Unire scienze sociali ed ecologia per risolvere i problemi ambientali mondiali

Manager, scienziati o pescatori: il valore della natura cambia con la persona

La collaborazione tra pescatori, manager, scienziati e comunità fa bene alle barriere coralline (e all’economia)

[17 dicembre 2013]

Non per tutti la natura ha lo stesso valore, e per questo utilizzare le scienze sociali per aiutare a risolvere alcuni dei maggiori problemi ambientali del mondo è il sogno (che già stanno provando a realizzare) di un team internazionale di ricercatori, che raggruppa gli australiani dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies (CoEcrs) e della School of Business James Cook University, e gli statunitensi del Center for Ocean Solutions della Stanford University.

Nello studio “Synergies and tradeoffs in how managers, scientists, and fishers value coral reef ecosystem services”, pubblicato su Global Environmental Change, i ricercatori spiegano che «la gestione degli ecosistemi in un ambiente che cambia affronta la sfida di bilanciare diverse prospettive concorrenti su quali servizi ecosistemici – i  benefici della natura – dare la priorità». Quindi il team austaliano-statunitense  ha analizzato e confrontato come i diversi stakeholders (manager, scienziati e pescatori) danno  la priorità a specifici servizi ecosistemici della natura, rappresentata dalla barriera corallina. Ne è venuto fuori che le priorità dei manager sono più in linea con quelle degli scienziati, ma anche che tutti i gruppi di stakeholder sono d’accordo sul fatto che pesca, istruzione ed habitat sono le priorità più alte.

«Tuttavia – dicono i ricercatori –  i gruppi di stakeholder differivano nella misura in cui davano la priorità a determinati servizi. I pescatori tendevano a assegnare un maggior rilievo a pesca ed istruzione, i manager alla cultura e gli scienziati alla protezione della costa. Inoltre, utilizzando l’analisi di rete per mappare le interazioni tra le priorità degli stakeholder, abbiamo trovato sinergie distinte e compromessi nel modo in cui è stata data priorità i servizi ecosistemici, che rappresentano aree di accordo e di conflitto. Nella rete dei pescatori, i compromessi emersi tra i due servizi, sono tra quelli di maggiore priorità, come la pesca e l’habitat. Al contrario, nella rete degli scienziati, i compromessi emersi tra i servizi sono tra quelli di priorità più alta e più bassa, come l’habitat e la cultura. I compromessi e le sinergie emerse nel network dei manager si sovrappongono sia con i pescatori che con gli scienziati, il che suggeriscono un potenziale ruolo di intermediazione che i manager possono svolgere nel bilanciare sia le priorità che i conflitti. Suggeriamo che la misura delle priorità dei servizi ecosistemici possa evidenziare aree chiave di accordo e di conflitto, sia all’interno che tra gruppi di stakeholder, da affrontare quando si comunicano e si da priorità alle decisioni».

Christina Hicks, che si occupa di scienze sociali interdisciplinari all’ARC CoEcrs, evidenzia che «i più potenti interessi economici, come il turismo, attualmente guidano la gestione barriera corallina. Solo un piccolo pensiero è rivolto ai bisogni della comunità come il cibo o il benessere. Ciò si traduce in conflitto». Secondo la ricercatrice, per migliorare la gestione a lungo termine barriera corallina «i valori umani devono essere considerati nel processo decisionale».

Nick Graham, un ricercatore dell’ARC CoEcrs, aggiunge che «gli esseri umani svolgono un ruolo fondamentale nell’ecologia, ma diverse persone hanno priorità diverse. Queste priorità devono essere considerate nella gestione degli ambienti naturali».

Su Global Environmental Change Hicks, Graham e Joshua Cinner della Stanford University (nella foto mentre intervista un anziano aborigeno), sottolineano che «la mancanza di “proprietà” delle risorse della barriera da parte dei pescatori, che dipendono dal pesce per il loro cibo e sostentamento, è alla base di una delle principali aree di conflitto». Ma lo studio indica anche che i gestori delle aree protette, e dunque dei servizi ecosistemici offerti da queste fette di natura, potrebbero essere ben disposti a svolgere un ruolo di intermediazione.

La Hicks conclude: «Le comunità che sono impegnate e riconosciute sono più propense a fidarsi e a sostenere le loro agenzie di gestione. I governi che consultano le comunità locali al fine di sviluppare piani di co-gestione in generale riducono i conflitti e vedono  un maggior sostentamento così come benefici ecologici (come ad esempio un aumento degli stock ittici) nella loro zona. Esistono esempi di accordi di co-gestione di successo in nazioni con barriere coralline, come Papua Nuova Guinea e Kenya».