L’inquinamento da PCB minaccia di spazzare via le orche

Le orche che si nutrono di piccoli pesci sono meno minacciate di quelle che si cibano di mammiferi marini, tonni e squali

[28 settembre 2018]

Il nuovo studio “Predicting global killer whale population collapse from PCB pollution”, pubblicato su Science, dimostra che, entro un periodo di soli 30 -50 anni, le attuali concentrazioni di policlorobifenili (PCB) possono portare alla scomparsa di metà delle popolazioni mondiali di orche nelle zone più fortemente contaminate. Quindi, «A più di quarant’anni da quando sono state adottate le prime iniziative per vietare l’uso di PCB, gli inquinanti chimici rimangono una minaccia mortale per gli animali ai vertici della catena alimentare».

Uno degli autori dello studio, Paul Jepson dell’Institute of Zoology della Zoological Society of London (Zsl), spiega che «Le orche ( Orcinus orca ) formano l’ultimo anello di una lunga catena alimentare e sono tra i mammiferi con il più alto livello di PCB nei loro tessuti». I ricercatori del team internazionale guidato dal danese Jean-Pierre Desforges, del Dipartimento di bioscienze dell’Arctic Research Centre dell’Aarhus Universitet, hanno misurato valori fino a 1300 milligrammi per chilo nel tessuto adiposo  delle orche. »Per fare un confronto – dicono alla Zsl – un gran numero di studi mostra che gli animali con livelli di PCB bassi come 50 milligrammi per chilo di tessuto possono mostrare segni di infertilità e gravi impatti sul sistema immunitario».

I ricercatori hanno documentato che il numero di orche è in rapido declino in 10 delle 19 popolazioni indagate e dicono che «La specie potrebbe scomparire interamente da diverse aree nel giro di pochi decenni. Le orche sono particolarmente minacciate in aree fortemente contaminate come le acque vicino al Brasile, allo Stretto di Gibilterra e nel Regno Unito». La situazione pare particolarmente grave intorno alle isole britanniche, dove Il team di ricerca stima che «La popolazione rimanente conta meno di 10 orche» Inoltre, «Lungo la costa orientale della Groenlandia, le orche sono più colpite a causa dell’alto consumo di mammiferi marini come le foche».

Secondo, Jepson, uno dei massimi esperti europei di orche,  «Questo suggerisce che gli sforzi non sono stati abbastanza efficaci da evitare l’accumulo di PCB in specie al livello trofico alto che vivono fino a quando fanno le orche. C’è quindi un’urgente necessità di ulteriori iniziative, oltre a quelle previste dalla Convenzione di Stoccolma».

Le orche sono tra i mammiferi più diffusi sulla Terra: vivono in tutti gli oceani del mondo, da un polo all’altro, ma oggi solo le popolazioni che vivono nelle aree meno inquinate hanno ancora un gran numero di individui. Anche il sovrasfruttamento delle risorse ittiche e il rumore provocato dall’uomo possono anche influire sulla salute di questi mammiferi marini, ma gli scienziati evidenziano che «i PCB in particolare possono avere un effetto drammatico sulla riproduzione e sul sistema immunitario delle orche».

Le orche, la cui dieta include, tra l’altro, foche e pesci di grandi dimensioni come tonno e squali accumulano PCB e altri inquinanti conservati nei livelli successivi della catena alimentare. «Sono queste popolazioni di orche che hanno le più alte concentrazioni di PCB  – spiegano ancora alla Zsl – e sono queste popolazioni che sono a più alto rischio di collasso. Le orche che si nutrono principalmente di pesci di piccole dimensioni come l’aringa e lo sgombro hanno un contenuto significativamente inferiore di PCB e sono quindi a minor rischio di effetti».

La produzione di policlorobifenili è iniziata negli  negli anni ’20, ma è a partire dagli anni ’30 che i PCB sono stati utilizzati in tutto il mondo: sono state prodotte più di un milione di tonnellate di PCB che, tra le altre cose, sono state utilizzate per realizzare componenti elettrici e plastica, sigillanti e fluidi industriali. Insieme al DDT e ad altri pesticidi organici, i PCB si sono diffusi in tuti gli  oceani.  I PCB sono stati banditi negli Usa nel 1979 e nell’Ue nel 1981. Dal 1954 al 1984 l’Europa ha prodotto circa 300.000 tonnellate di PCB. Nel 2004, grazie alla Convenzione di Stoccolma, oltre 90 Paesi si sono impegnati a eliminare gradualmente le grandi riserve di PCB. Oggi solo la Corea del Nord produce ancora policlorobifenili

Ma i PCB si sono solo lentamente decomposti nell’ambiente e per i cetacei come le orche c’è anche un altro problema: i PCB vengono trasmessi dalle madri ai cuccioli attraverso il latte ricco di grassi. Questo significa che le sostanze pericolose rimangono nei corpi degli animali, invece di essere rilasciate nell’ambiente nel quale eventualmente si depositano o si degradano.

Rune Dietz, anche lui del Dipartimento di Bioscienza e Centro di ricerca artica dell’Università di Aarhus, aggiunge: «Sappiamo che i PCB deformano gli organi riproduttivi di animali come gli orsi polari. È stato quindi naturale esaminare l’impatto dei PCB sulle scarse popolazioni di orche in tutto il mondo».

Il team di ricerca, che comprende scienziati provenienti da Usa, Canada, Regno Unito, Groenlandia, Islanda e Danimarca, ha esaminato tutta la letteratura esistente e ha confrontato tutti i dati con i propri risultati più recenti. Questo ha fornito informazioni sui livelli di PCB in più di 350 singole orche in tutto il mondo – il più grande numero di orche mai studiato.

Applicando i modelli, i ricercatori hanno poi previsto gli effetti dei PCB sul numero della prole, sul sistema immunitario e sulla mortalità delle orche per un periodo di 100 anni e Desforges evidenzia che «I risultati sono sorprendenti. Abbiamo visto che oltre la metà delle popolazioni di orche studiate in tutto il mondo sono gravemente colpite dai PCB».

Il calo delle popolazioni di orche è impressionante e la situazione è peggiore negli oceani intorno al Brasile, allo stretto di Gibilterra, al nord-est del Pacifico e in tutto il Regno Unito, dove i modelli dimostrano che, nel mezzo secolo in cui erano presenti i PCB,  il numero delle orche si è praticamente dimezzato. Ailsa Hall, dell’università di St Andrews, che insieme al suo collega Bernie McConnell ha sviluppato i modelli utilizzati della Mammal research unit dello Scottish oceans institute, fa notare che «In queste aree, osserviamo raramente orche appena nate» e Desforges aggiunge: «Poiché gli effetti sono stati riconosciuti per più di 50 anni, è spaventoso vedere che i modelli prevedono un alto rischio di collasso delle popolazioni in queste aree entro un periodo di 30-40 anni».

Un’orca può vivere per 60-70 anni – ma ci sono casi documentati di orche che hanno vissuto per più di 90 e addirittura 100 anni – e, sebbene il mondo abbia fatto i primi passi per eliminare gradualmente i PCB più di 40 anni fa, le orche hanno ancora alti livelli di PCB nei loro corpi.

Fortunatamente, negli oceani intorno alle isole Fær Øer, Islanda, Norvegia, Alaska e nell’Antartide, le prospettive non sono così cupe. Qui le popolazioni di orche si riproducono e i modelli prevedono che continueranno a farlo per tutto il prossimo secolo.

La maggior parte delle “rimanenze di PCB deve ancora essere distrutta o conservata in modo sicuro. Alcuni Paesi hanno fatto meglio di altri: negli Usa, dove sono stati usati “superfund” federali per ripulire i siti più contaminati, i livelli di PCB nell’oceano sono diminuiti. MA in posti come l’Europa bisogna fare urgentemente di più. Desforges ricorda che «Lo smaltimento improprio di apparecchiature contenenti PCB nelle discariche può portare a perdite e lisciviazione di PCB nei vicini fiumi, fiumi, estuari e nell’oceano. Sappiamo che i PCB sono stati utilizzati nelle vernici e nei sigillanti nei vecchi edifici e per il rivestimento esterno sulle navi, quindi se i materiali da costruzione contaminati vengono smaltiti in modo errato potrebbero anche raggiungere l’ambiente e la demolizione degli edifici potrebbe causare l’immissione di PCB».

Cosa possiamo fare per aiutare le orche? La Hall  ha detto a BBC News che «C’è molto poco che si può fare per recuperare i PCB una volta che hanno raggiunto l’oceano. E la robustezza di questi prodotti chimici significa che rimarranno nell’ambiente per un tempo molto lungo. Ma ci sono problemi paralleli, che potremmo risolvere in modo plausibile, Dovremmo riconoscere che questo è solo uno dei tanti stress per questi  animali. Ci sono cose come il rumore, i cambiamenti nell’habitat, i cambiamenti nella disponibilità di prede su cui abbiamo un’influenza. E se facciamo qualcosa su questi fattori, forse possiamo ridurre l’onere complessivo dello stress e forse poi le nostre previsioni non saranno così terribili»

Jepson conclude: «Non penso che ci sarà mai un’altra storia simile a quella del PCB. Penso che le industrie chimiche abbiano imparato la lezione: sappiamo che essere liposolubili è un grosso fattore di rischio, perché questo permette alle cose di bioaccumularsi. Quindi, al giorno d’oggi, nessuna sostanza chimica con queste proprietà sarebbe consentita, ma i PCB sono così difficili da eliminare che avremo a che fare con la loro eredità per molto tempo».