Lupi, la Coldiretti vuole “rinchiuderli” nelle aree protette

[7 gennaio 2014]

Secondo la Coldiretti «in Toscana i lupi hanno ucciso almeno 700 pecore nel 2013, ma anche capre, puledri, vitelli e mucche al pascolo», probabilmente includendo negli attacchi dei lupi anche quelli dei branchi di cani inselvatichiti e di ibridi. Poi la Coldiretti fa di tutta un’erba un fascio e sottolinea che «la presenza di animali selvatici, dai lupi ai cinghiali, sta mettendo a rischio la presenza e il lavoro dell’uomo in molte aree della regione dove il numero è ormai da tempo fuori controllo». Come se i 350.000 ungulati presenti in Toscana secondo la Regione Toscana fossero la conseguenza della presenza di troppi lupi e non il contrario, cioè la mancanza di predatori naturali e il fallimento delle politiche venatorie improntate sulla “pronta caccia” che anno bisogno proprio dell’assenza di carnivori, derubricati a nocivi.

Coldiretti invece mette insieme il milione e 700mila euro di danni provocati per il 70% dai cinghiali e per quasi l’intero 30% da caprioli, mufloni e storni  per cercare di giustificare, o almeno così qualcuno potrebbe interpretare, la strage di predatori: «Una situazione insostenibile sfociata nelle ultime settimane, in particolare in alcune zone della Maremma, in azioni di “giustizia fai da te” con l’abbattimento di almeno 8 esemplari di lupi esposti in piazze e strade in segno di protesta». Secondo Coldiretti «si tratta di reazioni frutto di un’esasperazione e di una rabbia prolungata che alzano l’asticella e l’attenzione su quella che è un’emergenza su cui non si può più perdere altro tempo».

La proposta che e viene fuori, pur volonterosa, dimostra una pessima conoscenza delle abitudini e dell’ecologia del lupo: «Confiniamo il lupo all’interno dei parchi e delle aree protette presenti nella nostra regione. Le aree off-limits sono il luogo adatto per tutelare e preservare la biodiversità, e così anche il lupo – è la trovata di Tulio Marcelli, Presidente Coldiretti Toscana  – Potrebbe essere una soluzione logica ed efficace per rimettere in equilibrio un sistema di convivenze che oggi è impossibile e rappresenta un pericolo sia per le attività agricole, sia per la comunità. La situazione sta sfuggendo di mano; la tensione è altissima non solo in Maremma. In tutta la regione i danni dei lupi e degli ungulati sono diventati una tassa che l’agricoltura non è più in grado, e non vuole, pagare. Una tassa che ricade anche sulla comunità».

Coldiretti è evidentemente ignara del fatto che i lupi hanno bisogno di grandi areali e che i giovani  si disperdono sul territorio su grandi distanze per costituire nuove famiglie e branchi autonomi e che proprio questo spiega la nuova ripresa del lupo in Italia e il suo ritorno in Toscana e fino alle Alpi e in Francia. Invece gli esponenti della più grossa associazione agricola son convinti che «il confinamento all’interno di aree protette faciliterebbe il controllo ed il monitoraggio degli esemplari di lupo puri che rischiano, nel lungo periodo, di diventare una razza in via di estinzione». Non si capisce cosa si intenda fare con i lupi puri che sconfineranno, a meno di non circondare le aree protette con alte barriere elettrificate.

E’ vero invece quel che dice Marcelli quando spiega che «molti degli esemplari in circolazione sono incroci di lupi e cani. L’aumento della popolazione di ibridi è un rischio non calcolato ed assolutamente da non sottovalutare», ma la lotta agli ibridi, richiesta soprattutto dalle associazioni ambientaliste, non si risolve certo imprigionando i lupi in spazi che non li possono contenere, ma intervenendo sul randagismo e impedendo che i proprietari di cani lascino liberi i loro animali dove è segnalata la presenza di lupi.

Ma nella Coldiretti sembra ancora prevalere l’immagine del lupo cattivo e nemico delle attività antropiche: «Agli animali uccisi si aggiungono – precisa l’associazione – i danni indotti dallo spavento e dallo stato di stress provocato dagli assalti, con ridotta produzione di latte e aborti negli animali sopravvissuti. La presenza di branchi di lupi sta scoraggiando in molte aree l’attività di allevamento mettendo a rischio anche il tradizionale trasferimento degli animali in alpeggio che, oltre ad essere una risorsa fondamentale per l’economia montana, rappresenta anche un modo per valorizzare il territorio e le tradizioni culturali che lo caratterizzano. Con il ritorno del lupo il lavoro dei pastori è però notevolmente cambiato divenendo sempre più complesso e oneroso e stravolgendo le abitudini di una pratica storica. Non è infatti più lasciare gli animali in alpeggio allo stato brado, impiegando il tempo in tutte le altre attività che caratterizzano il lavoro in montagna, dalla lavorazione del latte alla fienagione».

Coldiretti si scorda di dire che questo stato idilliaco della pastorizia italiana e toscana è durato solo per pochi decenni, visto che prima del calo nel ‘900 le popolazioni di lupi erano più numerose delle attuali (e anche quelle di pecore e pastori). E però vero che, come scrive Coldiretti Toscana, «negli ultimi anni si è reso necessario un continuo vigilare su greggi e mandrie, al fine di proteggerle da attacchi di lupi e cani randagi poiché recinzioni e cani da pastori spesso non sono stati sufficienti per scongiurare il pericolo».

La soluzione ci pare quella che suggerisce alla fine Coldiretti, e che è la stessa chiesta dalle associazioni ambientaliste e messa faticosamente in atto anche con alcuni progetti Life:«Occorre lavorare sulla prevenzione concedendo aiuti per la realizzazione di opere di protezione, quali ad esempio la costruzione/ristrutturazione delle stalle, i sistemi fotografici di allarme e la costruzione di recinti per la permanenza notturna degli animali. Ma è anche necessario rivedere il sistema di accertamento e risarcimento dei danni affinché oltre a garantire un completo reintegro della perdita di reddito per l’agricoltore siano coperti non solo i danni da lupo, ma anche quelli causati da cani inselvatichiti nonché quelli indiretti per aborti e cali di produzione; prevedere un sistema di misure di prevenzione dei danni incentivando le imprese agricole con un adeguato regime di sostegno; costituire delle ronde con volontari che collaborino con i pastori e gli allevatori nella sorveglianza; un maggior impegno nella lotta al randagismo. Essendo il lupo una specie protetta dalla normativa europea si rende indispensabile trovare un giusto equilibrio perché questa convivenza forzata tra l’animale e l’uomo non porti all’abbandono dell’attività di allevamento. Non sarebbero solo gli allevatori a perderci, ma l’intera comunità poiché i pastori attraverso la loro opera conservano e valorizzano la montagna e le sue tradizioni».