Le tartarughe delle Galapagos in via di estinzione si mangiano le piante invasive

Più della metà delle piante consumate dalle tartarughe giganti su Santa Cruz sono “aliene”

[7 aprile 2015]

La maggior parte della ricerca sulle specie di piante e animali introdotte sottolinea i loro impatti ecologici negativi, ma nel luogo simbolo dell’evoluzione, le isole Galapagos, è venuto fuori che non sempre le piante “aliene” svolgono un ruolo dannoso per la fauna autoctona in via di estinzione.

Infatti, lo studio “The Dominance of Introduced Plant Species in the Diets of Migratory Galapagos Tortoises Increases with Elevation on a Human-Occupied Island”, pubblicato su Biotropica da un team Tedesco, statunitense ed equadoregno, presenta un caso interessante: le tartarughe giganti simbolo delle isole Galapagos stanno rifiorendo grazie ad una dieta a base di piante non autoctone che sembrano addirittura preferire a quelle autoctone.

Dagli anni ’30 le piante introdotte hanno cominciato ad espandersi rapidamente nelle Galapagos, dopo che ha cominciato ad essere eliminata la vegetazione nativa delle zone più elevate per far spazio all’agricoltura, da allora il tasso di introduzione di specie vegetali aliene è costantemente aumentato.

Questa espansione avveniva proprio mentre le popolazioni di tartarughe delle Galapagos si contraevano e la cosa preoccupa non poco scienziati ed ambientalisti, visto che questi grandi rettili fino alla fine del Pleistocene, si trovavano in tutti i continenti, eccetto l’Antartide, mentre oggi sopravvivono in natura solo in due siti: l’atollo di Aldabra, nell’Oceano Indiano, e l’arcipelago delle Galapagos nel Pacifico orientale. Nelle Galapagos, tutte le sottospecie sopravvissute sono considerate vulnerabili o in pericolo di estinzione.

Quindi la notizia sorprendente che le piante introdotte costituiscono circa la metà della dieta di due sottospecie di tartarughe gigantiin via di estinzione, che arriva dalle ricerche sul campo alle Galapagos, rappresenta una speranza sia per il possibile controllo delle specie aliene che per il futuro delle tartarughe giganti. Ma c’è di più: queste piante sembrano nutrire meglio le tartarughe, aiutandole a rimanere in forma e grintoso. Il leder del team di ricercatori, Stephen Blake, che lavora sia per il Max Planck Institute for Ornithology che per la  Washington University di St. Louis, sottolinea che «La conservazione della biodiversità è un problema enorme da affrontare per chi gestisce le isole Galapagos. Sradicare le più di 750 specie di piante invasive è quasi impossibile ed anche tenerle sotto controllo è difficile. Fortunatamente, la conservazione delle tartarughe sembra essere compatibile con la presenza di alcune specie introdotte».

Lo studio è stato realizzato sull’isola di Santa Cruz, un vulcano spento dove vivono due specie di tartarughe giganti e che è anche quella con la più grande popolazione umana delle Galapagos. Qui gli agricoltori hanno convertito la maggior parte delle zone umide dell’altopiano in aree coltivabili ed almeno l’86% degli altipiani e delle altre zone umide sono ormai degradate dall’agricoltura o dalla presenza di specie invasive.

In ricerche precedenti, Blake dotato le tartarughe adulte di Santa Cruz di un tag GPS ed aveva scoperto che migrano stagionalmente dalle pianure aride, dove la vegetazione cresce solo nella stagione umida, verso i prati degli altipiani, che restano a lungo lussureggianti. «Questo ci è sembrato piuttosto strano – spiega Blake sul sito della Washington University – visto che una grossa tartaruga Galapagos può sopravvivere per un anno senza mangiare e bere. Questo è il motivo per cui i marinai catturavano e tartarughe per servire come fonte di carne fresca a bordo delle navi. Perché un animale di 500 libbre può digiunare per un anno e che trasporta un guscio pesante fa su e giù su un vulcano in cerca di cibo? Non potrebbe aspettare duranbte la stagione secca fino a che non arriveranno  tempi migliori con le piogge?»

La risposta che si sono dati gli scienziati è che, ovviamente, questo comportamento migratorio dipende dal bilancio energetico della tartaruga. Ma l’unico studio dettagliato sul foraggiamento delle tartarughe risaliva al 1980, «In gran parte prima dell’esplosione di specie introdotte e invasive che ha colpito le Galapagos», sottolinea  Blake. Quindi, per 4 anni, i ricercatori hanno seguito le tartarughe sul territorio e, con “focal observations” della durata di 10 minuti, hanno registrato i dati di quello che mangiano le tartarughe , poi si sono dedicati ad un compito forse meno gradevole ma utilissimo: contare i semi presenti nelle feci delle tartarughe ed hanno scoperto che a volte ce n’erano più di mille.

I resoconti dei morsi e degli attacchi – come vengono definiti gli episodi durante i quali tutti gli individui si nutrono di una data specie durante le osservazioni focali – hanno dimostrato che le tartarughe trascorrono più tempo a banchettare in mezzo alle specie introdotte che a cibarsi di quelle native.

Blake evidenzia: «Veramente non ne siamo stati sorpresi, considerandolo dal punto di vista di una tartaruga. La guava nativa, ad esempio, produce piccoli frutti che contengono semi di grandi dimensioni e una piccola quantità di pasta relativamente amara dentro una buccia spessa. La guava introdotta è grande e contiene abbondante polpa dolce dentro na pelle sottile e flessibile».

Il team di ricercatori ha anche valutato la salute e lo stato nutrizionale delle tartarughe, che sono state anche pesate ad alle quali è stato fatto un prelievo di sangue, e tutti gli indicatori «suggeriscono che le specie introdotte nella dieta hanno un effetto neutro o positivo sulla condizione fisica delle tartarughe. Le specie introdotte possono anche aiutare le tartarughe a migliorare la loro condizione durante la stagione secca».

Lo studio conclude: «Dal momento che nelle Galapagos un ritorno a condizioni “incontaminate” è improbabile, è incoraggiante sapere che queste possono essere non solo brutte notizie per questi carismatici mega-erbivori delle isole».