Mare negato: i 9 Km off-limits del litorale romano. Ad Ostia il “lungomuro”impedisce di vedere il mare

L’87% degli stabilimenti impedisce l’accesso alla battigia ai bagnanti

[31 luglio 2013]

I volontari di Legambiente questa volta se la sono presa comoda: il 24 luglio, con l’asciugamano in spalla hanno verificato la possibilità di accesso alla battigia nelle 77 strutture, di cui 12 chioschi e 65 stabilimenti del litorale romano e dicono che i risultati sono «a dir poco scandalosi: 57 strutture sono completamente inaccessibili, l’87% del totale».

Quello che viene fori dal dossier “Ostia. Basta Lungomuro” presentato oggi da Goletta Verde è un mare sempre più “privato”: «Il litorale romano, che si estende per circa 9 chilometri, sta diventando un caso limite di accesso alla battigia, come può facilmente appurare chi durante la stagione estiva decide di fare un tuffo da queste parti. Una situazione intollerabile, che viola palesemente la normativa vigente che obbliga i concessionari a garantire almeno una fascia di 5 metri destinati al libero transito per l’accesso alla battigia (legge finanziaria del 2006, art. 1, comma 25)».

Legambiente si rivolge direttamente al sindaco Marino ed alla nuova giunta di centrosinistra chiedendo loro «innanzitutto di aggiornare il piano degli arenili arginando così l’aggressione illegale e continua verso il litorale romano, a partire dal “lungomuro” di Ostia, e promuovendo l’eliminazione immediata di ogni cancello, tornello, barriera amovibile o ingressi esclusivi che possano essere di intralcio alla libera fruizione di un’area demaniale».

Il dossier ambientalista segnala molte situazioni di difficoltà ad accedere alla spiaggia su tutto il litorale laziale: «Se infatti è vero che alcune spiagge non hanno assolutamente problemi di accessibilità, in diversi casi si trovano vere e proprie barriere sia di accesso che di visuale dell’arenile che viene nascosto spesso da veri e propri muri di cabine, aiuole e strutture di ogni genere».

Il caso limite è proprio quello di Ostia, la spiaggia per antonomasia dei romani, «dove da troppo tempo si nega l’accesso alle spiagge per gran parte del “Lungomuro”: per lunghi tratti il mare è addirittura invisibile per le eccessive strutture costruite negli stabilimenti. Tra il confine a nord con Fiumicino e le dune di Capocotta a Ostia c’è un totale di 9 Km di spiaggia inaccessibile con soli pochi metri di spiagge libere».

I volontari balneari di Legambiente, il 24 luglio, hanno monitorato tre tratti: «Il primo da “Porto di Roma” al pontile di Piazza dei Ravennati, per circa 2 km, dove sono presenti 17 strutture di cui 9 chioschi tutti con libero accesso e 8 stabilimenti di cui 1 solo che ha permesso il “solo transito” ai nostri volontari, “l’Arcobaleno” dotato addirittura di tornelli tipo metropolitana. Nel secondo tratto monitorato, invece, da Pontile Piazza Ravennati e rotonda Piazzale Cristoforo Colombo (3,8 km) sono presenti 24 strutture (3 chioschi e 21 stabilimenti). I chioschi sono accessibili, degli stabilimenti solo 3 permettono il solo transito e 18 niente; in un caso (Il Mami) i nostri volontari si sono visti rispondere che l’accesso è consentito solo se si è dipendenti statali, in un altro (Hibiscus) solo se si è dipendenti Cotral. Infine, il terzo tratto, da Piazzale Colombo a tutto lungomare Vespucci (2,8 km) dove sono presenti 36 strutture, tutti stabilimenti e solo 4 permetto il solo transito, gli altri 32 sono vietati con accessi a pagamento o per dipendenti di ministeri della difesa, dell’interno, delle forze armate o altro. Oltre a non riuscire a raggiungere quasi mai la spiaggia i nostri volontari si sono trovati dinanzi a strani cartelli e assurde, compresi inoltre il divieto di entrata per cani, divieto di utilizzare i racchettoni, divieto di pallone e bici, divieto di consumare cibi propri, divieto di accesso con attrezzature private (spiaggine, ombrelloni ecc..)».

Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio, non usa mezzi termini: «Al mare di Roma servono regole nuove e certe, anche per rispondere all’aggressione della criminalità sul litorale, stuzzicata anche dagli appetiti nelle concessioni. Il Piano di utilizzazione degli arenili, approvato dal Comune di Roma nel 2004, avrebbe dovuto e potuto arginare l’aggressione illegale e continua verso il litorale romano, invece è “sparito”, mentre al tempo stesso venivano rinnovate con disinvoltura le concessioni. Giunto oltre la scadenza naturale di 5 anni, non ha raggiunto quasi nessun risultato di riqualificazione e regolamentazione di utilizzo degli arenili. Ricucire il rapporto tra paesaggio marino e urbano è ormai un sogno lontano dal divenire perché la giusta misura di 60% di visibilità spaziale libera e 40% occupata che lo stesso Pua indicava, giace, insieme al documento che la contiene, in qualche cassetto polveroso».

Roberto Scacchi, direttore di Legambiente Lazio, è convinto che «i diritti dei cittadini sulla fruibilità di un bene comune come la spiaggia, ad Ostia sono completamente calpestati. Chiediamo al sindaco Ignazio Marino e all’assessore alle politiche per lo sviluppo del litorale, Giovanni Caudo, di intervenire per invertire una rotta compromessa da troppi anni con azioni concrete che riportino il mare a Ostia. Innanzitutto con l’eliminazione immediata di ogni cancello, tornello, barriera amovibile o ingressi esclusivi che possano essere di intralcio alla libera fruizione di un’area demaniale. Un primo segnale potrebbe arrivare dagli stabilimenti delle forze armate ai quali chiediamo di farsi loro per primi sponsor di una rinnovata legalità, abbattendo i muri che separano i “loro stabilimenti”. Infine auspichiamo maggiori controlli nei confronti degli stabilimenti e l’avvio di un tavolo di lavoro tra istituzioni, imprenditori e associazioni di categoria sulla spiaggia di Ostia per indicare i nuovi percorsi da avviare per la sua “liberazione” e riqualificazione».

L’altro problema sottolineato dagli ambientalisti è quello dei prezzi «sintomatici di una situazione al limite che va assolutamente rivista – spiegano –  Per il solo accesso giornaliero il prezzo medio è di circa 8 euro con una arco tra i 3 e i 15 euro; ci sono poi stabilimenti, come per esempio il Kursaal che addirittura divide la “sua” porzione di demanio pubblico in tre aree inaccessibili una con l’altra: la zona piscine, l’area abbonati e l’area giornalieri, quest’ultima è una striscia stretta di sabbia che accoglie e relega i non abbonati comunque paganti».

Serena Carpentieri, responsabile di Goletta Verde, evidenzia che «in Italia una delle criticità maggiori è data proprio dalla forte sproporzione tra l’ammontare degli introiti che lo Stato percepisce da queste attività e i guadagni dei privati. Si stima infatti che le concessioni demaniali in questo settore fruttino all’erario circa 100 milioni di euro, a fronte di un incasso da parte dei privati pari a circa 2 miliardi di euro, secondo le stime più basse, addirittura oltre 16 miliardi di euro all’anno secondo altri studi. Secondo un rapporto del 2009 dell’Università Roma Tre, purtroppo non aggiornato, la media dei canoni annui supera di poco un euro al mq di concessione e in valori assoluti. L’innalzamento dei canoni, cosi come avviene in altre realtà europee, potrebbe invece essere rinvestito in un opere di riqualificazione e tutela del territorio costiero. In Europa, la situazione delle spiagge è decisamente diversa anche per quel che riguarda la porzione di spiagge libere. In Francia, ad esempio, le concessioni, che non superano i 12 anni, prevedono l’80% della lunghezza e l’80% della superficie di spiaggia libera da costruzioni per sei mesi l’anno. Qui il principio del demanio pubblico è sacro e le concessioni per gli stabilimenti balneari sono rilasciate per un massimo del 20% della superficie del litorale. È chiaro che è necessaria una regolamentazione al più presto, che prenda magari spunto proprio dagli esempi che possiamo registrati in altri Paesi Europei».