Non la politica, ma le politiche sbagliate fanno danni ai parchi italiani

[9 giugno 2015]

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Promossa da Franco Pedrotti, è in corso un’interessante discussione sul futuro del Parco dello Stelvio: tema non nuovo dopo la decisione di affettarlo come un cocomero per affidare la gestione delle singole fette a Bolzano, Trento e alla Regione Lombardia perché ognuno ne faccia quel che crede. Già Napolitano cercò di contrastare questa scelta sbagliata e rischiosissima, ma i protagonisti non hanno finora saputo far tesoro di queste sagge critiche.

Da qui la decisione di tornarne a discuterne senza peli sulla lingua. Non appare però convincente l’idea – mi sembra non da tutti condivisa – di tagliar fuori la politica e i politici colpevoli di troppi danni, per affidarne la piena titolarità ai ‘professionisti della conservazione’.

Non convince insomma l’idea, peraltro niente affatto nuova, di sfrattare in sostanza le istituzioni e le loro rappresentanze a cui le leggi nazionali e regionali affidano la gestione dei parchi e delle altre aree protette, per tornare a lontanissime e non riproponibili gestioni tecniche. La condizione per costruire una ‘sistema’ o comunque un “insieme” dei parchi su tutto il territorio nazionale infatti è stata proprio quella di fare entrare in partita Stato, regioni ed enti locali.

L’Italia non è stata certo un’eccezione ma solo una delle ultime arrivate. Ma – si dice – le istituzioni a cui è affidata la gestione politica non lo fanno bene, e non solo per lo Stelvio. Vero, e non vale solo per i parchi: lo Stato e le altre istituzioni non se la cavano meglio nella gestione del suolo, del mare e così via. Ma proprio per questo urge tornare ad incalzare le istituzioni e quindi la politica perché torni a fare quello che gli compete per legge, senza trucchi e scuse. Impedendogli, ad esempio, di mettersi la legge sotto i piedi o a stravolgerla come si sta cercando di fare da tempo al Senato. Oggi tutti sembrano accomunabili nelle stesse responsabilità, sia a destra che a sinistra, ma è proprio questo che dovremo far saltare perché ognuno si prenda chiaramente le sue responsabilità.

Altrimenti offriremmo un alibi a tutti. A cominciare da chi da anni tiene di fatto bloccati parchi nazionali ora senza presidente ora senza direttore, e sempre senza piani di gestione nonostante le denunce ripetute della Corte dei Conti. La scorsa settimana in un incontro a Torino per l’anniversario della prima legge regionale del Piemonte sui parchi, che precedette e non di poco quella nazionale, ha permesso di ricordare l’assessore Rivalta, che ne fu l’artefice principale, e con lui anche la prima leva dei presidenti politico-istituzionali dei parchi regionali piemontesi. A cui vanno aggiunti quelli del Ticino, dell’Etna, di Maremma e San Rossore. Che ritroviamo protagonisti della prima e seconda Conferenza nazionale dei parchi di Roma e Torino.

Ecco perché nei parchi nazionali e regionali le rappresentanze istituzionali, mortificate anche da una gestione ministeriale burocratica, devono non sloggiare ma tornare a svolgere il ruolo che gli compete.

Le istituzioni non possono e non devono uscire di scena, ma anzi tornare a starci a tutti gli effetti senza ulteriori rinvii.

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