Ottimizzare praterie di posidonia e mangrovie per stoccare più carbonio negli habitat costieri

Strategie nuove e precedentemente sottovalutate per mitigare i cambiamenti climatici

[5 maggio 2017]

La maggior parte del carbonio stoccato nel fondale marino della Terra si trova nella stretta striscia delle maree e delle paludi costiere e in particolare nelle praterie di fanerogame, le piante marine come la Posidonia oceanica del Mediterraneo, e nelle foreste di mangrovie lungo le coste tropicali.

Secondo un team di ricercatori australiani e statunitensi che ha da poco pubblicato su  Frontiers in Ecology in the Environment lo studio “Can we manage coastal ecosystems to sequester more blue carbon?”, questi habitat vegetali costieri, conosciuti anche come ecosistemi blue carbon, occupano solo lo 0,2% della superficie dell’oceano, ma immagazzinano il 50% del carbonio sepolto nei sedimenti marini.

Il team, guidato da guidati da Peter Macreadie,  della School of life and environmental sciences del  Centre for integrative ecology della Deakin University, ha confermato che questi habitat sono tra i sistemi di stoccaggio di CO2 più efficaci e si è chiesto se è possibile renderli ancora più efficaci.

Su Anthropocene Brandon Keim spiega che «Macreadie e i suoi colleghi si sono posti questa domanda, notando che le attenzioni attualmente si concentrano principalmente sulla protezione e il ripristino, che sono senza dubbio importanti, in quanto circa la metà di tutti gli habitat vegetali costieri sono andati perduti a causa dello sviluppo urbanistico, l’innalzamento del livello del mare e gli eventi meteorologici estremi».

Ma è ancora possibile ottimizzazione ecosistemi blue carbon esistenti? Secondo i ricercatori sì, anzi è necessario per modificare profondamente l’accumulo e lo stoccaggio di carbonio , «fornendo strategie nuove e precedentemente sottovalutate per mitigare i cambiamenti climatici».

Il team di ricerca australiano-statunitense sui è concentrato su tre processi ambientali chiave che controllano la ripartizione e il sequestro di carbonio in questi habitat. Il primo è l’inquinamento da nutrienti, soprattutto l’azoto e il fosforo proveniente dai fertilizzanti agricoli e dai liquami, che porta a modifiche nelle popolazioni di microbi e alghe che riducono la quantità di carbonio immagazzinato dagli ecosistemi marini costieri. Il caso di studio presentato è quello di una palude salata della South Carolina  dove uno studio durato 12 anni ha scoperto che il dilavamento in mare dei fertilizzanti a terra ha causato una perdita del 40% del carbonio stoccato nei sedimenti marini.

Il secondo processo è bioturbamento, o il disturbo dei sedimenti provocato da gamberi, vermi, granchi e altri organismi. Il bioturbamento innesca altri processi a cascata e se i bioturbatori sono presenti a  densità relativamente basse aumentano lo stoccaggio del carbonio, ma se la loro densità è alta avviene il  contrario.  Il team di Macreadie ha studiato quello che è successo nel New England, dove la sovra-pesca dei pesci che si cibano di granchi ha portato a un’esplosione della popolazione dei granchi palude viola la cui attività ha eroso l’habitat delle paludi salmastre che sono diventate così d fonti di emissione di carbonio, liberando circa 6,6 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno. Però, dove i predatori di granchi erano ancora fiorenti, le paludi stoccavano circa 3,3 tonnellate di CO2 per ettaro. Un cambiamento davvero preoccupante.

La terza indagine svolta dai ricercatori ha riguardato i corsi d’acqua dolce che formano estuari costieri, dove si trova la maggiore concentrazione di habitat vegetali. Quando non hanno ostacoli lungo il loro corso, questi corsi d’acqua  trasportano sedimenti ricchi di carbonio che vengono rapidamente stoccati e stratificati nei fondali, permettendo ai sedimenti di imprigionare rapidamente il carbonio. Però, la proliferazione di dighe e sbarramenti impedisce a questi sedimenti di raggiungere la costa. Il team di Macreadie descrive i vantaggi dei corsi d’acqua privi di ostacoli artificiali che formano l’estuario del fiume Hunter, in Australia, dove le mangrovie stoccano due volte più carbonio di quanto farebbero all’estuario di un fiume sbarrato da dighe.

C’è ancora da capire molto su ciascuno dei processi e i ricercatori sottolineano che alcuni saranno più facili da gestire rispetto ad altri, ma è indubbio che ridurre l’inquinamento, proteggere i predatori e ripristinare gli equilibri idrogeologici naturali fornisce una straordinaria opportunità, che va ben oltre le necessarie strategie di base per la protezione e il ripristino dei mangrovieti e delle praterie di piante marine.

A chi non piace una prospettiva che punta ad una maggiore gestione degli ecosistemi costieri terrestri, il team di Macreadie ribatte che «La gestione potrà effettivamente produrre stati ecologici che siano meno influenzati dalle attività umane rispetto a prima. E’ una vittoria per la salvaguardia dell’ambiente e del clima».