Il libro della giungla e le tribù indiane minacciate di sfratto mentre il film esce nelle sale

Survival International di nuovo all’attacco del Wwf

[12 aprile 2016]

Libro della Jungla

Survival International approfitta dell’uscita nelle sale cinematografiche italiane del remake del film della Disney “Il libro della Giungla” per lanciare nuovamente l’allarme sulle  che tribù che «vengono sfrattate illegalmente dalle loro terre ancestrali, trasformate in riserve delle tigri. E se da un lato le tribù sono costrette ad andarsene, dall’altra, si aprono le porte ai turisti paganti».

L’organizzazione che difende i popoli indigeni ricorda che «Una di queste terre è proprio la celebre Riserva delle tigri di Kanha, che ispirò il romanzo di Rudyard Kipling e dalla quale, nel 2014, sono stati sfrattati illegalmente centinaia di indigeni Baiga e Gond. E minacce di sfratto pendono ora anche sulla vicina riserva di Achanakmar nonostante la forte opposizione delle tribù, e su quella di Amrabad, solo per citarne alcune».

In effetti la Riserva delle tigri di Kanha  è pubblicizzata come il luogo ispiratore del Libro della giungla e incoraggia il turismo di massa sostenendo che «non c’è altro posto in cui si possono vedere [le tigri] così spesso». Ma Survival aggiunge che «Pochi dei visitatori e degli appassionati del film Disney saranno consapevoli delle violenze e delle intimidazioni inflitte ai popoli indigeni nel nome della conservazione della tigre proprio nella foresta in cui il libro è ambientato».

Il Dipartimento alle foreste dell’India dice che  le tribù accettano il trasferimento volontario, ma Survival e molti esponenti delle stesse tribù dicono che i popoli della foresta vengono costretti  ad “accettare” lo sfratto con corruzione, minacce e violenze e che alcune tribù sono trasferite in campi di reinsediamento governativi, mentre altre vengono semplicemente cacciate via e costrette a vivere in condizioni di povertà ai confini del loro territorio.

Survival International riporta la testimonianza di un Baiga che è stato sfrattato con la forza da Kanha nel 2014: «Siamo stati una delle ultime famiglie a resistere. Ma le persone della riserva ci hanno costretto ad andarcene. Ci hanno detto che avrebbero avuto cura di noi per tre anni, ma non hanno fatto nulla. Non è venuto nessuno ad aiutarci nemmeno quando mio fratello è stato ucciso». Un altro Baiga aggiunge: «Ci sentiamo persi, vaghiamo in cerca di terra. Qui c’è solo tristezza. Abbiamo bisogno della giungla».

Survival se la prende ancora una volta con le grandi organizzazioni conservazionistiche internazionali, a cominciare dal Wwf, che sarebbero « colpevoli di supportare questa situazione. Non denunciano mai apertamente gli sfratti. In realtà, molte tribù indiane venerano le tigri e vivono pacificamente al loro fianco da generazioni; non esistono prove che gli sfratti proteggano gli animali. Al contrario: è molto più probabile che li danneggino, perché escludono la popolazione locale dagli sforzi per la conservazione».

Eppure spesso Survival collabora con le associazioni ambientaliste per difendere i popoli indigeni da progetti petroliferi, gasieri e minerari, come in Sudamerica, in Africa o nella stessa India. Ma in India la protezione delle tigri ha provocato una specie di corto circuito.

Non è l’unica polemica col Wwf e ad altre organizzazioni protezionistiche internazionali – che respingono le accuse di Survival –  ma in India, come per i pigmei Baka del Camerun, ormai lo scontro tra difensori dei popoli indigeni e difensori della fauna continua da anni. Survival  accusa il Panda di voltare gli occhi di fronte alle prepotenze compiute contro le comunità indigene e di avere una visione sbagliata e molto “occidentale” della protezione della natura: «I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. Dovrebbero essere in prima linea nella conservazione della tigre, e invece ne sono esclusi. Vi sono addirittura prove del fatto che nelle aree da cui le tribù non sono state mandate via, vivono più tigri».

Il direttore generale di Survival International, Stephen Corry, conclude: «Speriamo che questo film aiuti a richiamare attenzione sulle sofferenze che i popoli indigeni di tutta l’India devono subire nel nome della conservazione della tigre. Il crollo della popolazione delle tigri registrato nel secolo scorso non ha avuto nulla a che fare con le tribù. Era dovuto alla rapida industrializzazione, e ai massacri operati dai cacciatori coloniali e dalle élite indiane. Eppure, in tutta l’India, le tribù ne stanno ancora pagando il prezzo: vengono cacciate dalla loro terra ancestrale per essere rimpiazzate da migliaia di turisti».