L’appello #StopOilAirgun di Legambiente ha superato le 30.000 firme in una settimana

Le trivelle all’assalto del Mar Ionio: 18 procedimenti attivi su 14.000 Km2

A Policoro manifestazione contro le trivellazioni petrolifere a mare e a terra

[15 luglio 2015]

NO OIL ionio

Nel Mar Ionio una superficie grande quanto l’intera Campania è in mano alle compagnie petrolifere, una  corsa all’oro nero che non risparmia le coste ioniche (ma anche gli altri mari italiani), «Un vero e proprio assalto delle compagnie petrolifere – dice Legambiente –  frutto di una scellerata scelta in campo energetico del Governo che sta letteralmente svendendo i nostri mari».

Anche per questo Legambiente e una vasta coalizione internazionale dei Paesi che si affacciano sull’Adriatico e lo Ionio, ha lanciato con la partenza della Goletta Verde da Rovigno (Croazia), l’iniziativa #StopSeaDrilling «per chiedere al Governo di bloccare le nuove trivellazioni e alle regioni e alle comunità locali di fare fronte comune contro questa miope scelta energetica. Un’azione specifica riguarda anche la pericolosa tecnica dell’airgun utilizzata per la ricerca di petrolio e gas, che ha effetti devastanti sull’ambiente marino e sulle attività di pesca. L’appello #StopOilAirgun di Legambiente ha superato le 30.000 firme in una settimana».

Argomenti discussi ieri a Corigliano Calabro nel corso dell’incontro “Un mare di… qualità, la bellezza della piccola pesca tradizionale” e intervenendo all’iniziativa, Franco Falcone, presidente di Legambiente Calabria, ha sottolineato che «La fretta di sbloccare i procedimenti delle compagnie petrolifere non va di pari passo con la  necessità di tutelare e salvaguardare gli ambienti marini e le attività che in essi si sviluppano La vera ricchezza di questi territori sono, invece, l’enorme biodiversità marina, lo sviluppo dell’economia legata ad una pesca sostenibile e la promozione di una nuova idea di turismo legato al mare che faccia della sostenibilità ambientale il suo punto di forza. Contro i recenti pareri favorevoli rilasciati dal Governo sono già scesi in campo anche i presidenti delle Regioni Calabria, Basilicata, e Puglia che hanno recepito la crescente preoccupazione dei territori. Alla Regione Calabria, quindi, chiediamo di proseguire su questa strada e provare a bloccare il folle attacco alle nostre risorse che arriva dalle compagnie petrolifere».

Goletta Verde ha presentato un dossier  dal quale emerge che «Se nel Mar Jonio fino al 2011 erano vietate attività di ricerca di petrolio attualmente, grazie ad un emendamento al testo di recepimento della direttiva europea sui reati ambientali, si è di fatto riaperto anche questo tratto di marre alle attività estrattive. Sono 18 ad oggi i procedimenti a diversi step dell’iter amministrativo – erano 19 fino al 12 giugno scorso quando si è conclusa la Valutazione di Impatto Ambientale dell’istanza di Enel Longanesi denominata d79 FR-EN e ubicata a largo delle coste di Gallipoli per una estensione di 748 kmq – per il rilascio di concessioni per la coltivazione di idrocarburi per un totale di circa 14.000 km2. Si tratta di una istanza di permesso di prospezione (il primo passo per poter investigare i fondali marini e rilevare eventuali giacimenti di idrocarburi in essi presenti) di 4.025 kmq di proprietà della Schlumberger Italiana nell’area vasta compresa tra Gallipoli e Crotone. Sono invece 15 le istanze di permesso di ricerca presentate, di cui otto in fase decisoria e 7 in corso di valutazione ambientale, per un’area di circa 10mila kmq che riguarda le coste Calabresi, Pugliesi e della Basilicata. Un permesso di ricerca è stato, inoltre, rilasciato alla Appennine Energy nel tratto di costa jonica di fonte alla costa di Sibari per una estensione di 63,13 kmq – all’interno del quale è stata presentata un’istanza di autorizzazione per un pozzo esplorativo denominato “LIUBA1 OR”, come si evince dal sito del Ministero dello Sviluppo Economico – mentre una istanza di concessione di coltivazione presentata dall’ENI è in corso di valutazione ambientale e riguarda il tratto di costa tra Sibari e Rossano per circa 76,7 km2».

Gli impatti dalle attività di ricerca e prospezione petrolifera sull’ecosistema marino sino noti: la tecnica dell’airgun può provocare, fino a chilometri di distanza dl sito nel quale viene realizzata, danni ed alterazioni comportamentali, talvolta letali, in diverse specie marine e in particolare per i cetacei. «Le conseguenze – dicono al Cigno Verde calabrese – non si fermano solo sull’alterazione del delicato ecosistema marino, ma si estendono inevitabilmente anche alle attività di pesca e turismo che caratterizzano anche i territori e l’economia della Calabria. In uno studio del Norvegian Institute of Marine Research si è visto come la riduzione del pescato intorno ad una sorgente sonora che utilizza airgun possa arrivare anche al 50% mentre il settore turistico, un patrimonio importantissimo per l’economia di quest’area, rischia di subire un notevole impatto negativo dal moltiplicarsi delle attività petrolifere».

Oltre ad essere una importante meta turistica, con siti di interesse storico e artistici, l’area ionica calabrese è, insieme alla Grecia e Cipro, uno dei siti di nidificazione delle tartarughe marine Caretta caretta più importanti  del bacino del Mediterraneo. Sono anche presenti aree protette o siti della rete Natura 2000 (SIC e Zps), la rete europea per la tutela della natura e la biodiversità individuata ai sensi della Direttiva Habitat (92/43/CEE) come l’Area marina di Capo Rizzuto, le Riserve naturali della Foce del Fiume Crati, la Riserva naturale orientata della Foce del Fiume Neto

Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente, ricorda che «La costa ionica calabrese presenta ancora un’elevata ricchezza ecologica, nonostante le aggressioni messe in atto nel corso di decenni da politiche che non sono state in grado di tutelare l’ambiente costiero. Anche dal un punto di vista ittico, l’area ionica ha un patrimonio copioso e vario. Partendo da questi presupposti hanno preso forma numerosi Gruppi di Azione Costiera (GAC), nati con l’obiettivo di favorire e migliorare lo sviluppo locale, in maniera sostenibile, rendendo maggiormente competitiva la “zona di pesca”, valorizzando non solo le risorse ittiche ma anche quelle turistiche, agro alimentari, artigianali e naturalistiche del territorio. Tutto questo petrolio permettendo. Senza dimenticare che il Mar Ionio rappresenta un importante bacino costiero come habitat preferenziale e/o punto di transito per numerose specie di cetacei che fa dello Ionio un’area particolarmente delicata e sensibile alle modificazioni ambientali indotte da cause antropiche o comunque esterne».

Mattia Lolli, responsabile di Goletta Verde, spiega che «Con la petizione #StopOilAirgun chiediamo al Governo di vietare la tecnica dell’airgun per fini petroliferi utilizzando tutti gli strumenti a disposizione Una tecnica che non porta vantaggi alla collettività in termini economici, di conoscenza scientifica e ambientali, ma che è a favore esclusivamente delle compagnie». Per ribadire il no al petrolio, oggi  Legambiente Calabria e Basilicata e i circoli ionici del Cigno Verde sono a Policoro (Mt), alla manifestazione contro le trivelle nello Ionio, con due richieste: «La prima – dice Lolli –  è quella di fermare la corsa all’oro nero nel mare italiano e nello Ionio, attraverso un forte impegno delle Regioni e dei Comuni nel mettere in campo atti concreti ed efficaci contro i titoli rilasciati e in fase di rilascio. La seconda è un appello al Governatore della Basilicata Pittella, di dire no al petrolio non solo in mare ma anche in terra ferma, dove fino ad oggi non sono arrivati segnali da parte della Regione. Se il petrolio viene ritenuto non strategico e impattante a mare perché dovrebbe esserlo a terra?»