La più grande, “vera” amp sarebbe quella dell’Arcipelago toscano, che aspetta dal 1982

Negli oceani (e nel Mediterraneo) ci sono troppi parchi di carta

Senza il Santuario dei mammiferi marini Pelagos sarebbe protetto solo l’1,08% del Mare Nostrum

[17 novembre 2014]

Vengono chiamati paper parks, parchi di carta, linee tracciate su una mappa e poco più e, anche se alcuni sono terrestri, a preoccupare di più sono quelli marini che sembrano moltiplicarsi nel nostro pianeta, dopo che la Conferenza della parti della Convention on biological diversity (Cbd) ha fissato l’obiettivo di proteggere il 10% degli oceani e dei mari del mondo entro il 2020.

Anche se attualmente solo il 3,4% degli oceani è protetto da parchi e riserve, in realtà le aree marine protette che salvaguardano davvero il mare sono molto meno. Secondo François Simard, dell’International Union for Conservation of Nature (Iucn), che sta partecipando al World Parks Congress 2014 a Sydney, «proteggere il 10% degli oceani nel 2020 è quasi impossibile. C’è un grosso problema. L’obiettivo era quello di proteggere il 10% degli oceani, non il 10% delle acque territoriali dei Paesi, ma è quest’ultima cosa quella che si sta facendo». Secondo i calcoli di Simard pubblicati da El País, «anche se i Paesi riusciranno a blindare il 10% delle loro acque, questo riguarderà solo il 5% degli oceani».

Paesi come l’Italia, la Spagna, e la Francia potrebbero raggiungere l’obiettivo di proteggere il 10% delle loro acque nazionali (la Francia punta addirittura al 50%). Al World Parks Congress 2014  la direttrice internazionale della Fundación Biodiversidad, Sonia Castañeda Rial ha detto che «la Spagna passerà dal proteggere lo  0,5% sue acque all’8% alla fine del 2014». Il progetto Life Inventario y designación de la Red Natura 2000 en áreas marinas del Estado español” (Indemares), cofinanziato dall’Ue ha coinvolto 200 scienziati per delimitare le possibili aree marine protette spagnole, come il Banco de Galicia, una montagna sottomarina di 4.400 metri vicina a dove affondò la petroliere Prestige, o i vulcani di fango del Golfo de Cádiz. La Castañeda,  la cui fondazione dipende dal ministero dell’Ambiente spagnolo, ha sottolineato a Sydney: «Siamo molto vicini al 10%». Ma Purificació Canals, la presidente di MedPan, la rete dei gestori delle aree protette del Mediterraneo, fa notare che «la sfida è quella di non limitarsi a mettere delle linee su una mappa. La sfida per la Spagna è di mettere i mezzi per  gestire questi habitat». La Canals ha ricordato «i tagli fatti dal governo di Mariano Rajoy al bilancio dedicato alla salvaguardia. Solo nel 2012, ha tagliato il 41% del bilancio dei parchi nazionali. La riduzione del budget farà sì che le aree marine protette saranno paper parks».

E’ più o meno la situazione italiana, dove le aree marine protette vivono vita grama da tempo ed i tagli draconiani ci sono stati per anni. Ma anche nel resto del Mediterraneo non va certo maglio. Anche se, come spiega la Canals, «nel Mediterraneo il 4,5% delle acque ha sulla carta un qualche tipo di protezione, e questo è possibile solo tenendo conto dell’immenso santuario Pelagos per i mammiferi marini, istituito nel 2002 tra Francia, Italia e Monaco per proteggere balene, capodogli e delfini, ma non altre specie. Togliendo questa “riserva”, solo l’1,08% del Mediterraneo è protetto».

Il problema, che nemmeno la presidente di MedPan evidenzia, è che il Santuario Pelagos è proprio l’esempio più gigantesco e clamoroso di Parco di carta, senza una vera gestione e senza veri vincoli, se non quello del divieto di effettuare gare di motoscafi off-shore, ma anche per questo ci è voluta una denuncia di Legambiente perché le gare cessassero davvero. Se poi ci si mette il fatto che quella che diventerebbe la più grande “vera” area marina protetta del Mediterraneo, quella dell’Arcipelago Toscano, prevista da  ben tre leggi dello Stato e sollecitata dall’Unione europea, aspetta di essere istituita “solo” dal 1982, si capisce quanta carta e quanta poca sostanza ci sia nella protezione dei nostri mari.

Se quello dell’Arcipelago Toscano è uno scandalo ultra-trentennale tutto italiano, che ha lasciato il Parco nazionale terrestre ad amministrare a mare solo vincoli in 5 isole (Gorgona, Capraia, Pianosa, Montecristo e Giannutri) senza poterli gestire fino a quando non verrà istituita l’area marina protetta, la Canals evidenzia che «solo il 44% delle 179 aree marine protette del Mediterraneo ha un piano di gestione».

A conti fatti nel Mare Nostrum  ci sono quasi 100 paper parks. E la biologa fa l’esempio della Spagna, dove (come in Italia) non ci sono finanziamenti per gestire le aree marine di Rete Natura 2000 e dice sconsolata: «Abbiamo buoni tecnici nei ministeri, ma non buoni politici». Intanto nei parchi virtuali continuano il turismo incontrollato, la pesca di frodo, il passaggio delle grandi navi da trasporto e da crociera e perfino il dragaggio, con estrazione di materiali e biomassa dai fondali, per facilitare il passaggio delle navi di grossa stazza.

Intervistato da El País, il biologo marino Daniel Mateos, che partecipa al progetto Monitorización de Áreas Marinas Protegidas en el Mediterráneo dell’Unione europea,  ha sottolineato: «Tutto il mondo sta parlando di arrvare al 10% delle aree marine protette nel 2020. Però che succede se arriviamo al 10% e sono solo  paper parks?». La preoccupazione di Mateos è aumentata dopo aver visto che in alcune riserve marine studiate dal progetto, come quella spagnola di Cabo de Palos, nella Murcia, tutto prosegue come prima, compresa la pesca illegale. Mateos critica anche il fatto che troppe Aree marine protette vengano imposte dall’alto, senza coinvolgere la popolazione locale, come a El Hierro, un’isola delle Canarie, dove il ministero dell’ambiente spagnolo vuole istituire il primo Parco nazionale marino della Spagna nonostante la contrarietà di pescatori e subacquei che non sono stati precedentemente informati.

«Le prime volte ci hanno accolto a calci», ha detto a El País uno dei funzionari che il governo di Madrid aveva inviato a spiegare il progetto alla popolazione di El Hierro. Eppure si tratta di un’are marina protetta davvero  importante, che dovrebbe salvaguardare quelle che sono le acque più tropicali dell’Unione europea e dove vivono bel 16 specie di cetacei. E’ lo stesso tipo di approccio burocratico ed impolitico che porta spesso – anche in Italia – a inutili conflitti  con la popolazione quando si tratta di istituire aree marine protette che addirittura prevedono vantaggi per i pescatori ed i diving center locali e per le economie turistiche. E’ in questa miscela di arroganza centrale e di ignoranza locale che sguazza la demagogia politica che cavalca i movimenti anti-parco. Una lezione che i governi dei Paesi del Mediterraneo sembrano non voler imparare.

Simard, che è il vice direttore del Global Marine Programme dell’Iucn, ha detto al World Parks Congress 2014 a Sydney che è stata lanciata una road map per accelerare la creazione di vere riserve marine nelle acque internazionali, attualmente solo lo 0,25% del mare extraterritoriale è protetto. “«Ora c’è un processo aperto alle Nazioni Unite per arrivare ad accordi che ci permettano di creare aree protette in acque internazionali. Ci sono voluti tre anni per arrivare alle decisione di aprire i negoziati e gli esperti calcolano che questi si prolungheranno per altri 10 anni».

Facciamo nostro un vecchio detto ambientalista: «Senza soldi sul tavolo, la conservazione è solo conversazione».