Nel Borneo uccisi più di 100.000 oranghi in 16 anni

La buona notizia è che sono di più e che sono più adattabili di quanto si credesse

[16 febbraio 2018]

Lo studio “Global Demand for Natural Resources Eliminated More Than 100,000 Bornean Orangutans” pubblicato su Current Biology da un team internazionale di ricercatori di 38 diverse istituzioni scientifiche  mostra in tutta la sua drammaticità il pesantissimo impatto dello sfruttamento delle risorse sulle specie, a cominciare da quelle che più ci somigliano. Infatti, gli scienziati guidati da Maria Voigt del Forschungszentrum iDiv  del Max-Planck-Institut für evolutionäre Anthropologie hanno dovuto prendere atto con amarezza che quasi mezzo secolo di tentativi  di salvare gli orangutan sul Borneo (Pongo pygmaeus) non sono stati in grado di impedire che il loro numero calasse drammaticamente de che tra Il 1999 e il 2015 ne venissero sterminati oltre 100.000.

I ricercatori sottolineano che «Questo risultato significa due cose. Innanzitutto, nel Borneo c’erano più oranghi di quanto precedentemente stimato. Secondo, stanno scomparendo ancora più velocemente di quanto i ricercatori avevano previsto». I tassi di declino più drammatici nelle popolazioni di oranghi sono stati trovati nelle aree deforestate e nelle aree convertite in terreni agricoli. Però, sorprendentemente, il numero assoluto di oranghi che sono scomparsi è stato maggiore nelle foreste primarie, dove vive la maggior parte degli oranghi. In queste aree forestali pressioni umane come le uccisioni da conflitti con gli uomini, il bracconaggio e la cattura di cuccioli di oranghi per venderli come animali da compagnia sono state probabilmente le cause principali del declino. Il nuovo studio, che presenta i dati più completi fino ad oggi, è in linea con un’altra analisi recentemente pubblicata sulle tendenze della popolazione di oranghi,

La Voigt  soiaga come mai i livelli del declino degli oranghi sono molto più alti di quanto si pensasse: «Mentre raccoglievamo più dati sulla densità e sulla presenza di oranghi, la nostra capacità di modellare la loro distribuzione e le tendenze della popolazione miglioravano. E’ così che abbiamo scoperto che gli orangutan sono distribuiti in modo molto più ampio e vivono anche nelle aree forestali più degradate e persino in alcune piantagioni».

Questi primati antropomorfi vengono descritti come una specie altamente sensibile che può sopravvivere solo in condizioni ecologiche eccellenti, ma più  i ricercatori imparano a conoscere gli oranghi, più scoprono che sono resistenti e resilienti e in grado di adattarsi alle nuove sfide. «Ad esempio – sottolineano i ricercatori tedeschi – gli oranghi camminano sul terreno più spesso di quanto si pensasse in precedenza, e possono nutrirsi di piante che non facevano parte della loro dieta naturale, come l’acacia o la palma da olio. Questi comportamenti possono consentire loro di sopravvivere in territori frammentati e in aree boschive molto più piccole di quanto si pensasse in precedenza».

Un altro autore dello studio, Serge Wich della Liverpool John Moores University, aggiunge: «Tuttavia, l’unica cosa che non riescono a sopportare è l’alto tasso di uccisioni che abbiamo osservato attualmente. Gli oranghi sono una specie a riproduzione molto lenta, e i modelli usati negli studi precedenti indicano che se da una popolazione viene eliminato solo un orango adulto su 100 all’anno, questa popolazione ha un’alta probabilità di estinguersi». Purtroppo un altro studio sui livelli di abbattimento degli oranghi ha indicato che  nelle popolazioni del Borneo vengono uccisi ogni anno fino a 3 o 4 adulti ogni 100 orangutan. Questi risultati spiegherebbero l’elevata diminuzione della popolazione nelle aree forestali del Borneo.

Ma secondo Hjalmar Kühl, anche lui del Max Planck, che ha condotto sul campo lo studio pubblicato su Current Biology e studi simili su oranghi di Sumatra, gorilla e scimpanzé, «In questa storia c’è una svolta positiva. “Ci sono in realtà più oranghi di quanti pensassimo in passato e alcune popolazioni sembrano essere relativamente stabili». Un dato confermato anche da ricerche condotte recentemente dalle autorità ambientali indonesiane in collaborazione con esperti internazionali.

Si tratta soprattutto di popolazioni che vivono più al sicuro in alcune parti del Borneo malese e nei parchi nazionali più grandi del Borneo indonesiano, il che rende fortunatamente improbabile che l’orangutan del Borneo si estinguerà presto.«Tuttavia – ribadiscono i ricercatori – c’è un urgente bisogno di prevenirne le morti. Nei prossimi 35 anni per la sola perdita di habitat potrebbero sparire altri 45.000 orangutan».

Attualmente, circa 10.000 oranghi vivono in aree destinate allo sviluppo di piantagioni di palme da olio, ma che sono ancora forestate. Se queste aree verranno convertite, la maggior parte di questi nostri cugini morirà. «La caccia per la carne, l’uccisione in situazioni di conflitto e la cattura di individui per farne animali domestici devono essere affrontati con attività di sensibilizzazione pubblica – dicono gli scienziati –   facilitando la risoluzione dei conflitti nelle comunità e le forze dell’ordine. Inoltre, è necessario soprattutto compiere ulteriori ricerche sul motivo per cui le persone uccidono gli orangutan».

Erik Meijaard, del Center of Excellence for Environmental Decisions dell’università del Queensland e direttore di Borneo Futures in Brunei, conclude: «In termini di conservazione, è fondamentale che il messaggio del nostro studio venga recepito dalle autorità di conservazione indonesiane e malesi e che vengano sviluppate strategie adeguate che affrontino realmente l’attuale declino della popolazione. Il momento è buono: entrambi i Paesi stanno sviluppando nuovi piani d’azione a lungo termine per la conservazione degli oranghi».