Legge sui Parchi, le osservazioni del Cai: per lo sviluppo a rete dei Parchi e delle Aree protette

«Al servizio della montagna abitata e della conservazione dell'ambiente e del paesaggio»

[13 gennaio 2017]

Anche il Club alpino italiano (Cai) ha presentato alla Commissione Ambiente della Camera le sue  osservazioni sulle modifiche alla Legge n. 394/91 sui Parchi approvate dal Senato.

Ecco il testo integrale delle osservazioni del Cai:

Non avendo potuto per motivi oggettivi concordare con altre associazioni ambientaliste una posizione comune sul ddl recante modifiche alla legge n. 394, il Club Alpino Italiano-CAI si ripromette di farlo nel prosieguo dell’iter di esame alla Camera anche al fine di poter contribuire a fornire una posizione condivisa dalle associazioni di protezione ambientale relativamente alle modifiche da apportare al testo.

Verranno perciò brevemente esposte alcune osservazioni da parte del Club Alpino Italiano-CAI, con particolare riferimento ai parchi e alle aree protette che insistono sui territori montani alpini e appenninici, la cui specificità andrebbe almeno riconosciuta, giacché i Parchi, (anche a seguito dell’indebolimento di istituzioni sovracomunali nei territori montani come le Comunità montane, non ovunque adeguatamente sostituite da Unioni comunali montane, ed allontanandosi dalle comunità di montagna la funzione svolta dalle Provincie) restano l’unico riferimento istituzionale di tipo sovracomunale presente e attivo sul territorio, dotato di poteri di intervento e di risorse che operano in diverse zone montane del nostro Paese. Pur non volendo ad essi assegnare un improprio ruolo di supplenza, va però riconosciuto che il rilancio e lo sviluppo di intere aree montane del paese è spesso legato al rilancio e al rafforzamento del ruolo e dei poteri dei parchi nazionali, prima ancora che di quelli regionali.

Ad esempio il coordinamento e la gestione della manutenzione della sentieristica e delle opere alpine che insistono sui territori dei parchi potrebbe essere delegata dai comuni e da altri enti agli stessi parchi, dotando di un sistema premiale quei parchi che fossero investiti di tale ruolo, magari destinando una quota dei proventi derivanti dalle entrate provenienti dalla remunerazione del sistema di valorizzazione dei servizi ecosistemici o dei ticket richiesti ai frequentatori, in quanto una buona sentieristica e punti di appoggio in aree remote rappresentano un servizio per la sicurezza e la frequentazione sostenibile del territorio alpino e appenninico di interesse generale.

Anche perciò appare troppo dilazionata nel tempo la previsione di una delega sulla valorizzazione dei servizi ecosistemici, da esercitarsi entro 12 mesi dall’approvazione della legge da parte del Governo. Sarebbe meglio indicare l’inserimento della stessa nella prima legge di bilancio utile, prevedendo che la legge di bilancio rechi le norme relative alla determinazione del valore dei servizi ecosistemici all’interno dei parchi nazionali e delle aree protette.

Il rafforzamento dei parchi può indurre a una drastica limitazione, se non meglio a un radicale divieto, al proliferare di nuove concessioni/autorizzazioni per attività, che invece vanno circoscritte alle sole migliorie delle situazioni già presenti. Va disincentivata la ricerca di nuove risorse affidandola principalmente all’implementazione di attività che rischiano di impoverire anziché arricchire i territori montani (ad esempio, nuovi impianti sciistici, nuovi impianti idroelettrici, ecc) dalle quali estrarre royalties. Le compensazioni per uso di territorio e suolo non dovrebbero mai essere monetizzate, ma scomputate semmai, ove ne corresse la necessità, in termini di compensazioni ambientali.

Deve comunque esser chiaro in norma che , in subordine, ove consentito, gli introiti di questo tipo dovuti per lo sfruttamento del territorio del parco, non possono essere utilizzati per spesa corrente, ma solo ed esclusivamente per rafforzare gli interventi per la tutela e la conservazione della biodiversità e per la manutenzione del territorio anche ai fini sia della viabilità sostenibile del parco sia della preservazione del territorio dagli effetti dei cambiamenti climatici sull’ambiente naturale e sul paesaggio.

I parchi e le aree protette devono poter disporre di risorse certe, anche con entrate che, oltre a quelle date dalla fiscalità generale, possono pervenire dalla frequentazione dei luoghi del parco, tramite la contribuzione dei turisti a fronte di servizi di qualità offerti dai parchi medesimi.

Quanto ai servizi per il turismo degli escursionisti, dei camminatori e degli alpinisti sarebbe opportuno che tutti i parchi per norma adottassero la medesima segnaletica sui percorsi e i sentieri facendo riferimento a quella riconosciuta e sperimentata dal CAI lungo i 65.000 km di sentieri di cui si occupa anche in forza di una legge dello Stato, come già in molti parchi si sta attuando, dando omogeneità all’informazione sul campo ad uso del frequentatore dei parchi, attraverso appositi protocolli CAI/ Parchi, in attuazione di un protocollo generale di intesa e collaborazione in vigore tra CAI e Federparchi.

Vorremmo che venisse meglio finalizzata la norma introdotta sulle aree protette transfrontaliere. Anche perché per tutti i parchi nazionali alpini si tratta di una prospettiva matura quella di dare sbocco a grandi parchi europei transalpini senza frontiere come grandi aree di conservazione di biodiversità senza soluzione di continuità, ad esempio unendo Parco nazionale svizzero e Parco nazionale dello Stelvio ai parchi regionali Adamello e Adamello-Brenta. Oppure dando vita a un grande parco sul versante italo francese del sud ovest delle Alpi, oppure ancora integrando Parco del Gran Paradiso con parco della Vanoise.ecc. Perciò andrebbe meglio interpellata la funzione della Convenzione delle Alpi che vede nel Ministero dell’Ambiente oggi purtroppo uno spento motore della sua attività che va riacceso proprio quando, insieme ad Eusalp (che non va lasciata alla sola gestione delle regioni), la Convenzione rappresenta un utile e potenziale incubatore di accordi per la nascita di veri parchi alpini europei.

Anche una maggiore apertura alla collaborazione interstatale sui parchi e le aree protette, dando vita ad appositi organismi, farebbe parte di una rinnovata governance del sistema delle aree protette, che il provvedimento sul piano del funzionamento e dell’ordinamento prevede utilmente sia nelle modalità di formazione della composizione dei consigli direttivi e di semplificazione per la nomina dei presidenti, oltre che in un apprezzabile disegno di ridefinizione del ruolo dei direttori come manager pubblici non più estratti da un albo nazionale ormai improponibile. Anche cosi si conferisce nuovo impulso all’azione ministeriale e nuova forza alla partecipazione delle comunità dei parchi.

Mentre l’area alpina va messa in condizione di sviluppare la collaborazione interstatale e interparchi, l’area appenninica abbisogna di una ripresa forte del progetto APE, Appennino Parco d’Europa, che non va lasciato alla spontanea e volenterosa iniziativa delle Regioni, ma va previsto in norma insieme alla costituzione dei nuovi parchi come quello del Matese, le cui risorse vanno però reperite non tagliando quelle già disponibili per i parchi nazionali esistenti, bensì rinvenendone di nuove e adeguate.

A chi sostiene che le risorse per i parchi ci sono, va risposto che i parchi nazionali devono sempre più assolvere a compiti nuovi e che rappresentano un ottimo volano per la valorizzazione anche economica del territorio, non solo dal punto di vista turistico e del turismo sostenibile, ma anche per la qualificazione di determinati ambiti di attività produttive, artigianali e commerciali, assolutamente indispensabili per garantire che la montagna continui ad essere abitata .I parchi sono un investimento per la comunità nazionale e per le terre alte: sono anche parte della soluzione di una irrisolta “Causa Montana”, come la definiva il costituente Senatore Michele Gortani, autore dell’art. 44 comma 2 della Costituzione.

Anche perciò tutte le modifiche alla legge 394 vanno ricondotte non solo alla necessità di un più puntuale allineamento alle normative europee sulla biodiversità, ma vanno anche rese parte condivisa della vita e della cultura dei residenti e degli stakeholders. La popolazione va resa protagonista della realizzazione dei parchi negli anni del secondo millennio e i frequentatori più consapevoli nella loro fruizione.

I parchi vanno messi in condizione di poter investire in formazione e informazione anche estendendo la rete di collaborazione con centri universitari e di ricerca, con l’associazionismo e con il volontariato.

Un’ultima osservazione che deriva dal lavoro di ricerca del gruppo “Grandi carnivori” del CAI. Quanto alla fauna e al ruolo dei parchi nel ristoro per danni determinati dalla presenza di grandi carnivori, occorre che si investa anzitutto in prevenzione, in formazione e informazione e molte risorse umane ed economiche andranno indirizzate in questa attività, per la quale i bilanci dei parchi devono prevedere precisi stanziamenti.

Il “Bidecalogo” del CAI che traccia le linee di indirizzo e di autoregolamentazione del sodalizio in materia di ambiente e tutela del paesaggio, ci indica anche un preciso impegno che colgo l’occasione di segnalare al legislatore perché vi provveda. Cominciamo dai parchi a vietare esplicitamente la pratica dell’eliski e a vietare l’uso dei sentieri da parte dei mezzi motorizzati. scriviamolo in norma a lettere cubitali senza aspettare che lo faccia un rivisitato codice della strada, perché i sentieri sono una parte importante dell’anima dei parchi e non sono semplici strade, ma un essenziale strumento ad uso dei frequentatori necessario per il rispetto della flora e della fauna, quando non, insieme ai pascoli, anche parte significativa della tradizione e della storia delle popolazioni che hanno da secoli abitato i parchi e plasmato quei territori.

On. Erminio Quartiani

Vicepresidente Generale Club Alpino Italiano