Metà degli attacchi dei grandi carnivori sono provocati da imprudenze umane

Una paura aumentata a dismisura dai media. Ma i grandi carnivori uccidono molto meno dei cani

[5 febbraio 2016]

Grandi carnivori

Lo studio “Human behaviour can trigger large carnivore attacks in developed countries” Scientific Reports, un team internazionale di ricercatori che comprende anche gli italiani Francesco Pinchera e Mario Pellegrini del Centro Italiano di Studi e di Documentazione sugli Abeti Mediterranei (CISDAM) di Rosello (CH), e guidato da Vincenzo Panteriani, che lavora  per l’Estación Biológica de Doñana e per l’università di Oviedo, parte dalla escalation di attacchi deli animali selvatici  all’uomo che i media e la letteratura scientifica stanno segnalando in Nord America e in Europa e sottolinea subito «Anche se rari rispetto ai decessi umani provocati da altri animali selvatici, i media spesso sopravvalutano gli attacchi dei grandi carnivori agli esseri umani, provocando un aumento della paura e atteggiamenti negativi nei confronti della conservazione e della convivenza  con queste specie»

I ricercatori dicono che «Dal 1950, sei specie di grandi carnivori (oso bruno, orso nero, orso polare, lupo e  coyote) in Nord America e una specie in Scandinavia e Spagna (orso bruno) sono state responsabili di 700 attacchi a persone. In questo stesso periodo, il numero di persone il numero di persone che praticano attività all’aria aperta in aree frequentate dai grandi carnivori è aumentata, un fenomeno che risulta significativamente collegato al numero di attacchi».  Il numero degli attacchi di grandi carnivori alle persone è aumentato significativamente, ma con tendenze contrastanti secondo le specie. In Nord America, il coyote (31,0% del numero totale di attacchi) e il puma (25,7%) sono responsabili della maggior parte degli attacchi, seguiti dagli orsi bruni (13,2%), g dagli orsi neri (12,2%) e dai lupi (6,7%) . In Europa è stato osservato un aumento simile per gli orsi bruni (9,3%) così come nell’Artico per  orsi polari (1,9%).  Anche l’età delle vittime è aumentata in modo significativo.

I modelli degli attacchi riportati dallo studio potrebbero anche riflettere l’aumento del numero di individui “audaci” nelle popolazioni più numerose di grandi carnivori, un tratto è spesso legato all’aggressività, che  potrebbe portare a risposte più aggressive quando i grandi carnivori incontrano gli esseri umani. I ricercatori ipotizzano che «La mortalità intensa e prolungata causata dall’uomo impone pressioni selettive sulle popolazioni target (rimozione selettiva di certi fenotipi) e potrebbe portare a una rapida cambiamento evolutivo. La selezione naturale mantiene un mix di fenotipi comportamentali nelle popolazioni». Insomma la normalità produce individui più “timidi”, mentre le continue pressioni antropiche su fauna e habitat favoriscono gli individui più aggressivi che preferiscono il rischio e la novità.

Ma gli stessi ricercatori fanno notare che la persecuzione alla quale abbiamo sottoposto e vorremmo ancora sottoporre i grandi carnivori,  dovrebbe aver comportato la rimozione di gran parte degli individui audaci, meno prudenti, e «Di conseguenza, gli individui timidi potrebbero essere stati sovrarappresentati nelle popolazioni residue di grandi carnivori. Inoltre, gli individui possono diventare più vigili ed evitare attivamente il contatto con gli esseri umani durante i periodi di intensa persecuzione».

Lo studio del team di Panteriani  dimostra che «Il 50% di questi attacchi è dovuto a imprudenze umane e che la maggioranza delle persone che praticano attività ludiche in ambienti naturali hanno carenti conoscenze di base su come evitare le situazioni più a rischio quando condividono lo spazio con i grandi carnivori e su come comportarsi nel caso di un incontro».

I ricercatori rivelano quali sono i comportamenti umani a rischio più comuni che si verificano al momento di un attacco  di grandi carnivori: i genitori che lasciano un bambino incustodito; cani non tenuti al guinzaglio; ricerca di un grande carnivoro ferito  durante la caccia; attività sportiva all’aria aperta al crepuscolo o di notte; avvicinarsi  ad una femmina con cuccioli.  Se si evitassero queste imprudenze la convivenza con i grandi carnivori nelle aree che frequentano migliorerebbe subito. «Ad esempio –  si legge nello studio – il comportamento umano registrato più di frequente è stato quello dei bambini lasciati incustoditi (47,3%), che sono stati spesso attaccati dai puma (50,8% degli attacchi), coyote (27,9%) e gli orsi neri (13,2%)».

Ma il 50% degli attacchi  non sembrano legati  ad un comportamento umano migliorabile: chi vive in zone dove ci sono grandi carnivori può imbattersi accidentalmente in una madre con  cuccioli o passare vicino a una carcassa sorvegliata da un orso, oppure incontrare un individuo attratto dal cibo che gli escursionisti si portano dietro.

Ma i ricercatori ricordano che «Se gli attacchi di grandi carnivori sono aumentati, rimangono eventi estremamente rari , mentre altri animali selvatici, come vespe, zanzare, ragni, lumache, serpenti e ungulati, e  i cani domestici, fanno molte più vittime umane.

Lo studio conclude che i fucili e la caccia a lupi ed orsi servono a poco e ancor meno fare appello alle paure dell’opinione pubblica, invece, «Analizzare e comprendere le cause che determinano questi attacchi è uno dei migliori strumenti per ridurre  il numero di attacchi agli esseri umani da parte dei grandi carnivori».

Purtroppo accade il contrario i – rari – attacchi dei grandi carnivori agli esseri umani vengono presentati con titoli sensazionalistici e immagini terribili, «facendo appello più alle emozioni del pubblico che alla logica – si legge nello studio – E’ un fenomeno ben studiato che porta gli esseri umani a sovrastimare il rischio di eventi rari che evocano emozioni forti. Sopravvalutare il rischio degli attacchi dei grandi carnivori agli esseri umani aumenta in modo irrazionale la paura umana e innesca un circolo vizioso che può influenzare lo stato di conservazione sempre più positivo di molti di queste specie». Come si sta facendo irresponsabilmente in Italia riguardo ai lupi.