L’Europa dei recinti fa male anche agli animali

L’aumento delle recinzioni di confine in Europa è una grave minaccia per la fauna selvatica

[24 giugno 2016]

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Proprio nel giorno in cui i cittadini britannici votavano per uscire dall’Unione europea e per erigere altre barriere fisiche e politiche, veniva pubblicato su su Plos Biology lo studio “Border Security Fencing and Wildlife: The End of the Transboundary Paradigm in Eurasia?”  che dimostra quanto quelle barriere fanno male ad uomini e animali.

La crisi dei rifugiati in corso in Europa ha visto molti Paesi costruire in fretta e furia  recinzioni di filo spinato o rete metallica per di deviare o controllare il flusso di persone. Le nuove recinzioni nel cuore dell’Europa fanno parte di un trend che ha visto costruire barriere di confine in tutta l’Eurasia dopo gli attentati dell’11 settembre, uno sviluppo che è passato in gran parte inosservato da parte dei biologi che si occupano di salvaguardia delle specie «in un’epoca in cui, ironia della sorte, la cooperazione transfrontaliera è emersa come un paradigma della conservazione», dicono i ricercatori, tra i quali ci sono diversi britannici.

Infatti secondo il team di scienziati internazionali al quale ha partecipato Luigi Boitani, del dipartimento di bologia e biotecnologia di dell’università di Roma “La Sapienza”, « Queste recinzioni rappresentano una grave minaccia per la fauna selvatica perché possono causarne la mortalità, ostacolare l’accesso alle risorse stagionalmente importanti, e ridurre la dimensione effettiva della popolazione».

Lo studio riassume la portata del problema e propone concrete misure di mitigazione.

Si stima che la lunghezza totale delle recinzioni di confine in Europa e nell’Asia centrale sia tra i 25.000 e 30.000 chilometri e i ricercatori documentano i vari modi in cui questi confini irti di filo spinato e barriere  minacciano la fauna selvatica: «Le recinzioni di confine possono bloccare le rotte migratorie e dividere popolazioni animali già vulnerabili a cavallo tra i confini internazionali. Inoltre, gli animali che hanno la sfortuna di rimanere impigliato in una recinzione di filo spinato o a “rasoio” nel tentativo di attraversarla, devono probabilmente affrontare una morte lenta e macabra. Ad essere particolarmente colpiti sono i grandi animali, tra cui i grandi carnivori (orsi, lupi, linci) ed erbivori (cervi e bisonti in Europa, e una lunga lista di ungulati asiatici)».

I ricercatori propongono misure concrete per prevenire e mitigare gli impatti negativi delle recinzioni di confine esistenti e previste sulla fauna selvatica, per quanto possibile. L’olandese Arie Trouwborst, che insegna diritto ambientale a Department of european and international public law della Tilburg Law School, ha esaminato la legislazione e la politiche in materia di conservazione della biodiversità internazionale alla luce del problema delle recinzione di confine e fa notare «L’ironia della crescita simultanea dei paradigmi transfrontalieri della conservazione della fauna selvatica negli ultimi decenni, come ad esempio la promozione di aree protette transfrontaliere e l’adozione di un’azione coordinata da parte dei Paesi che condividono popolazioni animali transfrontaliere. Il forte aumento n delle recinzioni di confine è un enorme bastone tra le ruote a queste politiche di conservazione della fauna selvatica transfrontaliere»

Lo studio sottolinea anche che molte di queste barriere “temporanee” possono diventare permanenti e avere un impatto a lungo termine che contrasta con la consapevolezza maturata da molti governi negli anni ’80 e ’90 che la conservazione di molte specie doveva essere affrontato su base transfrontaliera. La caduta del muro di Berlino, l’ampliamento ad est dell’Unione europea e la firma di un certo numero di leggi e accordi  che danno maggiore protezione agli animali, hanno contribuito a consolidare questa idea.

Secondo del nuovo studio gli autori, i biologi di conservazione hanno preso il loro sguardo dalla palla quando è venuto alla costruzione di nuove recinzioni di confine.

Un altro dei ricercatori che ha partecipato allo studio, il britannico Matt Hayward della Bangor University, ha detto alla BBC: «Noi ipotizziamo che l’11 settembre sia stato il principale driver, quando il rischio dell’arrivo di  terrorismo e trafficanti di droga ha fatto sì che i governi chiudessero i loro confini per ridurre il rischio, mentre gli ambientalisti erano stati i driver di un sistema più aperto per consentire alla fauna selvatica di attraversare. Certo, ci sono un sacco di recinzioni di alto profilo che sono stati messe in questi ultimi tempi a causa della crisi siriana e dei rifugiati».

Per fermare i rifugiati che attraversano il Paese, nel novembre 2015 il governo della Slovenia ha deciso di costruire un recinto di filo spinato lungo gran parte del suo confine con la Croazia, secondo gli autori dello studio, «Questa barriera ha conseguenze imprevedibili per gli animali, in quanto separa  orsi, linci e lupi dalle loro popolazioni di base».

In altre aree dell’Europa e dell’Asia, un numero crescente di cervi vengono uccisi dalle barriere di confine: «Gli animali cercano di attraversare le recinzioni e restano bloccati –  dice Hayward – C’è anche l’isolamento delle popolazioni. Quindi, se queste recinzioni sono efficaci, gli animali non possono muoversi da una parte all’altra e la popolazione viene divisa e questo riduce la diversità genetica nelle specie e i rischi per la riproduzione»

I ricercatori coinvolti nello studio ritengono che molte delle recinzioni potrebbe essere stata costruita in violazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale, la Convenzione sulla diversità biologica o la direttiva Habitat dell’Unione Europea.

I ricercatori concludono che «Erigere o il mantenere una recinzione di confine può comportare la violazione degli obblighi ai sensi del diritto internazionale ed europeo sulla protezione della natura, tra cui la Convenzione di Bonn sulle specie migratorie e la direttiva Habitat dell’Unione Europea», ma anche la World Heritage Convention Unesco e la Convention on Biological Diversity.

Ma in alcuni casi la costruzione di recinzioni di confine si sono in realtà rivelate un beneficio per certe specie, come nel caso dell’asino selvatico, o Khulan, al confine mongolo-cinese, dove un recinto 4700 km impedisce a questi animali di vagare nella Mongolia interna cinese, dove la caccia illegale resta un grave problema.

«Se si guarda alle popolazioni di leoni in tutta l’Africa, il modo migliore per conservarli è di averli dietro le recinzioni su larga scala nei parchi nazionali –  aggiunge Hayward – Quindi un recinto in sé non è una cosa negativa per la conservazione, è dove non ne consideriamo l’impatto o non procediamo  a valutazioni ambientali su questi recinti di confine –che viene fatto il danno».

Lo studio sostiene che i governi dovrebbero pensare di aprire le recinzioni nei momenti importanti per la migrazione e pensare a diversi tipi di barriere che potrebbero essere meno dannose per le specie animali, inoltre, i governi dovrebbero anche prendere in considerazione la possibilità di lasciare spazi liberi tra un recinto e l’altro  che potrebbe essere controllati  con la tecnologia.

Ma, più di ogni altra cosa, lo studio chiede che i biologi che si occupano di salvaguardia delle specie facciano sentire la loro voce quando i governi stanno progettando nuove barriere di confine.