Ma è ancora possibile aumentare il tenore di vita utilizzando meno risorse naturali

Living Planet: un Pianeta non ci basta più, ma potremmo ancora farcela

[30 settembre 2014]

Secondo il Living Planet Report, pubblicato oggi da Global Footprint Network,  Wwf e Zoological Society of London, «La domanda dell’umanità sul pianeta è di oltre il 50% più grande di ciò che la natura può rinnovare, mette a repentaglio il benessere degli esseri umani così come le popolazioni di mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci». Mathis Wackernagel, presidente e co-fondatore di Global Footprint Network, ha detto che «Non è un caso che la nostra impronta ecologica sia cresciuta, mentre la biodiversità è precipitata. L’Overshoot è una pressione di base sulla biodiversità e il Wwf è l’organizzazione leader della conservazione nel riconoscere e affrontare questo link. L’umanità deve imparare a vivere all’interno del bilancio della natura, non solo per il nostro benessere e la capacità di recupero, ma anche per il benessere di innumerevoli altre specie del nostro pianeta». Wackernagel osserva: «Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi sia con deficit ecologici che a basso reddito. I crescenti vincoli ecologici richiedono che ci concentriamo su come migliorare il benessere umano con un mezzo diverso dalla pura espansione». E il rapporto indica che scollegare il consumo di risorse e natura  dallo sviluppo «è fondamentale per il successo dell’umanità».

Secondo il WWf, «In un mondo sempre più instabile socialmente e politicamente, il nostro deficit ecologico non fa che aumentare costantemente, conducendo l’umanità pericolosamente ai limiti del suo spazio vitale.

Le popolazioni di numerose specie di animali vertebrati in natura,  si sono più che dimezzate in soli 40 anni  e il continuo declino della natura rafforza la necessità di trovare soluzioni sostenibili per curare il pianeta».

Il Living Planet Report 2014 evidenzia come l’impronta ecologica, il consumo di natura causato  dall’umanità, continua a crescere troppo. Il rapporto monitora le popolazioni di oltre 10.000 specie di vertebrati dal 1970 al 2010 utilizzando il Living Planet Index – un database realizzato dalla  Zoological Society of London, e inoltre misura l’impronta ecologica umana predisposta  dal Global Footprint Network. Nel 2014  il Living Planet Index ha aggiornato la metodologia monitorando con più cura la biodiversità globale fornendo così una immagine più chiara dello stato di salute della ricchezza della vita sul pianeta. «Mentre i risultati mostrano come lo stato delle specie sia peggiore rispetto ai precedenti rapporti, il rapporto individua con più chiarezza le soluzioni disponibili – dice la Bianchi – I risultati del rapporto 2014 mostrano in modo chiaro, come non si mai verificato  prima d’ora, che non possiamo permetterci più di perdere tempo. E’ essenziale cogliere l’opportunità, finché siamo in grado di farlo, di sviluppare soluzioni sostenibili e creare un futuro dove potremo vivere e prosperare in armonia con la natura».

Il declino della biodiversità è  impressionante: dal 1970 le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili sono diminuite del 52%, il declino delle   specie di acqua dolce è stato addirittura del  72%, una perdita quasi doppia rispetto alle specie terrestri e marine. La maggioranza di queste perdite è avvenuta nelle  regioni tropicali, in particolare dell’America Latina.

La minaccia maggiore  alla biodiversità deriva dalla combinazione tra l’impatto della perdita di habitat e il loro degrado. Altre minacce significative sono pesca e caccia, compreso il flagello del bracconaggio, ma i cambiamenti climatici stanno diventando sempre più preoccupanti e sono già responsabili della possibile estinzione di diverse  specie. Il Living Planet Report 2014 però evidenzia come le aree protette ben gestite abbiano  un ruolo molto importante per salvaguardare la fauna selvatica. Nel complesso, le popolazioni nelle aree protette in ambienti terrestri soffrono meno della metà del tasso di declino presente nelle  aree non protette.

Ma l’impronta ecologica dell’umanità aumenta ed è oltre  il 50% più grande di ciò che i sistemi naturali sono in grado di rigenerare. «Sarebbero necessarie una Terra e mezza  per produrre le risorse necessarie per sostenere la nostra attuale Impronta ecologica – dicono al Wwf – Questo superamento globale significa, in pratica , che stiamo tagliando legname più rapidamente di quanto gli alberi riescano a ricrescere, pompiamo acqua dolce più velocemente di quanto le acque sotterranee riforniscano le fonti e rilasciamo CO2 più velocemente di quanto la natura sia in grado di sequestrare». Donatella Bianchi, presidente del Wwf Italia, aggiunge: «”L’Overshoot (il “sorpasso”) ecologico è la sfida che definisce il XXI secolo. Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi in serie difficoltà, con  un deficit ecologico unito a un basso reddito. La crescita di domanda di risorse naturali chiede che ci concentriamo su come migliorare il benessere umano attraverso meccanismi diversi da quelli mirati alla  continua crescita».

I 10 paesi con la  più  alta impronta ecologica pro capite sono: Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Danimarca, Belgio, Trinidad e Tobago, Singapore, Usa, Bahrein e Svezia e il rapporto sottolinea che «separare il rapporto tra la nostra impronta ecologica e il nostro sviluppo è una priorità globale».  L’impronta ecologica media di uno statunitense  è di 7 ettari, ma in Kuwait è 7 ettari procapite, al contrario, Haiti, Eritrea, e Timor Leste sono i Paesi con le più piccole impronte ecologiche: sotto gli 0,6 ettari e, nella maggior parte dei casi, troppo poco per soddisfare i requisiti di base per cibo, riparo, infrastrutture e servizi igienico-sanitari.

Tutti i 27 dell’Unione europea vivono oltre i livelli di “un pianeta” e fanno inoltre pesantemente affidamento sulle risorse naturali di altri Paesi. Se tutti gli abitanti della Terra  avessero il  tenore di vita di un cittadino medio dell’Ue, l’umanità avrebbe bisogno di 2,6 pianeti per sostenersi. 2,6 pianeti è anche l’impronta ecologica dell’Italia.

Le emissioni globali di CO2  incidono già  negativamente sulla biodiversità e biocapacità del pianeta e quindi sul benessere umano, soprattutto per quanto riguarda cibo ed ‘acqua. A causa dell’uso di combustibili fossili, l’impronta di carbonio dell’Europa costituisce quasi il 50% della sua impronta ecologica totale, .

Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia, evidenzia che  «L’impronta ecologica dell’Ue è troppo grande. Le nostre attività economiche stanno contribuendo alla perdita di biodiversità e degli habitat, sia in patria che all’estero,  questo mina i sistemi naturali dai quali dipendiamo per il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo e il clima stabile di cui abbiamo bisogno. Abbiamo un ruolo significativo, in questo periodo di presidenza italiana del semestre europeo, nell’indirizzare al meglio le politiche dell’Unione verso una reale economia verde e per promuovere il benessere dei cittadini europei».

Secondo il Living Planet Report 2014, più di 200 bacini fluviali, dove vivono oltre 2,5 miliardi di persone, soffrono una grave scarsità d’acqua per almeno un mese ogni anno. Con quasi un miliardo di persone che già soffrono la fame,  il cambiamento climatico  insieme alle modificazioni  dell’uso del suolo ed alla perdita di biodiversità e potrebbe portare ad ulteriori carenze alimentari. Per il Wwf «E’ quindi fondamentale procedere speditamente ad un negoziato serio che consenta di raggiungere nel 2015, in occasione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici che avrà luogo a Parigi, un accordo internazionale sul clima mirato a ridurre seriamente le emissioni di gas serra  Questo accordo globale dovrebbe spianare la strada verso un’economia a basse emissioni di carbonio elemento essenziale per l’immediato futuro considerato che l’uso dei combustibili fossili è attualmente il fattore dominante nell’Impronta ecologica. Negoziati importanti, come quello che si sta discutendo in sede Nazioni Unite per indicare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che caratterizzeranno l’agenda globale dello sviluppo per i prossimi quindici anni e che saranno approvati nel 2015 sono fondamentali per creare le corrette opportunità per tutti i paesi nel riuscire a sostenere una popolazione  mondiale che raggiungerà  i 9,6 miliardi nel 2050riuscendo contestualmente a tutelare i sistemi naturali».

Mentre l’Impronta ecologica pro capite dei Paesi ad alto reddito è in media di cinque volte superiore a quella dei paesi a basso reddito, l’analisi dimostra che è possibile aumentare il tenore di vita utilizzando meno risorse naturali.  Per il Wwf le soluzioni sono a portata di mano. «Il Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles il 23 e 24 ottobre vedrà i capi di Stato e di governo decidere sul  pacchetto “clima ed energia” dell’UE fino al 2030; mentre a livello globale, la Conferenza delle Parti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici Onu  che avrà luogo a Lima nel mese di dicembre e quella già ricordata di  Parigi nel 2015, costituiranno  la sede  per chiudere  l’accordo globale per contenere gli effetti pericolosi del riscaldamento globale». Però la Bianchi è preoccupata che «l’ambiente sia stato declassato nelle nuove proposte della Commissione Europea. Crediamo che un’agendaambientale lungimirante e innovativa debba comprendere la green economy e i green jobs così come i legami tra  ambiente, sviluppo, cambiamento climatico, politica estera e sicurezza. Ancor peggio di questo crediamo che l’ambiente sia stato retrocesso con queste nuove proposte. Il mandato ambientale con le direttive Uccelli e Habitat sta chiaramente andando nella direzione della deregolamentazione e quindi la strategia dell’Ue sulla biodiversità è fortemente minacciata».

Il rapporto illustra la “One Planet Perspective” del Wwwf e, con esempi concreti di come molte comunità locali stiano già facendo le scelte migliori per ridurre l’impronta e la perdita di biodiversità,  le strategie per conservare, produrre e consumare più saggiamente. Marco Lambertini, direttore generale del Wwf International, conclude: «La natura costituisce  sia un’ancora di salvezza per la sopravvivenza che un trampolino di lancio verso la prosperità. È importante sottolineare che siamo tutti sulla stessa barca. Abbiamo tutti bisogno di cibo, acqua dolce  e aria pulita – in qualsiasi parte del mondo viviamo. In un momento in cui tante persone vivono ancora in condizioni di povertà, è essenziale lavorare insieme per creare soluzioni che funzionano per tutti».