Negli hot spot della biodiversità la metà delle specie animali e vegetali a rischio estinzione

Mediterraneo bollente. Tra le aree più colpite anche l’Amazzonia, le Galapagos, le savane di Miombo e l’Australia sudoccidentale

[15 marzo 2018]

«Se le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare senza controllo, il mondo è destinato a perdere almeno la metà  delle specie animali e vegetali oggi custodite nelle aree più ricche di biodiversità. A fine secolo potremmo assistere ad estinzioni locali in alcuni paradisi come l’Amazzonia, le isole Galapagos e il Mediterraneo» A lanciare l’ennesimo allarme è lo studio “The implications of the United Nations Paris Agreement on climate change for globally significant biodiversity areas”, pubblicato su Climatic Change da esperti britannici dell’università dell’East Anglia (Uea) e del Wwf UK e australiani della  James Cook University, che ha esaminato l’impatto dei cambiamenti climatici su circa 80.000 specie di piante e animali in 35 delle aree tra le più ricche di biodiversità sul pianeta. All’università dell’East Anglia  sottolineano: «Anche se l’obiettivo del 2° C  dell’Accordo sul clima di Parigi venisse raggiunto, questi luoghi potrebbero perdere il 25% delle loro specie».

Lo studio analizza una serie di scenari dei cambiamenti climatici che vanno da un aumento delle temperature medie globali di 4,5° C rispetto all’epoca preindustriale, a un aumento di 2° C, il limite massimo previsto dall’accordo di Parigi. Ogni area è stata scelta per la sua unicità e la varietà di piante e animali che ci vivono. Si è scoperto così che le foreste di Miombo, dove vivono i licaoni, l’Australia sudoccidentale e le Guiji dell’Amazzonia, saranno le aree più colpite. Se ci fosse un aumento della temperatura media globale di 4,5° C, queste aree diventerebbero inospitali per molte piante e animali che attualmente ci vivono, «Il che  . dicono i ricercatori – significa che fino al 90% degli anfibi, l’86% degli uccelli e l’80% dei mammiferi potrebbero estinguersi localmente nelle foreste di Miombo, nell’Africa meridionale; L’Amazzonia potrebbe perdere il 69% delle sue specie vegetali; Nell’Australia sudoccidentale l’89% degli anfibi potrebbe estinguersi localmente; Il 60% di tutte le specie è a rischio di estinzione localizzata in Madagascar; I Fynbos nella regione occidentale del Sud Africa, che sta vivendo una siccità che ha portato a carenze idriche a Città del Capo, potrebbero affrontare estinzioni localizzate per un terzo delle sue specie, molte delle quali sono endemiche di quella regione».

Inoltre, l’aumento delle temperature medie e le piogge sempre più irregolari potrebbe diventare la “nuova normalità”, con una quantità significativamente minore di precipitazioni nel Mediterraneo, in Madagascar e nel Cerrado-Pantanal in Argentina. I potenziali effetti includono: pressione sulle riserve idriche degli elefanti africani, che hanno bisogno di bere 150-300 litri di acqua al giorno; il 96% dei territori riproduttivi delle tigri delle Sundarbans potrebbe finire sott’acqua a causa dall’innalzamento del livello del mare; perturbazione della riproduzione delle tartarughe marine, dato che le temperature più calde fanno nascere più femmine.

Se le specie sono in grado di spostarsi liberamente in nuove località, con un aumento della temperatura media globale di 2° C il rischio di estinzione locale diminuirebbe da circa il 25% al ​​20%. Ma le specie che non ci riusciranno potrebbero non essere in grado di sopravvivere. La maggior parte delle piante, anfibi e rettili, come orchidee, rane e lucertole non possono spostarsi abbastanza velocemente da tenere il passo di questi rapidi  cambiamenti climatici.

La leader del team di ricerca, Rachel Warren del Tyndall Centre for Climate Change Research dell’Uea  spiega che  «La nostra ricerca quantifica i benefici di limitare il riscaldamento globale a 2° C per le specie in 35 delle aree più ricche di fauna selvatica del mondo. Abbiamo studiato 80.000 specie di piante, mammiferi, uccelli, rettili e anfibi e abbiamo scoperto che, senza politiche climatiche, il 50% delle specie potrebbe scomparire da queste aree. Tuttavia, se il riscaldamento globale venisse limitato a 2° C rispetto ai livelli preindustriali, questo potrebbe essere ridotto al 25%.  no abbiamo indagato su cosa succederebbe se limitassimo il riscaldamento a meno di 1,5° C, ma ci si aspettiamo che proteggi anche più fauna selvatica».

Nel complesso, lo studio dimostra che il modo migliore per proteggersi dalla perdita di specie è mantenere la temperatura globale più bassa possibile.  Tanya Steele, direttrice del Wwf UK  evidenzia che «Durante la vita dei nostri figli, luoghi come l’Amazzonia e le Isole Galapagos potrebbero diventare irriconoscibili, con metà delle specie che vivono lì che saranno spazzate via dai cambiamenti climatici causati dall’uomo. In tutto il mondo, bellissimi animali iconici come le tigri dell’Amur o i rinoceronti di Giava rischiano di scomparire, così come decine di migliaia di piante e creature più piccole che sono il fondamento di tutta la vita sulla terra. Ecco perché per questa Earth Hour chiediamo a tutti di fare una promessa al pianeta e di apportare le modifiche quotidiane per proteggere il nostro pianeta».

Un altro autore dello studio, Jeff Price, coordinatore della Wallace Initiative e anche lui dell’Uea, ha detto che «Questa ricerca fornisce una visione dei diversi impatti spaziali dei cambiamenti climatici sulla biodiversità. Mostra i vantaggi di combinare la citizen science  con la ricerca e le risorse di università di alto livello per aiutare le ONG nelle loro attività di conservazione».

In contemporanea il Wwf Italia ha pubblicato il rapporto “Focus WWF sul Mediterraneo” che fa il punto locale del rapporto internazionale e dice che «Basta un cambiamento climatico “moderato” per rendere vulnerabile la biodiversità dell’area mediterranea: anche se l’aumento delle temperature si limitasse a 2 °C, quasi il 30% della maggior parte dei gruppi di specie analizzate di piante ed animali sarebbe a rischio. Continuando sul regime attuale, senza cioè una decisa diminuzione delle emissioni serra, la metà della biodiversità della regione andrà persa». Secondo gli ambientalisti, «Tartarughe marine (tre specie, di cui la più diffusa è la Caretta caretta) e i cetacei, presenti in Mediterraneo con 8 specie stabili e altre 13 presenti occasionalmente, sono le specie più colpite, anche perché già in sofferenza per altri impatti. Per le tartarughe i problemi principali sono legati soprattutto ai processi riproduttivi: dato che è la temperatura a determinare il sesso dei nascituri, l’aumento delle temperature può provocare uno squilibrio tra i generi, con la nascita di sempre meno maschi, come sta avvenendo per la tartaruga verde in Australia. Inoltre, l’aumento del livello del mare, delle maree e degli eventi meteorologici estremi provocati dai cambiamenti climatici, già oggi provocano la distruzione di molti nidi. Sono vulnerabili agli impatti climatici sia i cetacei (ad esempio, temperatura e salinità dell’acqua marina influiscono sulla distribuzione dell’unico cibo della balenottera comune nel Mediterraneo: il krill) che grandi migratori pelagici come i tonni (dato che variazioni della temperatura dell’acqua impattano sulla funzione cardiaca, sull’attività di deposizione delle uova e sulla crescita larvale), ma anche squali e razze: le fluttuazioni del clima possono disturbare la struttura delle comunità influenzando la crescita e la riproduzione (in quanto sono animali dai bassi tassi riproduttivi). Oltre agli aspetti fisiologici, i cambiamenti climatici possono influenzare fortemente presenza e distribuzione delle prede naturali di squali e razze».

Il Wwf Italia  ricorda che  «Il Mediterraneo è tra le Aree Prioritarie per la biodiversità più esposte ai cambiamenti climatici: l’innalzamento delle temperature probabilmente supererà la variabilità naturale del passato, rendendo questa zona del pianeta un hotspot dell’impatto climatico. Dovremo aspettarci periodi di siccità in tutte le stagioni, con potenziali stress da calore per ecosistemi e specie terrestri più sensibili come le testuggini e le tartarughe d’acqua dolce, o per gli storioni: questi ultimi sia per il cambiamento del regime di salinità sia per la riduzione dell’areale idoneo, combinazione drammatica per specie già fortemente indebolite dalla pesca illegale».

Per scongiurare gli scenari climatici peggiori, il Wwf avanza alcune richieste al futuro governo italiano: «Approvare subito gli strumenti regolatori e legislativi per attuare concretamente e davvero la chiusura delle centrali a carbone per la produzione elettrica entro il 2025 e definire il Piano Nazionale Clima ed Energia, richiesto dalla Ue entro quest’anno, e la Strategia di decarbonizzazione a lungo termine».