Decuplicato il Pacific Remote Islands Marine National Monument

Obama raddoppia l’oceano mondiale protetto [IL VIDEO SPOT]

E Kiribati vieta la pesca in un’area marina grande come la California

[18 giugno 2014]

Il presidente statunitense Barack Obama  ha approfittato della conferenza OurOcean 2014 per avviare l’iter per proteggere grandi aree del Pacifico centrale sotto giurisdizione americana che comprendono ricche barriere coralline e catene montuose sottomarine, aree selvagge ed ancora in gran parte non toccate dalla pesca selvaggia e distruttiva. Il presidente Usa ha anche dato indicazioni alle agenzie federali di sviluppare un programma globale volto a combattere le frodi sul pesce e il mercato nero ittico mondiale. Inoltre, l’amministrazione Obama la settimana scorsa ha perfezionato un regolamento che permette ai cittadini di proporre l’istituzione di nuovi santuari marini al largo delle coste Usa ed are protette nei  Grandi Laghi.

Ha ragione la presidente del Natural Resources Defense Council (Nrdc), Frances Beinecke a dire che «Questo è un gran  giorno per chiunque abbia mai ammirato i mari aperti e la ricca vita dell’oceano».

Il piano di Obama prevede di ampliare notevolmente il Pacific Remote Islands Marine National Monument  istituito da George W. Bush nel gennaio 2009, l’amministrazione Obama sta ancora definendo i confini ma le anticipazioni dicono che questo Marine National Monument  potrebbe passare dalle attuali  87.000 miglia quadrate fino di 782.000 miglia quadrate. Raddoppiando così la superficie dell’oceano protetto in tutto il mondo.

La Beinecke ha sottolineato che «Questo è un coraggioso passo in avanti, ma si basa anche su una lunga tradizione. Negli ultimi 100 anni, sia i presidenti repubblicani che democratici hanno salvaguardato le acque della nostra nazione. Il Presidente Teddy Roosevelt, per esempio, ha protetto Midway Island per salvaguardare gli uccelli marini. Il presidente George W. Bush detiene il record, avendo creato quattro aree marine protette, l’equivalente dei parchi nazionali in mare. Abbiamo bisogno di queste protezioni ora più che mai. Il 90% dei grandi pesci come il tonno e il pesce spada sono state catturati  dalla pesca eccessiva».

In tutto il mondo il pesce rappresenta la fonte primaria di proteine per una persona su 4, ma gli statunitensi non si rendono conto che l’economia Usa basata sugli oceani è superiore a quella del loro ricchissimo settore agricolo. «Il Pacific Remote Islands Marine National Monument può essere distante dalle nostre coste – dice la Beinecke –  ma ci aiuterà a capire come funzionano gli ecosistemi marini sani  e come possiamo far rivivere mari difficili più vicino a casa. Per esempio, altre Aree marine protette hanno dimostrato di contribuire a ripristinare i pesci e altra fauna marina. E chissà quali altre o intuizioni otterremo dalla vita abbondante e fiorente all’interno dei profondi canyon sottomarini e dai tesori della biodiversità dei tesori della biodiversità di questa regione».

Aprendo la Conferenza OurOcean, alla quale hanno partecipato delegati di 80 Paesi, il segretario di Stato Usa John Kerry ha detto che gli esseri umani «Hanno causato un danno enorme all’oceano», ma «I governi, gli individui e le comunità ora possono agire per invertire queste tendenze. Siamo in grado di proteggere l’oceano se tutti noi cominciamo trattarlo come il nostro mare».

Gli Usa sono il Paese con più superficie oceanica sotto la loro giurisdizione: il 13% e, dopo la Cina, sono anche la nazione che consuma più pesce.

La proposta di espansione del Pacific Remote Islands Marine National Monument  riguarda il mare intorno a 7 isole ed atolli,  portando le attuali aree protette da 50 miglia a 200 miglia dalla costa, comprendendo quindi l’intera Zona economica esclusiva costa di piccole isole in gran parte disabitate che sono territori Usa nel Pacifico centro-meridionale.  L’ampliamento aumenterà di 10 volte le aree marine protette Usa e raddoppierà in un colpo solo la superficie di oceano protetta in tutto il mondo.

Michael Conathan, direttore della politica oceanica del Center for American Progress, sottolinea che «Queste minuscoli, remoti atolli ed isole del pacifico sono stati alcuni tra gli ultimi luoghi del pianeta a sostenere il peso di un piede umano. L’odierna azione coraggiosa del presidente ridurrà al minimo l’impatto futuro dell’impronta dell’attività umana su alcune dei più incontaminati e resilienti ecosistemi marini di tutto il mondo».

La questione che ha più preoccupato i delegati di OurOcean è stato il brusco calo dell’industria della pesca, cosa  che minaccia la sicurezza alimentare di miliardi di persone. Circa un terzo degli stock ittici commerciali mondiali sono sovra-sfruttati e più della metà hanno bisogno di interventi per evitarne il declino. L’inquinamento marino generato dalle attività umane ha portato alla creazione di vasti vortici di spazzatura oceanici. Secondo il recente rapporto “Climate Change: Implications for Fisheries & Aquaculture” di  Sustainable Fisheries Partnership e dell’università di Cambridge, entro il 2050 l’industria della pesca mondiale perderà tra i 17 ed i 41 miliardi dollari a causa degli effetti del cambiamento climatico sull’ambiente marino. L’acidificazione degli oceani e il riscaldamento delle acque provocheranno molti problemi per l’industria ittica e la vita marina in generale.

Ma alla conferenza è arrivata anche un’altra buona notizia: il presidente di Kiribati, Anote Tong, ha annunciato che il suo piccolo Stato insulare entro quest’anno vieterà tutta la pesca nella Phoenix Island Protection Area, una della aree marine più ricche biologicamente e più grandi e del mondo, visto che si estende su una superficie di 408.2050 Km2, quanto la California, ma dove attualmente si pesca intensamente. «Questa iniziativa è un obbligo per i nostri figli ei figli dei nostri figli – ha detto  Tong – La chiusura dell’area protetta di Phoenix Island darà un contributo importante alla rigenerazione degli stock di tonno, non solo per noi, ma per la nostra comunità globale e per le generazioni a venire»

Conathan conclude: «Questi sani e vibranti ecosistemi oceanici hanno dimostrato di essere più resilienti al cambiamento climatico ed all’acidificazione di quelli degradati. Questa iniziativa rappresenta l’ultima, migliore speranza per alcune delle nostre meraviglie naturali più remote e delicate»