L'analisi a firma di Verlyn Klinkenborg

L’uomo, il pianeta e le sue specie: siamo davvero altruisti?

Gli esseri umani possono cambiare per salvare gli altri animali?

[10 ottobre 2014]

Il nuovo triste censimento  della diminuzione delle specie e popolazioni di fauna selvatica del mondo dovrebbe costringerci ad affrontare una domanda inquietante:  gli esseri umani sono in grado di agire in modi che aiutino le altre specie, a un costo per  se stessi?

Dai tempi di Darwin, i biologi discutono di altruismo – il concetto che un individuo possa comportarsi in un modo che avvantaggia sua specie e ad un costo per se stesso. Dopo tutto, il sacrificio di sé implicito  nel comportamento altruistico sembra andare contro il nucleo della teoria evoluzionista, che propone che il benessere di una specie dipende da robusto interesse individuale. Molti biologi sostengono che nel mondo non umano quello che sembra  altruismo – beneficiare un altro a un costo per se stessi – può essere solo il raffinamento finale del proprio interesse, l’interesse personale non opera a livello dell’organismo o della specie, ma a livello del gene.

Tutto questo è molto interessante. Ma la discussione riguarda quasi sempre il comportamento degli individui all’interno di una singola specie –  durante le urla di allarme di cercopitechi, che allertano le loro compagne  scimmie, richiamano l’attenzione dei predatori su loro stessi; l’abnegazione di un ape che punge. Quello che mi chiedo è questo: è possibile l’altruismo attraverso le frontiere  delle specie? Può un individuo di una specie, a costo a se stesso, agire in modo che me beneficino individui di un’altra specie?  E – domanda cruciale –  è in grado di un’intera specie imparare a modellare a sue spese  il suo comportamento per il bene di altre specie? Lo chiedo perché abbiamo bisogno di saperlo ora.

Secondo un nuovo studio del World Wildlife Fund, dal 1970 la popolazione di animali acquatici e terrestri su questo pianeta è diminuita della metà.  Fatemi scegliere un verbo migliore. Negli ultimi 44 anni la metà degli animali su questo pianeta sono stati distrutti. Mettiamola in un altro modo. Dal 1970 abbiamo distrutto metà degli animali di questo pianeta, anche se i nostri numeri sono raddoppiati Questo è un po’ come l’altruismo biologico: l’intenzione non è importante. Per essere altruista, una creatura non deve avere l’intenzione di essere altruista. Per abbattere la metà degli animali su questo pianeta, non abbiamo dovuto averne l’intenzione. Lo abbiamo fatto con gli occhi chiusi e le dita incrociate e la nostra mente altrove. Né noi – chiunque siamo – abbiamo scelto di aumentare i nostri numeri da circa 3,7 miliardi a circa 7,2 miliardi. Sono entrambi effetti di una causa che non capiamo, che è la nostra natura come specie. Eccoci tutti qui – chiunque siamo – mentre sono introvabili tutti gli animali scomparsi, doppiamente svaniti, non cresciuti, discendenti non nati.

Si potrebbe sostenere, suppongo, che raddoppiare il numero degli esseri umani non richiederebbe di dimezzare il numero di animali. Ma vedetela in questo modo: potrebbe aver mai pensato la popolazione umana di arrivare a  raddoppiare dimezzando il numero di animali sulla terra? Ovviamente no. Ma il numero di esseri umani raddoppiando ha in qualche modo fatto sparire tutti quegli animali? La risposta è ovviamente sì. Se vi fa piacere, punto si cause più immediate, come la distruzione degli habitat, ma sono solo l’effetto dei nostri numeri. Ciò che ci rende così bravi con queste grandi quantità di altre creature è semplicemente la nostra grande quantità: è quel che ci capita di essere.

Ecco chi penso che siamo.  Noi assomigliamo ad ogni altra specie su questo pianeta. Nessuna di loro sembra in grado di favorire il benessere di qualsiasi specie ma è proprio quello che fa. Se una specie fugge dai suoi confini naturali – pensate al poligono del Giappone o al pesce leone o addirittura al cervo dalla coda bianca – si diffonde fino a quando non raggiunge il suo limite naturale o innaturale.

E’ facile pensare: “Beh, naturalmente. Nessun’altra specie potevano concepire di essere altruista con le creature con le quali condivide la terra. Nessun’altra specie ha una coscienza o l’intelligenza per agire in questo modo”. Ma non vedo segni che noi lo facciamo. Non importa quanto, personalmente, lavoriamo duramente per la conservazione di altre specie, non importa quanti gruppi si formano o quanto protestiamo o quanti soldi raccogliamo, non vedo alcun segno che gli esseri umani, come specie, siano in grado di agire diversamente da come qualsiasi altra specie agirebbe se ne avesse avuto la possibilità. La nostra vasta intelligenza culturale ci ha liberati, finora, dai confini ristretti degli habitat, ci ha liberati per  comportarci, in altre parole, in maniera assolutamente non regolamentata, non vincolata dall’interesse personale.

Proprio come qualsiasi altra specie su questo pianeta. per gli esseri umani c’è stato un tempo in cui hanno dovuto duramente pensare a se stessi  come creature, strettamente affini in quasi ogni modo a tutte le altre creature di questo pianeta.  Abbiamo sempre insistito sul nostro essere speciali. Ma siamo speciali in modi che ci hanno dato la libertà  – finora – solo di comportarci come se fossimo del tutto normali. Ci rivolgiamo a noi stessi come creature che possono essere limitate, insieme, solo nei modi in cui ogni altra creatura viene limitata: dalla scarsità e dalla morte. Come specie, ci sembra di essere assolutamente incapaci di autocontrollo. Questo è qualcosa che condividiamo con ogni altro organismo su questo pianeta.

Ho sentito un forte fitta di dolore e rabbia quando ho letto in dettaglio nel  rapporto del World Wildlife Fund  la scomparsa di tanta vita terrestre. E ho cominciato a chiedermi: in quale indice di motivazioni od emozioni umane – le forze che modellano il nostro comportamento – potremo trovare quello che ci lega veramente alle altre specie su questo pianeta? C’è qualcosa dentro di noi che potrebbe permetterci di comportarci altruisticamente – e così consapevolmente – con il resto della vita sulla terra?

La risposta mi sembra molto triste. Chiunque noi siamo come persone, come nazioni, anche come civiltà, ciò che conta davvero, quando si tratta di proteggere altre  forme di vita, è ciò che siamo come specie. Eppure mi sembra che nulla nel nostro makeup ci permetta di rispondere efficacemente a questo terribile censimento degli animali  morti. La logica non ci scoraggia. L’emozione nemmeno. L’interesse personale è un’astrazione: supera a malapena i confini sociali o razziali, non gli importa del confine di specie. I motivi economici sono fin  troppo facilmente perversi. Sono loro che, in primo luogo, ci hanno fatto arrivare fin ​​qui.  Finora, sembra che l’unico vero sistema per trattenerci si rivelerà essere la scarsità e la morte: due cose che ci siamo impegnati a sconfiggere.

Perché prendersi la briga di  dire queste cose? A che serve sembrare così triste? Per prima cosa, non conosco quasi nient’altro di triste che il fatto – non il pensiero o l’idea – che così tanta vita e diversità è semplicemente scomparsa.  Peraltro,  dobbiamo essere coscienti di quanto sia davvero difficile il lavoro da fare, se abbiamo intenzione di fare qualcosa per  preservare la vita e la diversità che rimangono. Queste sono le condizioni di base per la condizione umana:  risolvere il global warming, eliminare la minaccia nucleare, e dovremo ancora affrontare la vastità della nostra specie ed al modo per ridurla, pensando anche a tutte le altre specie intorno a noi.

*Verlyn Klinkenborg è autore di numerosi libri, il più  recente dei quali è More Scenes from the Rural Life and Several Short Sentences About Writing .  Ha fatto parte del  comitato di redazione del New York Times dal 1997 al 2013. Questo articolo è stato pubblicato il 9 ottobre 2014 su  Yale Environment 360  con il titolo “True Altruism: Can Humans Change To Save Other Species?”