foresta, mentre i perdenti sono quelli che si affidano al nucleo della foresta e il cui habitat viene costantemente compresso». Lo studio punta  a sviluppare un sistema per prevedere quali specie probabilmente scompariranno prima a causa dei cambiamenti antropici nelle foreste  e il team di ricerca spera di utilizzare queste informazioni per dare informazioni utili alle iniziative di salvaguardia e ripristino delle foreste.

La principale autrice dello studio, Marion Pfeifer, della School of  natural and environmental sciences  dall’Università di Newcastle spiega che «Le foreste tropicali ei loro animali scompaiono a ritmi allarmanti, ma per proteggerli dobbiamo sapere esattamente come la frammentazione dei territori influenza gli animali che ci vivono. Questo è fondamentale per le centinaia di specie che abbiamo identificato come chiaramente dipendenti dalle aree intatte delle foreste, cioè foreste che siano ad almeno 200 – 400 metri dal limite. Queste includono specie come il pangolino del Borneo (Manis javanica), il Bahia Tapaculo (Eleoscytalopus psychopompus),  il Cacatua nero (Zanda baudinii) e il tapiro di Baird (Tapirus bairdii). Queste specie sono  altamente sensibili ai cambiamenti degli habitat  e quindi è più probabile che spariscano in territori che comprendono solo una piccola parte di foresta intatta».

Il problema  è che la metà degli habitat forestali di tutto il mondo è ora a 500 metri di un forest edge, a causa dell’espansione delle reti  di strade, della logistica, dell’agricoltura e di altre attività umane. Questi limiti artificiali sono diversi rispetto al resto della foresta: hanno più luce, meno umidità e temperature generalmente più alte.

Utilizzando i dati sull’abbondanza delle specie raccolti nei territori frammentati in tutto il mondo, il team ha analizzato 1.673 specie di mammiferi, uccelli, rettili e anfibi per vedere come rispondono ai limiti e, utilizzando nuove analisi spaziali e statistiche sviluppati dell’Imperial College di Londra, sono stati in grado di dimostrare che queste infrastrutture antropiche hanno un impatto – negativo o positivo –  sull’abbondanza dell’85% delle specie. «Cosa ancora più importante . dicono i ricercatori –  gli effetti del bordo creano comunità di specie vicino ai limiti che somigliano poco alle comunità all’interno delle foreste e questo turnover di specie rispecchia probabilmente cambiamenti drammatici nel funzionamento ecologico degli habitat forestali modificati«.

Robert Ewers, professore di Ecologia al Imperial College di Londra, evidenzia che «Circa la metà delle specie vincitrici nel cambiamento delle foreste  gradiscono i bordi e quindi evitano la foresta profonda, preferendo invece vivere vicino ai limiti della foresta. Le specie dell’altra metà perdente invece non amano i bordi e si nascondono nella foresta profonda. I vincitori ei perdenti però non sono uguali. Alcune delle specie alle quali piacciono i i bordi sono invasive come il boa constrictor, mentre quelle che si trovano nella foresta profonda sono più esposte ad essere minacciate di estinzione, come il pangolino del Borneo».

Secondo l’australino William Laurance dell’università James Cook del  Queensland, «E’ uno studio di enorme importanza, perché integra una così una grande quantità di dati per quasi 2000 specie vertebrate. In qualche modo, conferma i nostri peggiori timori. Le foreste delle nazioni tropicali in via di sviluppo saranno particolarmente colpite dal rapido ritmo della costruzione di strade». Nello studio “Economic, Socio-Political and Environmental Risks of Road Development in the Tropics” pubblicato pochi giorni fa su Current Biology, Laurance e i suoi colleghi hanno stimato che entro il 2050 nelle regioni tropicali saranno costruiti circa 25 milioni di chilometri di strade lastricate e il ricercatore australiano ricorda che «Le strade solitamente aprono un vaso di Pandora di problemi ambientali per le specie forestali». Problemi che comprendono la frammentazione degli habitat, la caccia, la deforestazione e le miniere illegali. In Amazzonia, il 95% di tutte le deforestazioni avviene entro 5,5 chilometri di una strada legale o illegale. Molte di queste strade vengono aperte nelle foreste per poi essere trasformate in piste di fango e buche alla prima forte pioggia e, invece di avere un impatto positivo sullo sviluppo, la loro problematica manutenzione diventa un costo proibitivo per Paesi spesso poverissimi.

Come se non bastasse, le strade ai limiti delle foreste frendono il territorio molto più predisposto agli incendi, Lo studio “Landscape fragmentation, severe drought, and the new Amazon forest fire regime” pubblicato nel 2015 su Ecological Applications da un team guidato da Jos Barlow dell’università di Lancaster, ha scoperto che gli incendi si verificano molto più spesso ai bordi delle foreste, ad esempio accanto alle strade o alle radure, e che in queste aree colpiscono ogni 11 anni rispetto ad ogni 82 anni nelle giungle fitte. Barlow, è convinto che «Impedire la frammentazione delle foreste può essere un passo fondamentale per ridurre l’incidenza degli incendi».

La Pfeifer conclude: «La nostra analisi ci permette di monitorare le abbondanze delle specie in risposta agli effetti del forest edge per prevedere l’impatto sulla biodiversità causato dalla perdita e dalla frammentazione delle foreste. Questo è utile per la gestione del suolo e come strumento per aiutare a guidare i nostri sforzi di conservazione. Il passo successivo è quello di utilizzare questi dati e il nostro software per permettere ai manager di creare “paesaggi ottimali” che combinino l’uso delle foreste con la conservazione della biodiversità».

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