Ma i parchi servono?

[2 aprile 2014]

I parchi tra i soggetti istituzionali  sono  arrivati fra gli ultimi dopo un interminabile percorso parlamentare in cui alle faticose ripartenze seguivano   immancabilmente nuove prolungate battute d’arresto.

Tagliato finalmente il traguardo nel 1991 seguirono anni non privi di inconvenienti e difficoltà nazionali e regionali per assicurarne la presenza su tutto il territorio nazionale fino a quel momento caratterizzato molto a macchia di leopardo dai parchi e aree protette regionali e da una stentatissima e molto confusa istituzione di riserve marine previste dalla legge sul mare precedente alla legge quadro del 1991.

Un aspetto emerse subito tuttavia con crescente chiarezza e cioè che anche il nostro paese –dopo l’esperienza storica ormai lontana dei parchi nazionali Gran Paradiso e Abruzzo e assai meno Circeo e Portofino- era riuscito sia pure con ritardo rispetto a molti altri paesi anche europei a dotarsi di questo strumento fondamentale per la tutela e gestione dell’ambiente. Anche se in prima battuta fu tutt’altro che chiaro quale percorso avremmo dovuto seguire per costruire un sistema nazionale che avrebbe dovuto sempre più raccordarsi con le nuove disposizioni e Convenzioni comunitarie e internazionali fu sicuramente chiaro che con i parchi entrava in partita  un nuovo importante protagonista. Nuovo soprattutto sotto il profilo istituzionale perché dotato di compiti di pianificazione non settoriale affidati ad un ente ‘misto’ ossia rappresentativo dello stato, delle regioni e degli enti locali. Era un fondamentale salto di qualità rispetto ad un passato e ad una tradizione che nel nostro paese aveva risentito e non poco della tardiva istituzione delle regioni e della riforma degli enti locali a lungo tagliati fuori da quelle politiche ambientali che solo ora prevedevano il  loro coinvolgimento in particolare attraverso i parchi.

Che questo nuovo contesto politico, istituzionale e culturale  negli oltre due decenni  trascorsi abbia registrato un andamento niente affatto spedito e coerente con la legge e anzi segnato da ritardi, errori, inadempienze anche gravi è noto. Ma non è su questo che intendiamo soffermarci anche perché si tratta nella maggior parte dei casi di aspetti ormai in gran parte noti e comunque trattati e approfonditi in tanti documenti, ricerche, pubblicazioni a cui ha contribuito anche la nostra Collana dell’ETS e recentemente in particolare il Quaderno del Gruppo di San Rossore presentato a metà dicembre del 2013 alla Sapienza di Roma.

Abrogarli o privatizzarli

Qui vorremmo soffermarci su un aspetto di cui finora non sembra si sia colto in tutta la sua portata e gravità e che si intreccia strettamente con la crisi in corso del nostro assetto istituzionale. Mi riferisco al fatto che ad un certo punto si è messo in discussione il ruolo stesso dei parchi e che anche taluni ministri hanno ritenuto che avremmo potuto e dovuto  ‘abrogarli’ e per  altri almeno  ‘privatizzarli’. Insomma i parchi che in tutto il mondo oggi svolgono un ineliminabile e fondamentale ruolo in Italia dove sono arrivati ‘ultimi’ per qualcuno –ministri compresi- dovrebbero e potrebbero essere tolti di mezzi o comunque chiaramente marginalizzati e penalizzati. Insomma un parco  se proprio deve restare innanzitutto non ha diritto al sostegno pubblico dallo stato agli enti locali. Deve cioè arrangiarsi facendo cassa per non gravare sul bilancio pubblico e se non ci riesce sono  cavoli suoi. E che non si tratti assolutamente  di posizioni che allignano in ambiti del tutto marginali delle istituzioni e della politica lo conferma il fatto che  sorprendentemente anche nelle proposte di legge attualmente in discussione al senato sono previste operazioni spregiudicate con le quali i parchi devono  far cassa.

Ma il punto grave  non è solo che abbiano potuto trovare diritto di cittadinanza posizioni così clamorosamente sorprendenti. Allarmante ma anche illuminante è che queste sortite avvengano nel momento in cui nel nostro paese sui soggetti istituzionali è calata una tela volta in più d’un caso a eliminarle o a ridimensionarne il ruolo in nome di riforme o semplificazioni che gioverebbero al bilancio dello stato e alla lotta alla casta.

Si è cominciato con la soppressione dei consigli di quartiere poi si è passati alle comunità montane poi alle province. Per i comuni si è ricorsi e si stanno varando misure confuse perché si accorpino del tutto o in parte. Per le province restano talune funzioni ma con una gestione di secondo grado. D’altronde anche l’idea di ridimensionare di brutto il ruolo dei parchi è partita dall’idea che si tratta di poltronifici –Prestigiacomo docet-quando abbiamo avuto e abbiamo presidenti senza alcuna indennità. Sullo sfondo il fallimento del titolo V che riguardava e  riguarda e non poco anche i parchi perché esso era rivolto a rendere finalmente  possibile quella leale collaborazione istituzionale di cui nessuno più dei parchi aveva e ha bisogno. Si pensi tanto per fare un esempio di attualità alle  province e al ruolo che hanno avuto specie ma non solo nella stagione regionale che ha preceduto l’entrata in vigore della 394 nella istituzione e gestione dei parchi regionali. In Toscana dove si sono  sperimentate, ad esempio, le ANPIL ( aree naturali protette di interesse locale) e si pensava giustamente di coinvolgere non più solo i comuni ma ancor più le province ora va tutto ripensato. E così pure con per i parchi provinciali istituiti con interessanti esperienze in più regioni. Ricordo in particolare l’impegno dell’Unione delle province sia nella fase conclusiva della approvazione della legge quadro che nella fase immediatamente successiva per attuarla.

Il nuovo titolo V

Il fallimento del titolo V ha segnato insomma assai  negativamente anche la vicenda dei parchi e delle aree protette e non è detto stando a quel che bolle in pentola che quello nuovo gli riservi le risposte di cui essi hanno oggi bisogno urgente.

Il prezzo più alto pagato dai nostri parchi specialmente nazionali come ha confermato recentemente la relazione del Presidente della Corte Costituzionale è la crisi proprio della pianificazione tanto è vero che la gran parte dei 24 parchi nazionali non sono riusciti a dotarsi di un piano a cui inopinatamente il nuovo codice dei beni culturali ha tolo peraltro la competenza sul paesaggio. Se non ha più alcuna giustificazione la norma della 394 che assegnava ai parchi due piani ne ha ancora meno che essi non debbano occuparsi del paesaggio in base all’art. 9 della Costituzione richiamato non certo a caso insieme all’art 32  in premessa alla legge quadro.

A fronte di questa situazione la discussione avviata da alcuni anni al Senato sulle modifiche alla 394 appare  del tutto fuorviante e sconcertante tanto più quando a sostenerla confusamente e con palese imbarazzo è la rappresentanza stessa dei parchi a cui per fortuna non si sono accodate la maggior parte delle associazioni ambientaliste.

Altro che ‘manutenzione’ della legge sottoposta ad una vera e propria manomissione qui urge un rilancio del ruolo ‘istituzionale’ dei parchi la cui gestione non va ‘inquinata’ –è il termine giusto- da rappresentanze di categoria il cui ruolo si gioca su un altro terreno e non su quello proprio ed esclusivo delle istituzioni.

Per i parchi -ma vale anche per le altre istituzioni oggi impegnate quasi esclusivamente in una conflittualità senza tregua che alimenta e fomenta solo ricorsi paralizzanti alla Corte costituzionale-urge ridefinire un ruolo sempre più integrato e raccordato con le tematiche economico –sociali che non possono più ignorare e ancor meno mettersi sotto i piedi l’ambiente con costi anche umani crescenti.

Da qui passa e deve prendere le mosse quel rilancio dei nostri parchi come si era tornati a discutere dopo tanta latitanza alla Sapienza  di Roma per iniziativa di Orlando.

Se dunque serve come serve un nuovo titolo V esso deve non rimediare come qualcuno ha detto alla ‘sbornia’ federalista ma a al non risolto equilibrio  nella ripartizione delle competenze e dei ruoli. Per i parchi questo scompenso lo si avverte in particolare tra aree protette terrestri e aree marine –vedi il  santuario dei cetacei-ma non di meno tra ministeri e regioni che risulta di fatto più che allentato sparito per ricomparire come nel caso del Parco dello Stelvio con ipotesi del tutto sbagliate.

Vanno nella direzione giusta perciò tutte quelle proposte e iniziative che favoriscano la collaborazione e integrazione a cui punta, ad esempio, l’Osservatorio sul mare e le aree protette marine che era stato concordato tra il ministro Orlando, il Gruppo di San Rossore e il parco di San Rossore che cercheremo di istituire al più presto.

Insomma non basta né la denuncia di ciò che non va –ed è molto-

né l’assuefazione anche ai pasticci e agli svarioni non solo normativi. Serve una accresciuta capacità e volontà di proposta a cui stiamo lavorando, ad esempio, dopo l’apprezzata esperienza del Quaderno del Gruppo di San Rossore e cioè un quaderno che ci aveva chiesto Orlando sulle aree protette marine.