Orsi confidenti: serve un modello Abruzzo

[8 settembre 2017]

A volte per meglio comprendere il presente è utile gettare uno sguardo sul passato.  Nella famosa “Relazione”[1] Erminio Sipari, fondatore e primo presidente del Parco nazionale d’Abruzzo, riporta i termini di una polemica intercorsa con Luigi Vittorio Bertarelli, allora presidente del Touring Club Italiano.

Quest’ultimo criticava la decisione di aver voluto costituire un Parco Nazionale in una zona antropizzata, dove insistevano paesi ed attività umane, ritenendo che solo i territori privi della presenza dell’uomo fossero vocati a tali istituzioni, citando come esempio il Parco nazionale dell’Engadina in Svizzera e quello coevo del Gran Paradiso.

A questa critica Sipari rispondeva portando ad esempio l’orso marsicano che era abituato a convivere con le attività dell’uomo, rintanato nelle intricate boscaglie e negli inaccessibili dirupi era quasi cullato dai consueti rumori lontani del giorno, le campane delle vacche e degli armenti pascolanti, gli urli dei pastori, le voci dei mulattieri, il colpo dell’accetta del boscaiolo, il canto delle donne che a gruppi vanno a raccattar legna… Né di notte disturba l’orso il fuoco della capanna dei pastori e quello dei carbonai, né quello del bivacco dei viandanti nei rifugi, né i richiami numerosi ed alti dei cavallari che quotidianamente nelle ore precedenti l’alba percorrono i monti alla ricerca dei loro cavalli per condurli al lavoro, donde poi li restituiscono al calar del sole al pascolo brado.

Per quanto riguardava i danni notava come Solo d’estate, al ritorno delle greggi dal piano, l’orso rubacchia all’ovile; ma è discreto perché porta via solo un capo per volta. E aggiungeva Se l’Ente del Parco eseguirà rimboschimenti di mele e pere selvatiche l’orso molesterà anche di meno le mandrie di bestiame. Ma, comunque, l’uomo non è da lui mai molestato.

La visione di Sipari nel suo complesso può apparire, per alcuni versi, romantica, pragmatica ma crediamo non si discostasse molto dalla realtà. Certo, dai suoi tempi, alcuni scenari sono decisamente cambiati. La montagna si è spopolata di quelle attività dalle quali l’orso attingeva, saltuariamente ma costantemente, occasioni di alimentazione; l’agricoltura di montagna e l’allevamento sono praticamente scomparsi concentrandosi, in forma residuale nei paesi, spesso a livello di sussistenza familiare.

Inalterata è rimasta solo la positiva percezione che le popolazioni locali hanno, in generale, dell’orso. Allo stesso tempo la demografia nei paesi del Parco si è modificata: in particolare nel periodo estivo è prevalente la componente esterna legata al turismo, meno abituata alla frequentazione dell’orso, indubbiamente più attratta ma meno preparata al rapporto con l’animale.

In questo quadro si inseriscono gli orsi cosiddetti “confidenti” ovvero alcuni esemplari che, nel frequentare i centri abitati alla ricerca di fonti alimentari, in particolare pollai o frutteti, non fuggono alla vista dell’uomo. Per distogliere questi esemplari dalle loro abitudini è stato redatto un “Protocollo operativo per la prevenzione e la gestione del fenomeno degli orsi confidenti e/o problematici” che prevede una serie di azioni di “dissuasione” che vanno dalla postura intimidatoria assunta dall’operatore, al lancio di sassi, petardi e, in ultimo, proiettili di gomma sparati da un apposito fucile.

La recente cronaca segnala come a questo fenomeno vengano dedicate, a nostro avviso,  attenzioni e risorse che troverebbero senz’altro miglior causa, e come la questione stia sfuggendo di mano. La notte del 29 luglio scorso Mario, un orso bruno marsicano di circa tre anni, entra in una cantina di Villavallelonga in Abruzzo e, in cerca di una via di fuga, penetra in casa dove dormono i genitori con due bambini. Dopo le prime, doverose, dichiarazioni di solidarietà alla famiglia coinvolta e di sconcerto e preoccupazione per l’episodio inizia ad emergere un’altra versione: l’orso Mario era entrato in un vicolo cieco del paese per mangiare le prugne cadute ai piedi dell’albero, sarebbe bastato lasciarlo mangiare in pace e si sarebbe poi allontanato. Ma la squadra di dissuasione in servizio quella notte a Villavallelonga decise che era il caso di intervenire per allontanare il selvatico. L’animale, spaventato, trovandosi chiuso in un vicolo cieco scavalca il primo muretto e infila la prima porta, appunto quella della cantina, da lì in casa ecc. ecc.

Neanche un mese dopo, Il 20 agosto, a San Sebastiano dei Marsi, frazione di Bisegna, di fronte a numerose persone tra le quali molti bambini e ragazzi, il dissuasore di turno preso dall’entusiasmo ha pensato bene, tra le altre cose, di colpire l’orsa Amarena con un grosso mattone tra il muso e gli occhi, provocando lo sconcerto tra gli astanti.

Appare ormai chiaro come le azioni di dissuasione non sortiscano gli effetti sperati, considerato che gli orsi destinatari tornano immancabilmente sul luogo del delitto. Sarebbe opportuno a questo punto tirare alcune conclusioni:

  • Gli orsi frequentano i paesi, probabilmente, per una serie di motivazioni che vanno dalla ricerca di fonti alimentari che, in periodi critici come la passata stagione estiva, non riescono a reperire a sufficienza in natura, alla necessità di sfuggire (giovani o madri con cuccioli) alle attenzioni non benevole di maschi dominanti. Pertanto ricacciare, sic et simpliciter, questi esemplari in bosco può significare mettere a rischio la loro stessa sopravvivenza. Un pericolo inaccettabile per una sottospecie a rischio di estinzione;
  • Il “Protocollo operativo” è stato mutuato da esperienze condotte su popolazioni nord americane (orso nero e grizzly), con contingenti di decine di migliaia di esemplari, responsabili negli ultimi dieci anni di ben ventotto vittime a seguito di aggressioni all’uomo. Appare pertanto inidoneo, sovradimensionato e pericoloso per la ridottissima e mansueta popolazione di orso bruno marsicano;
  • Così come è condivisibile la messa in sicurezza di alcune fonti trofiche, come i pollai e gli alveari, appare invece di difficile attuazione la recente indicazione di raccogliere la frutta dagli alberi per evitare di fornire stimoli agli orsi. Addirittura è stata oggetto di una ordinanza del commissario prefettizio di Bisegna che ha intimato “a tutti i proprietari di terreni coltivati e di piante da frutta nei centri abitati di Bisegna e San Sebastiano, di provvedere, con urgenza, alla raccolta della frutta… (sic)”. Sarebbe senz’altro più vantaggioso radunare la frutta raccolta e/o donata e costituire con essa dei punti di alimentazione fuori dai paesi spostandoli, progressivamente, sempre più lontano da questi[2];
  • Così come sarebbe utile ristabilire, con le dovute modifiche suggerite dall’esperienza, alcune buone pratiche avviate negli anni ’90 dal Parco, quando si organizzavano campagne di piantumazione di essenze fruttifere, alberi e arbusti. La creazione di una fascia “trofica” a non molta distanza dai paesi consentirà un regolare approvvigionamento in caso di necessità, in particolare alla fascia debole della popolazione ursina, riducendo se non eliminando l’accesso ai centri abitati.

D’altro canto se l’orso, fino a 40/50 anni, fa poteva contare sull’apporto delle attività umane per integrare la propria alimentazione è velleitario pensare che possa modificare la sua dieta in tempi brevi e a suon di pallettoni di gomma.

Forse, mentre si agisce nel lungo termine, sarebbe sufficiente organizzare un sistema di monitoraggio degli orsi ‘paesani’ che si limitasse a “contenere” il comportamento dei bipedi per evitare situazioni potenzialmente stressanti per l’orso, come l’essere accerchiato e fotografato a breve distanza. Questa sì una condotta che può causare eventuali incidenti durante la fuga dell’animale.

Oggi è importante che le autorità e i tecnici responsabili della gestione si rendano pienamente conto che, più che traslare protocolli sperimentati in altre situazioni con altri orsi, serve stabilire un nuovo paradigma per la conservazione dell’orso bruno marsicano che tenga conto della particolare situazione socio-economica e culturale dei luoghi e del mite temperamento del nostro plantigrado.

[1] Relazione del Presidente del Direttorio provvisorio dell’Ente autonomo del Parco nazionale d’Abruzzo alla Commissione amministratrice dell’Ente stesso, nominata con Regio Decreto 25 marzo 1923, più nota come “Relazione Sipari”. Letta il 17 marzo 1923 alla neo-istituita Commissione amministratrice del Parco nazionale d’Abruzzo, venne data alle stampe soltanto nel 1926, Tip. Maiella, Tivoli.

[2] Stringham S.F., Bryant A., 2015 – Distance-dependent effectiveness of diversionary bear bait sites. Human-Wildlife Interactions 9(2): 229-235.

Rogers L.L., 2011 – Does diversionary feeding create nuisance bears and jeopardize public safety? Human-Wildlife Interactions 5: 287-295.

di Corradino Guacci, Società italiana per la storia della fauna “Giuseppe Altobello”