La laguna di Venezia hotspot dell’invasione

Mille specie aliene alla conquista del Mediterraneo

[3 ottobre 2014]

Frontiers in Marine Science ha pubblicato lo studio “Invading the Mediterranean Sea: biodiversity patterns shaped by human activities” nel quale un team di ricercatori greci, francesi e tunisini, rivela che «Le attività umane, come i trasporti marittimi, l’acquacoltura, e l’apertura del Canale di Suez, hanno portato all’introduzione di circa 1.000 specie aliene nel Mar Mediterraneo».  Il team, guidato da Stelios Katsanevakis del 1Water Resources Unit, Institute for Environment and Sustainability del Joint Research Centre di Ispra,  ha studiato come le attività antropiche, fornendo percorsi per l’introduzione di specie aliene, possono plasmare i modelli della biodiversità nel Mar Mediterraneo. Ne è venuto fuori che «La ricchezza di specie del Mar Rosso introdotte attraverso il Canale di Suez (specie lessepsiane) è molto elevata lungo la costa orientale del Mediterraneo, raggiungendo un massimo di 129 specie per 100 km2 , e declina verso il nord e l’ovest». La distribuzione delle specie introdotte dai trasporti marittimi è molto diversa, con diversi hotspot  in tutto il bacino del Mediterraneo , ed di  due  hotspot principali per le specie allevate introdotte  sono le lagune di Thau e Venezia. Nella Laguna Veneta ci sono almeno 60 specie aliene, soprattutto alghe.

Secondo Katsanevakis, «Utilizzando le informazioni dal Easin (European Alien Species Information Network), potremmo mappare in dettaglio come mai finora quanto si sia già diffusa ogni specie aliena». La nuova piattaforma Easin facilita l’esplorazione di informazioni sulle specie aliene esistenti permettendo di attingere ad una varietà di fonti di informazioni, sviluppando e rendendo liberamente disponibili strumenti e servizi web interoperabili conformi agli standard riconosciuti a livello internazionale.

I ricercatori scrivono che «Alcuni gruppi tassonomici sono stati per lo più introdotti  attraverso specifici pathways-fish attraverso il canale di Suez,  le macrofite dell’acquacoltura e gli invertebrati attraverso il Canale di Suez ed il trasporto marittimo. Quindi, l’identità tassonomica locale delle specie aliene è fortemente dipendente dalle attività/interventi  marittimi dominanti e dai relativi percorsi di introduzione».

La composizione delle specie aliene è differente nelle diverse ecoregioni del Mediterraneo e «tali differenze sono maggiori per le specie lessepsiane e  quelle allevate-introdotte».

Nel Mediterraneo vivono 17.000 specie il 20% delle quali endemiche del nostro mare e quello che è certo è che le specie aliene stanno modificando anche gli habitat delle specie autoctone: «La ricchezza complessiva di specie autoctone diminuisce da nord-ovest verso le regioni sud-orientali – spiegano i ricercatori –  mentre per le specie aliene si osserva la tendenza opposta». L’invasione delle specie aliene nelle coste orientali del bacino sembra dovuta soprattutto al global warming che crea condizioni favorevoli per le specie che vivono più a sud e penetrano nel Mediterraneo dal canale di Suez. In quest’area le specie aliene rappresentano ormai il 40% della fauna marina.

Quindi la composizione delle comunità marine, che in passato è stata plasmata dal clima, dall’ambiente e dalle  barriere oceanografiche, ora dipende molto da attività antropiche, come il trasporto marittimo e l’acquacoltura e da grandi interventi come l’apertura di canali di navigazione, che hanno rimosso le barriere ambientali per le specie marine che possono ora essere facilmente  spostate o trasferirsi dal loro areale naturale. Una volta arrivate in nuove regioni marine, queste  specie diventano invasive ed “aliene” e possono avere un grave impatto sugli ecosistemi e l’economia.

La conclusione è che «La biodiversità del Mar Mediterraneo sta cambiando e sono necessarie ulteriori ricerche per capire meglio come i nuovi modelli di biodiversità modellati dalle attività umane influiscono sulle reti alimentari del Mediterraneo, sul  funzionamento degli ecosistemi e sulla fornitura di servizi ecosistemici».