Nel 2016 in Toscana recuperati 22 cetacei, 52 tartarughe marine e 11 grandi pesci cartilaginei

Rapporto Arpat: dato abbastanza in linea con le medie annue della Regione

[2 maggio 2017]

In Toscana, la rete regionale per il recupero di cetacei, tartarughe e pesci cartilaginei, spiaggiati o catturati accidentalmente e gli interventi sugli esemplari in difficoltà o morti, sono coordinate soprattutto dalla Regione Toscana e del suo Ossevatorio Toscano Biodiversità . L’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (Arpat), come organo  tecnico della Regione per le attività di monitoraggio dei grandi vertebrati marini, ogni anno pubblica  un rapporto su “l’attività di Arpat nel monitoraggio dei cetacei, delle tartarughe e dei grandi pesci cartilaginei”.

La biologa dell’Arpat  Cecilia Mancusi ne fa un riassunto e  spiega che «Nel 2016 si sono registrati 22 eventi di spiaggiamento di cetacei in Toscana: 12 stenelle; 4 tursiopi; 1 capodoglio; 5 individui che sono rimasti indeterminati a causa del pessimo stato di conservazione della carcassa (da attribuire comunque a piccoli cetacei odontoceti). Il 50% degli spiaggiamenti si è concentrato nei mesi tardo primaverili-estivi (ad esclusione dei mesi di aprile e giugno in cui non si sono registrati spiaggiamenti) e maggiormente nella provincia di Livorno (50%)».

Nel 2016 in Toscana sono state recuperate  56 tartarughe marine,  tutte a Caretta caretta,  e la Mancusi evidenzia che «Si conferma che spesso la causa di morte per questi animali è rappresentata dalla cattura accidentale da parte di attrezzi da pesca, soprattutto reti a strascico, da posta e palamiti».

Il report contiene  anche dati sugli avvistamenti, catture accidentali e spiaggiamenti dei grandi pesci cartilaginei in Toscana. «Queste informazioni – spiega la biologa – vengono inserite nell’archivio online MEDLEM gestito da Arpat ma attualmente in fase di migrazione presso il Gfcm della Fao e sono una fonte importante di dati sulla biodiversità a livello nazionale ed internazionale per le organizzazioni impegnate nella gestione e conservazione di questi pesci nel Mediterraneo, come ad esempio l’Unione mondiale per la conservazione della natura – Iucn. Nello specifico si tratta di 27 segnalazioni (corrispondenti a 27 animali, 16 vivi e 11 morti), appartenenti a 6 diverse specie, di cui 8 avvistamenti, 1 spiaggiamento e 18 catture accidentali causate da attrezzi da pesca. Gli avvistamenti hanno riguardato le specie Mobula mobular (il diavolo di mare o manta) e Prionace glauca (la verdesca); le catture, effettuate con canna da pesca, rete da posta e palangaro per pesce spada, hanno invece riguardato la verdesca, il mako (Isurus oxyrhincus), lo squalo volpe (Alopias vulpinus), il molto raro squalo volpe occhio grosso (Alopias superciliosus) e lo squalo capopiatto (Hexanchus griseus). Su 18 animali catturati il 44% erano vivi e sono stati liberati e il 56% erano morti».

Il rapporto contiene la scheda dettagliata di ogni esemplare recuperato  di cetacei, tartarughe e grandi pesci cartilaginei e per un solo cetaceo (il capodoglio) e 15 tartarughe, il referto necroscopico redatto a cura dei veterinari dell’ Istituto Zooprofilattico Sperimentale Lazio e Toscana (IZSLT) di Péisa.

La Mancusi sottolinea che «Su questi esemplari, benché non sempre le carcasse presentassero buone condizioni di conservazione, è stato infatti eseguito un esame anatomo-patologico completo, ricerche batteriologiche, virologiche, parassitologiche, istologiche, sierologiche, genetiche e biotossicologiche. In relazione a queste ultime va specificato che i contaminanti specifici per i cetacei quali PPCB, Hg e pesticidi sono stati ricercati dall’università di Siena. I risultati delle analisi tossicologiche sono riportati solo per il capodoglio e per 7 tartarughe».

La ricercatrice aggiunge: «Anche per quest’anno il Settore mare di Arpat  ha portato avanti l’indagine sulle abitudini alimentari di cetacei, tartarughe e squali (attraverso l’analisi del contenuto stomacale), che ha lo scopo di fornire informazioni per lo studio e la ricostruzione della rete trofica marina ma anche la raccolta di informazioni sulla presenza di plastiche nei tratti gastro-intestinali di questi animali, sulla base anche di quanto richiesto dalla direttiva sulla Marine Strategy (2008/56/CE). Nel 2016 si sono recuperati ed analizzati 4 di tartaruga e lo stomaco del capodoglio».

La Mancusi conclude: «Tutto il lavoro svolto durante quest’anno sottolinea, ancora una volta, la complessa e proficua collaborazione tra tutti i soggetti presenti sul territorio, regionale e nazionale: Ministeri Ambiente e Salute, Aepat, Otb, Izslt di Pisa, università di Siena, Banca dati spiaggiamenti, università di Padova, Asl territoriali, centri di recupero e ospedalizzazione di Grosseto e Talamone, Acquario di Livorno, Wwf, Legambiente, Cetus, Parchi e Amp».