Il lungo viaggio di una balena pigmea: dall’oceano australe alla Sicilia

Uno studio che ha coinvolto ricercatori italiani collega i resti fossili alle glaciazioni quaternarie

[20 ottobre 2017]

Le balene non sono tutte dei giganti:  nelle acque fredde e temperate dell’emisfero australe vive la Balena pigmea o  Caperea (Caperea marginata), un misterioso cetaceo che non supera i 6 metri e mezzo di lunghezza e del quale si sa poco se non che è stato avvistato  al largo di Sud America, Africa meridionale, Nuova Zelanda e Australia. I ricercatori dell’università di Pisa che hanno partecipato allo studio “Northern pygmy right whales highlight Quaternary marine mammal interchange” pubblicato su Current Biology, sottolineano che «I suoi legami di parentela con gli altri cetacei sono ancora poco chiari e rimane ancora un mistero come mai questa piccola balena sia confinata negli oceani meridionali. Anche i fossili, fino ad oggi, sono stati di aiuto limitato dato che i soli tre reperti al mondo di cetacei imparentati con la Balena pigmea sembravano confermare che, anche in passato, i suoi antenati vivessero esclusivamente negli oceani dell’emisfero australe».

E’ per questo che ha destato molto stupore che due gruppi di ricerca geograficamente agli antipodi abbiano  ritrovato, più o meno contemporaneamente, nuovi resti fossili di Caperea: da un capo del mondo in Sicilia e dall’altro in Giappone.

Di questo team internazionale fanno parte anche paleontologi dell’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche e del Museo di Storia Naturale di Comiso e ricercatori giapponesi, australiani e olandesi.

I paleontologi dell’università di Pisa spiegano che «Il fossile siciliano è una bulla timpanica (un osso dell’orecchio con caratteristiche inconfondibili) scoperta nei pressi di Siracusa e oggi conservata nel Museo di Storia Naturale di Comiso. Il reperto giapponese è un cranio frammentario rinvenuto presso Okinawa. Il dato straordinario è che entrambi i fossili sono stati trovati a nord dell’equatore, fuori dall’area di distribuzione di questa balena. Tutto questo ha convinto i ricercatori a mettere insieme le forze e pubblicare la scoperta sulla prestigiosa rivista internazionale Current Biology»

Giovanni Bianucci, professore di paleontologia al Dipartimento di scienze della Terra dell’università di Pisa, sottolinea che «Questi fossili provengono da un periodo piuttosto recente della storia della Terra: il Pleistocene, la cosiddetta “era glaciale”, caratterizzata da fasi di forte raffreddamento globale alternate a fasi di clima mite. In particolare, l’età del fossile siciliano è stata vincolata intorno a 1,8 milioni di anni fa, un momento cruciale della storia geologica del Mediterraneo che coincide con l’ingresso in questo bacino semichiuso di alcune specie di invertebrati nord-atlantici, testimoni di una fase di forte raffreddamento».

Il gteam internazionale di ricerca si è chiesto cosa possa aver spinto una balena così caratteristica dell’emisfero sud ad oltrepassare l’equatore e ad occupare nuovi habitat nell’emisfero nord e Alberto Collareta, dottorando in paleontologia del dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, risponde  facendo  notare che «Oggi molti cetacei mostrano una distribuzione antitropicale: cioè sono diffusi nelle acque temperate di entrambi gli emisferi, a volte come “specie sorelle”, ma non nelle acque calde tropicali ed equatoriali: per questi mammiferi marini l’equatore rappresenta una vera e propria barriera termica, invisibile ma invalicabile. Durante le fasi più fredde del Pleistocene, però, tale barriera termica sarebbe temporaneamente venuta meno permettendo un rimescolamento tra le faune marine dei due emisferi, come suggerito dal ritrovamento di fossili di Caperea in Sicilia e Giappone. Al termine di ogni fase glaciale, la barriera equatoriale si sarebbe ripristinata separando il destino delle popolazioni dei due emisferi».

I ricercatori concludono: «Queste condizioni di isolamento biogeografico hanno permesso l’origine di nuove specie ma anche, drammaticamente, l’estinzione delle popolazioni più piccole rimaste isolate in un ambiente divenuto improvvisamente più caldo. Una lezione di cui tenere conto, soprattutto in tempi in cui le attività umane contribuiscono ad un rapido mutamento climatico a scala globale.