All’inizio del secolo scorso un passaggio cruciale nell’evoluzione del pensiero ambientalista

L’età felice dell’ambientalismo, il nazionalismo e il divorzio tra paesaggio e natura

[10 aprile 2014]

L’ambientalismo moderno nasce verso gli anni Sessanta dell’Ottocento tra Gran Bretagna e Stati Uniti e lentamente si propaga agli altri paesi industrializzati o in via di industrializzazione, che all’epoca sono soprattutto quelli dell’Europa continentale. Questo processo si accelera nel corso degli anni Ottanta e culmina durante la Belle Époque, cioè nel quarto di secolo che precede la Grande guerra.

Abbiamo osservato il paradosso per cui questo ambientalismo cresce e si consolida come una tipica corrente culturale cosmopolita, internazionalista, ma viene accolta nei vari paesi adattandola e inserendola nelle cornici ideologiche nazionaliste che all’epoca dominano e che anzi di lì a poco saranno decisive nello scatenamento del conflitto mondiale.

È in questo modo che negli anni 1890-1914 l’ambientalismo diviene una corrente culturale e politica di notevole successo, capace spesso di condizionare le politiche pubbliche sia nazionali che internazionali. Una corrente che sembra insomma destinata a un grande futuro. La guerra, i due tremendi decenni interbellici e infine la nuova guerra congeleranno invece e ricacceranno indietro questa avanzata, che riprenderà solo dopo la metà degli anni Sessanta.

La “Belle Époque dell’ambientalismo” si distingue soprattutto per due caratteri: il cosmopolitismo scientifico e il nazionalismo paesaggistico-letterario. Come ci è facile oggi immaginare, questi caratteri sono spesso in tensione tra loro ma – e questo invece è piuttosto sorprendente – nella maggior parte dei casi si mescolano inscindibilmente.

Della dimensione sovranazionale dell’ambientalismo, favorita da un clima cosmopolita che moltiplica in questi anni esposizioni universali, congressi internazionali, accordi planetari in nome del progresso, abbiamo già detto. Ed è un universo che non ci sorprende perché è del tutto simile a quella in cui noi siamo cresciuti e siamo tuttora immersi. La nostra generazione, infatti, è quella che discende dal programma “Man e Biosphere” avviato dall’Unesco nel 1968, dalle conferenze di Stoccolma e di Rio e ancora più indietro dalla fondazione dell’Uicn nel 1948, che si iscrive di solito a organizzazioni planetarie come Greenpeace o come il Wwf, che si è formata su testi intitolati Only One Earth e Project on the Predicament of Mankind e che ragiona sulla base della massima “pensare globalmente, agire localmente”.

Molto più sorprendente è per noi invece l’altro aspetto dell’ambientalismo della Belle Époque, quello plasmato dal nazionalismo, anche se probabilmente è l’aspetto decisivo e quello che ha lasciato le tracce più durature. Esso è riassunto con efficacia ineguagliabile da un’espressione attribuita a John Ruskin, uno dei grandi eroi del nascente ambientalismo britannico della seconda metà dell’Ottocento: «Il paesaggio è il volto amato della patria». In questa semplice frase troviamo gli elementi fondamentali del sentire ambientalista che dominava in Europa agli inizi del Novecento: la natura come una delle espressioni più alte e caratterizzanti dell’identità nazionale, l’importanza dell’apprezzamento estetico nel giudizio sul valore della natura e di conseguenza la centralità del paesaggio come luogo di concentrazione di bellezza ed eredità storica.

Questi elementi, in realtà, erano presenti anche agli albori dell’ambientalismo: Ruskin è un protagonista del primissimo ambientalismo inglese, quello degli anni Sessanta, mentre il grande dono dell’America all’ambientalismo mondiale, l’idea di parco nazionale, porta nel suo stesso nome una connotazione patriottica. Ma questa vena ambientalista in cui si intrecciano la valorizzazione del bello visivo, la protezione della natura rara e la coltivazione delle memorie patrie viene teorizzata in modo sistematico e popolarizzata in tutt’Europa grazie ad associazioni e movimenti operanti soprattutto a partire dagli anni Novanta e soprattutto nell’area di lingua tedesca. È il momento dell’Heimatschutz e delle associazioni che in tutta Europa mettono organicamente insieme la protezione della natura selvaggia, del paesaggio, delle opere d’arte e del patrimonio etnografico come espressioni dell’unicità della nazione. E i risultati non si fanno attendere se è vero che l’ondata di aree protette che si realizza tra il 1909 e il 1924 in Svezia, Svizzera, Spagna e Italia discende da questo tipo di iniziative e di sensibilità. E la stessa cosa si può dire per l’ondata di leggi di tutela, locali e nazionali, che per la prima volta si propaga a partire dai primi anni del nuovo secolo.

Da quella fortunata epoca noi ereditiamo oggi i primi parchi nazionali, i primi accordi globali, le prime leggi di tutela, mentre abbiamo perduto in gran parte per strada l’intreccio tra patrimonio storico-artistico, paesaggio e natura intesa in senso propriamente biologico, ecosistemico. Sono tre dimensioni, queste, che erano difficilmente scindibili e raramente scisse nell’ambientalismo della Belle Époque e che noi in Italia stiamo faticosamente cercando di ricucire soltanto negli ultimi anni, mentre a livello internazionale sono ormai distanti anni luce.

Noi non sappiamo, insomma, e non possiamo dire cosa sarebbe stato l’ambientalismo, cosa sarebbe diventato, come sarebbe evoluto, come sarebbe se la guerra non ne avesse troncato d’un tratto il promettente sviluppo. Il conflitto mondiale frantuma infatti e dissolve il clima cosmopolita dei decenni precedenti, interrompe relazioni cruciali, sposta l’attenzione dell’opinione pubblica sulle priorità belliche, fa diventare l’attenzione al paesaggio e alla natura un lusso, impoverisce i paesi belligeranti – salvo gli Stati Uniti – delle risorse indispensabili per fare delle politiche ambientali efficaci.

Si apre con il 1914 un lungo periodo di buio per l’ambientalismo di quasi tutti i paesi del mondo, di relazioni internazionali intermittenti, di associazionismo debole, di successi limitati a paesi fortunati come gli Stati Uniti oppure a successi equivoci come quelli della Germania nazista.

Un periodo i cui rari lumi ricercheremo nella prossima puntata.