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Quello che manca nel Pit Piano paesaggistico

[4 luglio 2014]

I commenti politici al PIT – Piano paesaggistico sono utili per capire un po’ gli umori della Toscana, intercettano alcune posizioni e le traducono in  politica, ma per lo più si tratta di posizionamenti di forma. Il “sentire” della Toscana (forse anche un po’ distratta)  è ancora abbastanza imperscrutabile fatta eccezione per il parere di specifici gruppi d’interesse del fronte tout court ambientalista o di quello opposto.

Credo sarebbe invece utile fissare alcune discriminanti per la discussione, per esempio: se spesso si cita l’articolo 9 come presupposto del rigore ambientalista – paesaggistica che sovrasterebbe tutte le altre ragioni, non sarebbe fuori luogo riflettere che della prima parte della costituzione sono anche gli articoli 3 e 4 che evidentemente è anch’esso fondamentale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Cioè se mettiamo in fila le cose è evidente che sussiste l’obbligo per chi governa, per maggiorana ed opposizione, di trovare una sintesi alta tra principi fondamentali e quanto meno di pari dignità.

Ciò detto, al di là della questione “cave apuane”, di semplicistici richiami a lacci o lacciuoli ad una ripresa economica e dell’occupazione, forse vale la pena di rilevare alcune cose che nel PIT non ci sono o sono rinviate ad un dopo ancora non del tutto palese per tempi e modi.

Penso per esempio al non aver fatto i conti con 50 anni e più di gestione dei vincoli che hanno dato un esito che è sotto gli occhi di tutti lungo le coste o nelle isole e alla mancata individuazione di aree di degrado paesaggistico e delle relative modalità d’intervento per recuperare una qualità insediativa e paesaggistica, penso alla farraginosità dei procedimenti autorizzativi (doppi e soggettivi – con pareri di una commissione comunale e poi della Soprintendenza) che appaiono ancora legati alla cultura ” del potere ministeriale” che peraltro il degrado paesaggistico l’ha prodotto, almeno con pari responsabilità di enti locali se non di più dato atto che fino al 1967 si andava con un progettino in Soprintendenza si otteneva il visto del Soprintendente e poi si passava a ritirare la licenza edilizia contando sul fatto anche di una vasta carenza di piani urbanistici; che non molto diversamente è accaduto dopo, anche perché in assenza di piani paesaggistici le Soprintendenze si esprimevano su i singoli progetti edilizi e non su i piani urbanistici; che non molto diversamente si teme accadrà dopo. A meno che il PIT – Paesaggistico non sia assunto in modo condiviso come costruzione collettiva anche per merito di una capacità reale di ascolto della società toscana.

Mauro Parigi