Lista Rossa delle Farfalle italiane: una specie estinta e 18 a rischio

I pericoli: perdita di habitat, pesticidi, cambiamento climatico e collezionismo

[10 marzo 2016]

Lista Rossa Farfalle 1

Oggi a Roma Comitato Italiano Iucn,  Federparchi e ministero dell’ambiente, hanno presentato la  “Lista Rossa IUCN dei Ropaloceri Italiani” cioè delle farfalle diurne che vivono nel nostro Paese, compilata da Emilio Balletto, Simona Bonelli, Francesca Barbero, Luca Pietro Casacci, Valerio Sbordoni, Leonardo Dapporto, Stefano Scalercio, Alberto Zilli, Alessia Battistoni, Corrado Teofili e Carlo Rondinini, con la  collaborazione dell’Unione zoologica italiana.

I ricercatori spiegano che gli obiettivi principali della ricerca  che ha portato alla realizzazione della Lista Rossa sono: «1) la creazione di una rete di esperti per la valutazione, del rischio di estinzione delle specie di ropaloceri in Italia; 2) la valutazione del rischio di estinzione per tutti i ropaloceri italiani; 3) l’ampliamento della base di riferimento, costituita dalle Liste Rosse italiane pubblicate negli anni precedenti, utile in futuro a valutare la tendenza dello stato di conservazione della biodiversita in Italia».

Nella valutazione sono state incluse tutte le specie di ropaloceri native o possibilmente native in Italia. Per ogni specie e stata valutata l’intera popolazione nel suo areale italiano, quindi, sottolineano i redattori «La valutazione del rischio di estinzione e riferita all’intera popolazione nazionale di ciascuna specie e non a sottopopolazioni locali il cui livello di minaccia può essere talvolta superiore».

In Italia sono presenti 288 specie indigene di Lepidotteri diurni, l’introduzione accidentale di una specie di origine sudafricana verso la fine del secolo scorso ha portato il totale delle specie italiane a 289. Le specie endemiche italiane sono 18, mentre le distribuzioni geografiche di altre 20 specie hanno piccole estensioni

al di fuori dei confini politici italiani e sono classificabili come subendemiche. Di queste  289 specie una è estinta in Italia: la  Lycaena helle, una specie globalmente minacciata. Le specie minacciate di estinzione

sono un totale di 18, il  6.3% delle specie valutate. Solo per 2 specie i dati disponibili sono insufficienti a valutare il rischio di estinzione.  Le specie quasi minacciate rappresentano il 5.6% dei ropaloceri italiani.

«Contrariamente a quanto si osserva in genere nelle zone tropicali, i ropaloceri italiani sono in gran maggioranza specie degli ambienti aperti, praticole o ecotonali, mentre solo alcune specie sono più o meno strettamente forestali – evidenziano gli scienziati – I ropaloceri italiani sono tipicamente legati ad ambienti di transizione e solo di rado ad ambienti stabili. Le farfalle diurne italiane sono presenti dal livello del mare fino alle maggiori altitudini, anche se relativamente poche di esse possono riprodursi oltre i 2.500 m. Partendo dalle quote più elevate, 47 specie sono diffuse soltanto, o soprattutto, al di sopra del limite della vegetazione arborea e devono, perciò, considerarsi vere e proprie alpine. Fra le altre, circa 90 sono legate all’orizzonte montano. Poche specie, come Colias hyale, Maculinea alcon, M. teleius, Euphydryas aurinia (s. str.), Coenonympha oedippus, sono planiziali e abitano soltanto la Pianura Padana; mentre 12 specie sono strettamente legate alla macchia mediterranea. Le entita eu-mediterranee, esclusive della fascia litoranea, sono poco più di 10».

La buona notizia è che, contrariamente a quanto avviene in numerosi Paesi europei, le popolazioni italiane di ropaloceri sembrano in maggioranza stabili: «Solo il 9% delle specie mostra sensibili diminuzioni nel numero dei siti occupati in precedenza – si legge nella Lista rossa –  mentre l’1% e attualmente in aumento».

Le estinzioni locali di alcune specie non sono avvenute in modo uniforme nei diversi habitat, ma le estinzioni locali sono particolarmente concentrate in habitat umidi e nelle formazioni rocciose. Sembrerebbero meno minacciate le specie delle praterie più o meno invase dagli arbusti e delle foreste. I t ricercatori dicono che «Il fatto che negli ambienti artificiali e nella vegetazione introdotta non si siano osservate estinzioni dipende ovviamente dal bassissimo numero di specie, tutte generaliste e più o meno migratorie, che si osservano in questi habitat».

La perdita di habitat dovuta ai cambiamenti dell’uso del suolo e delle pratiche agronomiche è comunque la principale minaccia per le farfalle italiane. Nella Lista Rossa si legge che «Tali cambiamenti generano frammentazione ed isolamento, aumentando cosi le probabilità che possano manifestarsi eventi stocastici. I cambiamenti dei sistemi naturali comprendono il degrado dell’habitat in particolare dovuto a cattiva gestione dei prati pascolo, per esempio tagliati con troppa frequenza, ma anche e piu spesso, l’abbandono dei pascoli con conseguente riforestazione. Un  fenomeno ce colpisce 23 specie tra le quali Plebejus trappi, Polyommatus exuberans e P. dolus».

Altre specie soffrono per l’abbandono delle attività agrosilvopastorali nelle aree scarsamente redditizie o difficili da raggiungere, un fenomeno molto diffuso, in particolare nelle aree Appenniniche. Nelle regioni

mediterranee anche gli incendi sono una minaccia per gli habitat di alcune specie come Polyommatus galloi, Hipparchia sbordoni e Spialia therapne. A questo si devono aggiungere le captazioni idriche per uso agricolo, che abbassano la falda freatica modificando fortemente gli habitat umidi di alcune specie della pianura padana particolarmente minacciate, come Maculinea alcon, M. teleius, Melitaea britomartis.

I ricercatori sottolineano che «L’espansione dell’agricoltura e in particolare della viticoltura, della risicoltura e dell’olivicoltura e un fenomeno che nel nostro Paese riguarda aziende medio piccole, che sono state spesso, in modo inconsapevole, le stesse aziende artefici della sopravvivenza di aree aperte popolate da farfalle. In anni recenti molte di queste aziende sono state abbandonate oppure trasformate in aziende più grandi con gestione non compatibile con la conservazione della biodiversità. Almeno 18 specie sono afflitte dalla trasformazione di queste aziende agricole e, nell’orizzonte montano, almeno 8 subiscono gli effetti di un pascolo eccessivo o mal gestito (overgrazing)».

Al terzo posto tra e le minacce  per le farfalle diurne ci sono i cambiamenti climatici, che agiscono in modi diversi sulle popolazioni: «In particolare le temperature invernali più alte della media, e i cambiamenti nel regime delle precipitazioni, sono causa della diminuzione dello spessore del manto nevoso sotto il quale svernano le larve della maggior parte delle specie strettamente alpine, come quelle del genere Erebia. Per questo genere i cambiamenti climatici possono aumentare il rischio di estinzione di intere popolazioni locali, soprattutto per quanto riguarda quelle Appenniniche spesso posizionate al margine meridionale della distribuzione delle varie specie – si legge nella Lista Rossa dei Ropaloceri Italiani –  Un manto nevoso assottigliato non garantisce infatti il mantenimento di una temperatura adeguata per la fisiologia di questi

organismi. Le anomalie nelle precipitazioni sono accertate come causa di estinzione locale per Melitaea

britomartis, scomparsa nella porzione occidentale del nord Italia. Anche le specie igrofile sono sensibili alle anomalie termiche, le quali causano cambiamenti nelle fenologie del volo e delle fioriture delle piante nutrici, con possibili disaccoppiamenti temporali osservate ad esempio in Maculinea alcon nella Pianura Padana».

Nei decenni passati, l’urbanizzazione ha sicuramente causato un alto numero di estinzioni locali, ma oggi sembra un fenomeno ridimensionato che riguarda soprattutto le pianure. Almeno 6 specie, tutte ristrette

alla pianura Padana, soffrono per il cemento e il traffico delle attività commerciali e per l’ampliamento dei centri urbani.

L’inquinamento che mette in pericolo le farfalle è esclusivamente quello derivante dall’uso di pesticidi o di erbicidi, che colpiscono le piante nutrici, e degli insetticidi (sia chimici che biologici come irrorazioni di Bacillus thuringiensisnon accuratamente valutate) che uccidono le forme preimmaginali. Una minaccia particolarmente sentita dalle specie che vivono in contesti agricoli intensivi, non rari soprattutto in Pianura

Padana.

C’è poi il disturbo antropico diretto dovuto ad attività ricreative o ad attività militari, ma «riguarda un esiguo nume ro di specie, tra le quali Polyommatus exuberans e P. humedasae che occupano aree piccole. In generale le attività ricreative estive spesso si estendono a trasformare in modo irreparabile le formazioni erbacee o suffruticose».

Le attività estrattive influiscono negativamente su Papilio alexanor, mentre la costruzione della rete stradale ha portato all’estinzione locale Melitaea britomartis.

Il collezionismo è risultato un problema per 10 specie: «L’Italia purtroppo e ancora sede di prelievi non leciti di esemplari di specie protette, da parte di collezionisti e raccoglitori commerciali, per lo più stranieri – denunciano i ricercatori – Questa forma di “predazione selettiva”, che e stata, nel passato, un’utilissima fonte d’informazioni, rischia oggi di divenire una minaccia per le specie strutturate in popolazioni isolate e  numericamente non abbondanti. E questo il caso di Erebia christi, un subendemita italo-svizzero, e di Euphydryas maturna, la cui unica popolazione italiana, che dista oltre 400 km in linea d’aria da quella ad essa geograficamente più vicina, in territorio francese, e stata decimata dai collezionisti, a partire dal momento in cui l’esistenza di una popolazione relitta e stata resa. Poiché in Italia non esistono controlli adeguati, il problema del collezionismo e per l’Italia una minaccia più rilevante che per altri Paesi europei».