Le ultime aree selvagge del mondo stanno scomparendo. Wcs: «E’ una wilderness horror story»

Tra il 1993 e il 2009 scomparsi 3 milioni di Km2 di aree selvagge, quanto la superficie dell’India

[2 novembre 2018]

Le ultime aree selvagge del mondo stanno rapidamente scomparendo ed è assolutamente necessario rispettare gli obiettivi di conservazione internazionali che si è data la comunità internazionale. E’ quanto emerge drammaticamente dallo studio “Protect the last of the wild” pubblicata su Nature da  un team di ricercatori delle università del Queensland e della Northern British Columbia, di Wildlife Conservation Society  (Wcs) e The Nature Conservancy che ha mappato di recente gli ecosistemi oceanici intatti, completando un progetto del 2016 che aveva mappato quel che rimane delle aree e selvagge terrestri.

Il leader del team di ricerca, l’australiano James Watson, della School of Earth and Environmental Sciences dell’università del Queensland, ha spiegato che «I due studi hanno fornito il primo quadro globale di quanto poco resti della natura selvaggia» e si è detto molto allarmato per i risultati: «Un secolo fa, solo il 15% della superficie terrestre era utilizzata dagli esseri umani per coltivare colture e allevare bestiame. Oggi oltre il 77% delle terre – esclusa l’Antartide – e l’87% dell’oceano sono stati modificati dagli effetti diretti delle attività umane. Potrebbe essere difficile da credere, ma tra il 1993 e il 2009, un’area di terre selvagge terrestri più grande dell’India – uno strabiliante superficie di 3,3 milioni di chilometri quadrati – è andata persa per gli insediamenti umani, l’agricoltura, l’estrazione mineraria e altre pressioni. E nell’oceano le uniche regioni libere dalla pesca industriale, dall’inquinamento e dalla navigazione sono quasi completamente confinate nelle regioni polari».

Un altro autore dello studio, James Allan della School of Biological Sciences dell’università del Queensland,  sottolinea che «Quel che resta delle wilderness del mondo potrebbe essere protetta solo se la sua importanza fosse riconosciuta dalla politica internazionale. Alcune aree naturali sono protette dalla legislazione nazionale, ma nella maggior parte delle nazioni queste aree non sono definite, mappate o protette solo formalmente. Non c’è nulla che obblighi le nazioni, l’industria, la società o le comunità alla loro  conservazione a lungo termine. Abbiamo bisogno dell’istituzione immediata di audaci obiettivi per la wilderness in particolare quelli finalizzati alla conservazione della biodiversità, alla prevenzione di pericolosi cambiamenti climatici e allo sviluppo sostenibile».

I ricercatori insistono sul fatto che la politica globale a favore della biodiversità  deve essere tradotta in azioni locali: »Un intervento ovvio al quale nazioni possono dare la priorità è la creazione di aree protette in modo da rallentare l’impatto dell’attività industriale su grandi territori o sul territorio marino – evidenzia Watson – Ma dobbiamo anche fermare lo sviluppo industriale per proteggere i mezzi di sussistenza indigeni, creare meccanismi che consentano al settore privato di proteggere le aree naturali e premere per l’espansione delle organizzazioni regionali di gestione della pesca. Abbiamo già perso così tanto, quindi dobbiamo cogliere questa opportunità per mettere al sicuro le ultime wilderness rimaste, prima che scompaiano per sempre».

Insomma, solo il 23% delle terre emerse del mondo e questi risultati per la Wcs «Questi risultati sono particolarmente preoccupanti in quanto numerosi studi recenti rivelano che le rimanenti aree selvagge della Terra sono sempre più importanti ammortizzatori contro gli effetti dei cambiamenti climatici e di altri impatti umani.

Watson, che lavora anche per la Wcs. Aggiunge: «Questi risultati sono a dir poco una horror story per gli ultimi luoghi selvaggi del pianeta. La perdita della wilderness deve essere trattata nello stesso modo in cui trattiamo l’estinzione. Quando arriva il primo taglio non si torna più indietro. La decisione è per sempre».

Gli autori descrivono le aree selvagge come luoghi dove non ci sono attività industriali che hanno un impatto antropico sull’ambiente marino e terrestre, ma questo non esclude le comunità locali, che possono vivere, cacciare, pescare e svolgere altre attività sostenibili al loro interno.

Diversi studi rivelano che le aree selvagge forniscono rifugi sempre più importanti per le specie che stanno declinando o estinguendosi nei territori dominati dagli esseri umani. Le ultime regioni che contengono ancora popolazioni vitali di predatori al vertice della catena alimentare, come tonni, marlin e squali, sono gli oceani e i mari. I ricercatori ricordano che «Quasi i due terzi delle wilderness marine si trovano in acque internazionali, al di là del controllo immediato delle nazioni. L’United Nations convention on the law of the sSea sta attualmente negoziando un accordo giuridicamente vincolante per regolamentare la conservazione in alto mare. Mantenere le rimanenti aree marine della Terra off-limits allo sfruttamento dovrebbe essere una componente chiave del nuovo trattato. Saranno anche cruciali i limiti rigorosi ai sussidi governativi per la pesca dannosa; senza di questi, oltre la metà della pesca industriale in alto mare sarebbe inutile. Le nostre mappe escludono l’Antartide perché è off-limits per lo sfruttamento delle risorse diretto come l’estrazione mineraria, e gli effetti indiretti delle attività umane sono più difficili da misurare. Ma è una zona selvaggia cruciale che ha urgente bisogno di protezione. L’isolamento e le condizioni estreme dell’Antartide hanno impedito i livelli di degrado sperimentati altrove. Ma le specie invasive, l’inquinamento, l’aumento dell’attività umana e, soprattutto, i cambiamenti climatici stanno minacciando la sua biodiversità unica e la sua capacità di regolare il clima globale».

Gli scienziati spiegano ancora: «Per mappare la restante natura selvaggia terrestre della Terra, abbiamo utilizzato i migliori dati disponibili su 8 indicatori di pressioni umane con una risoluzione di 1 km quadrato. Questi erano: ambienti costruiti, terreni coltivati, pascoli, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade principali e corsi d’acqua navigabili. (I dati sono stati raccolti nel 2009.) Per la nostra mappa degli ecosistemi oceanici intatti, abbiamo utilizzato, tra gli altri 16 indicatori, i dati del 2013 sulla pesca, il trasporto industriale e il deflusso di fertilizzanti, Abbiamo identificato le terre selvagge o le aree oceaniche come quelle libere da pressioni umane, con un’area contigua di oltre 10.000 km2 a terra»

Alla Wcs ricordano che «Inoltre, le aree selvagge sono anche luoghi in cui sono immagazzinate e sequestrate enormi quantità di carbonio in ecosistemi intatti che, quando si tratta delle mitigazione del carbonio, sono almeno due volte più importanti degli habitat degradati simili».

Ma la perdita della natura selvaggia non è solo una questione di conservazione della biodiversità e di clima. Molte zone selvagge ospitano milioni di indigeni che dipendono da loro per mantenere le loro tradizioni e connessioni bio-culturali con la terra il al mare. N tutto il mondo, la perdita di natura selvaggi sta erodendo molte culture millenarie basate sull’equilibrio tra uomo e natura.

Per quanto i risultati dello studio siano deprimenti, gli autori dicono che c’è ancora una possibilità che quel che resta della natura selvaggia della Terra venga protetto. »Incredibilmente – spiega la Wcs – solo 20 nazioni detengono il 94% delle aree selvagge marine e terrestri del mondo (esclusi l’Antartide e l’alto mare), con cinque nazioni mega wilderness (Russia, Canada, Australia, Stati Uniti e Brasile) che ne ospitano il ​​70%». Lo studio sostiene che «Queste nazioni hanno un ruolo enorme da svolgere per mettere al sicuro l’ultima natura selvaggia».

Un altro autore dello studio, John Robinson, vicepresidente esecutivo global conservation della Wcs, è convinto che «La wilderness sarà garantita a livello globale solo se queste nazioni assumeranno un ruolo di leadership. In questo momento, su tutta la linea, manca questo tipo di leadership. Abbiamo già perso così tanto. Dobbiamo cogliere queste opportunità per proteggere la natura selvaggia prima che scompaia per sempre».

Il problema è che Putin in Russia, il governo conservatore negazionista climatico in Australia, Trump negli Usa e il nuovo arrivato Bolsonaro in Brasile propongono e attuano politiche che vanno esattamente nella direzione opposta e che anche Trudeau in Canada si barcamena tra proclami ambientalisti e progetti di oleodotti delle sabbie bituminose che attraversano Parchi e territori della Prime Nazioni.

Forse è anche per questo che gli autori dello studio dicono che «E’ giunto il momento di cambiare i quadri della politica internazionale per agire sulla conservazione della natura» e che l’occasione per farlo saranno due prossimi summit internazionali.

Uno è la Conferenza delle parti della Convention on biological diversity (Cop14 Cbd) che si terrà a Sharm El Sheick, in Egitto, dal 17 al 29 novembre e durante la quale  i governi firmatari, le organizzazioni internazionali come l’International union for conservation of nature, le ONG e la comunità scientifica si incontreranno per lavorare a un piano strategico per la protezione della biodiversità dopo il 2020. Gli autori dello studio pubblicato su Nature invitano i partecipanti al summit della Cbd a includere nel Piano strategico un obiettivo obbligatorio per la conservazione della natura selvaggia. Secondo loro «Un obiettivo audace ma raggiungibile è quello di definire e conservare il 100% di tutti gli ecosistemi intatti rimanenti». Watson e Allan. sottolineano che «Un obiettivo globale obbligatorio  – renderà più semplice per i governi, le organizzazioni non governative e a entità come il Global Environment Facility (un programma di finanziamento multinazionale che affronta i problemi ambientali e della sostenibilità) di mobilitare i finanziamenti e mobilitare le azioni sul terreno. Contribuirà inoltre a consentire azioni nell’ambito delle varie convenzioni che tentano di proteggere la biodiversità. Ad esempio, riconoscere ufficialmente il contributo che la natura selvaggia da al “valore universale eccezionale” di alcune aree potrebbe portare alla designazione di nuovi siti naturali del patrimonio mondiale».

Il secondo incontro importante è la Conferenza delle parti dell’United Nations framework convention on limate change (Cop24 Unfccc) che si terrà a Katowice, in Polonia, dal 2 al 14 dicembre. «Qui – dicono alla Wcs – il sequestro del carbonio e le capacità di stoccaggio delle aree naturali potrebbero essere documentate formalmente e l’importanza di conservarle potrebbe essere scritta nelle raccomandazioni politiche. Una tale mossa consentirebbe alle nazioni di rendere la protezione delle aree naturali una parte integrante della loro strategia per ridurre le emissioni».

Watson e Allan  confermano: «Ad esempio, nell’ambito del processo Unfccc per la Reducing emissions from deforestation and forest degradation (REDD+), i proprietari terrieri possono essere risarciti se si astengono dall’eliminare un’area di foresta tropicale che avevano pianificato di sviluppare. Tuttavia, non ci sono incentivi per le nazioni, l’industria privata o le comunità per proteggere i principali pozzi di assorbimento del carbonio, anche quando non viene identificato uno sviluppo imminente. Ciò significa che non c’è nulla che impedisca la lenta erosione di questi luoghi da parte di attività industriali su piccola scala e spesso non pianificate. Politiche simili sono necessarie per proteggere altri ecosistemi ricchi di carbonio, come praterie di piante e alghe marine e le foreste temperate e boreali, specialmente nei paesi sviluppati che attualmente non ricevono un sostegno finanziario nell’ambito dell’Unfccc».

I ricercatori concludono: «I luoghi selvaggi stanno affrontando la stessa crisi di estinzione delle specie. Analogamente all’estinzione delle specie, l’erosione della natura selvaggia è essenzialmente irreversibile. La ricerca ha dimostrato che i primi impatti dell’industria sulle aree wilderness sono i più dannosi. E una volta che è stato eroso, un ecosistema intatto e i suoi numerosi valori non possono mai essere completamente ripristinati. Come osservò il presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson quando firmò l’US Wilderness Act nel 1964, “Se le generazioni future dovranno ricordarci con gratitudine piuttosto che con disprezzo … dobbiamo lasciar loro un assaggio del mondo com’era all’inizio”. Abbiamo già perso così tanto. Dobbiamo cogliere questa opportunità per proteggere la natura selvaggia prima che scompaia per sempre».