Nuovo Canale di Suez, nessuna valutazione ambientale. Rischio specie aliene

Accordo Accademia Kronos – Egitto per il monitoraggio del Mediterraneo

[7 agosto 2015]

Canale di Suez

Ieri il regime militare/civile egiziano di Abdel-Fattah Al-Sissi ha inaugurato in pompa magna il “nuovo” Canale di Suez, un’opera che preoccupa molti ambientalisti che temono che l’opera favorisca ulteriormente l’invasione del Mediterraneo da parte di specie aliene  provenienti dal Mar Rosso. Ma l’inaugurazione del raddoppio del  Canale di Suez è stata l’occasione per Accademia Kronos,  unica associazione ambientalista italiana, per partecipare ad un’iniziativa all’ambascia di Egitto a Roma per festeggiare proprio  l’inaugurazione del nuovo canale di Suez.

Il presidente di Accademia Kronos, Ennio La Malfa, ha approfittato dell’incontro per chiedere all’ambasciatore egiziano Amr Helmy, se l’Egitto ha «provveduto a costituire un osservatorio ambientale per valutare eventuali danni ambientali causati dal raddoppio del traffico navale e se ha o sta per adottare regolamenti rigidi per evitare che le navi in transito lungo i due canali producessero ulteriore inquinamento».

L’impatto delle specie invasive è particolarmente sentito nel Mediterraneo orientale, in particolare al largo delle coste di Israele, Libano e Siria, dove, uno studio del 2012, quasi tutte le specie invasive sono arrivate ​​attraverso il Canale.  Bella S. Galil, del National Institute of Oceanography di Israele, ha scoperto al largo di Israele 338 specie aliene, tre volte di più di quelle presenti nel mare della Francia continentale. Pesci palla velenosi sono stati trovati anche in Italia, lontanissimi da Suez.  Sciami di meduse velenose Rhopilema nomadica sono ormai diffuse dalla Tunisia al Levante, dove pizzicano i bagnanti e ingolfano le reti da pesca, mentre nel 2011 hanno addirittura ostruito il sistema di raffreddamento di una centrale elettrica israeliana.

Nel Mediterraneo le meduse “aliene”, che si nutrono di larve di pesci e crostacei, stanno perturbando la catena alimentare marina. «E’ un gioco a somma zero – ha detto Galil – Noi non sappiamo in anticipo quello che sarà l’ultima goccia che farà traboccare il vaso. Ogni ambiente ha qualche riserva, ma sappiamo che la riserva nel Mediterraneo orientale è chiaramente molto scossa. Non sappiamo quali specie entreranno o quando, ma sappiamo che stanno arrivando».

L’inaugurazione/parata di ieri era blindatissima e nessun tipo di dissenso o manifestazione sarebbe stato possibile (anche perché in Egitto il nuovo Canale ha infiammato l’orgoglio nazionale), ma gli ambientalisti dicono che parlare di ambiente per i progetti è un lusso in Egitto, dove le violazioni dei diritti umani e la povertà sono in crescita e dove il governo continua a promette un milione di posti di lavoro grazie al nuovo Canale di Suez Axis.  Anche secondo Galil la dura realtà politica ed economica dell’Egitto rende difficile porre problemi ambientali, ma aveva chiesto al governo del Cairo di seguire l’esempio del Canale di Panama, dove è stato realizzato un sistema di porte sia sul Pacifico che sull’Atlantico, che impediscono che le specie invasive passino attraverso le chiuse: «Gli scienziati non sono contro la realtà della globalizzazione del commercio. Quello che chiediamo è del tutto accettabile».

Nel dibattito all’ambasciata di Egitto a Roma La Malfa ha illustrato «lo stato di salute precario del Mediterraneo causato dall’inquinamento e dall’eccessivo traffico di navi nel Mediterraneo» ed anche «la presenza di grandi cetacei a rischio, soprattutto le balene, perché minacciati dall’inquinamento e dallo speronamento delle navi». Secondo quanto riferisce Accademia Kronos,  l’’ambasciatore egiziano  ha candidamente confessato di «non sapere della presenza di balene nel Mediterraneo», ma nonostante questo ha dichiarato che il governo egiziano «E’ molto sensibile alla salvaguardia della vita del Mare», poi ha invitato Accademia Kronos a partecipare a settembre ad un incontro in Egitto con un paio di università del Cairo, «già impegnate nello studio e nella salvaguardia del Mar Rosso e del Mediterraneo, al fine di avviare la nascita di un osservatorio marino gestito sia da scienziati egiziani che di Accademia Kronos».

La Malfa ha accettato l’invito e indicato le università italiane che potrebbero far parte di questo nuovo osservatorio marino, tra queste l’Università della Tuscia. A giorni Accademia Kronos si incontrerà nuovamente con l’ambasciatore Helmy per formalizzare questo accordo.

Forze l’osservatorio arriva tardi, visto che già nel 2014 , qualche giorno prima della firma dell’appalto del Canale di Suez,  un team di 18 scienziati specializzati in ecosistemi marini aveva pubblicato su Biological Invasions un preoccupato avvertimento (“Double Trouble”) sulle conseguenze ecologiche del piano del governo egiziano. Secondo gli scienziati «è sicuro che il progetto avrà un vasto range di effetti, a livello locale e regionale del Mediterraneo, sia sulla diversità biologica che sui  beni e servizi ecosistemici del Mediterraneo». Problemi destinati o ad aumentare dato che un ulteriore riscaldamento degli  oceani  permetterà alle specie provenienti  dall’Oceano Indiano di adattarsi ancora meglio nel  Mar Mediterraneo.

Gli scienziati sottolineavano su  Biological Invasions che «delle quasi 700 specie pluricellulari non autoctone attualmente riconosciute nel  Mar Mediterraneo, una buona metà sono state introdotte attraverso il Canale di Suez dal 1869» e «influenzano negativamente lo stato di conservazione di specie ed habitat critici, così come la struttura e la funzione degli ecosistemi e la disponibilità di risorse naturali. Alcune specie sono nocive, tossiche  o velenose e pongono chiare minacce per la salute umana».

Scienziati e ambientalisti temono che con l’apertura del nuovo Canale di Suez l’’invasione delle specie aliene possa solo  crescere: «Mentre il commercio e lo shipping globali sono di vitale importanza per la società, gli accordi internazionali esistenti riconoscono anche la necessità urgente di pratiche sostenibili che minimizzino gli impatti e le conseguenze a lungo termine indesiderate. Non è troppo tardi per i firmatari della “Convenzione di Barcellona” e della Convention on Biological Diversity per onorare i loro obblighi e sollecitare una supervisione regionale, una valutazione di impatto ambientale di vasta portata  (comprese le opzioni di gestione innovativa del rischio) che limiti,  se non impedisca, una nuova ondata di invasioni nel  XXI secolo attraverso il Canale di Suez di nuova generazione».

Come si è visto niente di questo è successo e  il regime militare/civile egiziano, ha tirato dritto.